


Tra Stati Uniti e Israele non c’è una rottura politica, ma una divergenza crescente sugli obiettivi della guerra e sull’assetto regionale. Trump punta a chiudere i dossier aperti e a rivendicare risultati diplomatici; Netanyahu mira a preservare la deterrenza di Israele (e la tenuta della propria maggioranza).
Il rapporto tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu resta fondato su una convergenza strategica profonda. Oggi, tuttavia, questa sintonia non elimina le divergenze. Gli Stati Uniti continuano a considerare Israele un alleato centrale, ma la Casa Bianca sembra orientata a contenere l’escalation regionale e a privilegiare soluzioni negoziali. Netanyahu, invece, deve dimostrare che Israele non intende rinunciare alla propria deterrenza dopo il 7 ottobre.
Il segnale più chiaro è arrivato già a febbraio: dopo un lungo colloquio alla Casa Bianca, Trump ha ammesso che con Netanyahu non era stata raggiunta alcuna intesa definitiva sull’Iran, ribadendo però che i negoziati con Teheran sarebbero proseguiti.
La distanza non riguarda l’alleanza in sé, ma la definizione degli obiettivi: Trump cerca risultati diplomatici rapidi e comunicabili; Netanyahu chiede garanzie operative più solide.
Iran, il dossier più delicato
Il punto di frizione principale resta l’Iran. Trump considera possibile un accordo con Teheran, purché consenta agli Stati Uniti di ridurre il rischio di una guerra più ampia. Netanyahu, al contrario, vede nell’Iran la minaccia strategica centrale per Israele: non solo per il programma nucleare e missilistico, ma anche per il sostegno a Hezbollah, Hamas, Houthi e milizie sciite.
Questa tensione è esplosa nei giorni scorsi. Dopo una notte di raid israeliani contro obiettivi militari iraniani e di missili iraniani su Israele, Trump ha chiesto a entrambe le parti di fermarsi per salvare la via diplomatica, e Netanyahu si è allineato alle indicazioni del presidente americano, pur avvertendo che la partita non è chiusa.
Secondo i media israeliani, il premier ha respinto le pressioni dell’ala più radicale del proprio governo, che chiedeva di prendere le distanze da Washington.
L’episodio dice due cose. La prima: la divergenza non è tattica ma strategica: gli Stati Uniti cercano una cornice negoziale, Israele teme che quella cornice limiti la propria capacità di prevenzione e risposta. La seconda: nessuno dei due attori è monolitico.
Dentro la coalizione di governo israeliana convivono linee diverse sul rapporto con Washington, e la stessa amministrazione americana oscilla tra la tentazione dell’accordo rapido e la minaccia dell’opzione militare.
Gaza e il problema del dopo
Anche su Gaza emergono differenze significative. Trump ha interesse a trasformare il cessate il fuoco e la liberazione degli ostaggi in un percorso politico più stabile. Il suo obiettivo è arrivare a una conclusione del conflitto che possa essere presentata come successo diplomatico americano.
Netanyahu, invece, deve tenere insieme più esigenze: impedire la ricostituzione di Hamas, garantire la sicurezza israeliana, evitare concessioni percepite come premature e contenere le tensioni nella propria coalizione. Per il premier israeliano, la fine della guerra apre anche il capitolo della responsabilità politica interna.
Il nodo è la sequenza. Washington spinge per un accordo complessivo; Israele chiede che il disarmo di Hamas e le garanzie di sicurezza precedano ogni passaggio politico irreversibile.
Libano, Hezbollah e rischio escalation
Il fronte libanese rappresenta il punto in cui la divergenza si è fatta più concreta. Per Israele, Hezbollah rimane una minaccia diretta al confine settentrionale. Dopo il 7 ottobre, la presenza di un attore armato così rilevante a ridosso del territorio israeliano è considerata ancora meno sostenibile.
Per Washington, però, un’escalation in Libano rischia di compromettere i negoziati regionali, in particolare quelli con l’Iran. Quando Netanyahu ha annunciato un attacco imminente su Beirut, Teheran ha reagito sospendendo le trattative con gli Stati Uniti e minacciando di chiudere, oltre a Hormuz, anche Bab el-Mandeb.
Trump ha posto il veto sui raid sulla capitale libanese e ha ottenuto, tramite intermediari, l’impegno di Hezbollah a non attaccare se Israele non avesse attaccato.
L’episodio mostra il meccanismo nella sua forma più nitida: la pressione militare israeliana, pensata per ristabilire deterrenza, diventa per Washington una variabile che mette a rischio l’intero tavolo negoziale. E impone alla Casa Bianca di intervenire direttamente per disinnescarla.
Qatar e canali diplomatici
Il Qatar è un caso emblematico. Per gli Stati Uniti, Doha è un alleato importante e un mediatore essenziale nei contatti con Hamas. Per Israele, il ruolo qatariota resta ambiguo: necessario nei negoziati, ma problematico per i rapporti intrattenuti con Hamas negli anni.
Il raid israeliano del settembre 2025 contro i vertici di Hamas riuniti a Doha ha reso questa tensione esplicita: Israele ha rivendicato il diritto di colpire i dirigenti nemici ovunque si trovino, mentre Washington si è trovata a dover ricucire con un alleato che ospita la più grande base americana nella regione.
Il contrasto riguarda quindi il metodo: per Trump il mediatore va preservato; per Netanyahu la lotta contro Hamas non può essere vincolata eccessivamente dalla diplomazia.
Arabia Saudita e questione palestinese
Trump mira a rilanciare e ampliare gli Accordi di Abramo, con l’obiettivo di includere l’Arabia Saudita. È un progetto coerente con la sua visione del Medio Oriente: normalizzazione arabo-israeliana, cooperazione di sicurezza e contenimento dell’Iran.
Il problema è che Riyadh continua a collegare la normalizzazione a un percorso credibile verso la statualità palestinese. Per Netanyahu, dopo il 7 ottobre e con l’attuale coalizione, accettare questa condizione è politicamente molto difficile.
Il risultato è una frizione strutturale: il successo diplomatico che Trump vorrebbe ottenere richiede concessioni che Netanyahu non sembra in grado di garantire senza mettere a rischio la propria maggioranza.
Cisgiordania e coalizione israeliana
La Cisgiordania è un altro terreno sensibile. La destra israeliana continua a spingere per forme più esplicite di annessione o consolidamento del controllo israeliano. Netanyahu deve tenerne conto per preservare la stabilità del governo.
Trump, invece, ha interesse a evitare mosse che possano ostacolare la normalizzazione con i Paesi arabi e complicare la posizione americana. Un’annessione formale renderebbe molto più difficile qualsiasi intesa con l’Arabia Saudita e alimenterebbe nuove tensioni diplomatiche.
Qui le priorità non solo divergono, ma operano su scale temporali diverse: la coalizione di Netanyahu si misura in mesi, il progetto regionale di Trump in anni. È un’asimmetria che rende il compromesso strutturalmente instabile.
Chi ha la leva
Descrivere due agende diverse non basta: conta chi dispone degli strumenti per imporre la propria. E qui l’asimmetria è evidente, ma non assoluta.
Trump ha leve formidabili: le forniture militari, la copertura diplomatica nelle sedi internazionali, il peso che il suo sostegno personale esercita sulla posizione politica interna di Netanyahu. Le indiscrezioni su un Trump furioso al telefono con il premier israeliano, vere o calibrate che siano, segnalano che la Casa Bianca non esita a usare anche la leva più personale.
Netanyahu, però, non è privo di strumenti. Ha la leva del fatto compiuto: un’operazione militare unilaterale può ridisegnare il tavolo prima che Washington reagisca, come il raid di Doha e gli attacchi in Iran hanno dimostrato.
Ha la leva del tempo: Trump ha fretta di chiudere il capitolo iraniano per concentrarsi sulle elezioni di metà mandato, e chi ha fretta paga un prezzo negoziale. E conserva un sostegno radicato nella base repubblicana e al Congresso che rende costoso, per il presidente, ogni strappo pubblico.
Il risultato è un equilibrio instabile: Washington può fermare Israele caso per caso, ma non può impedirgli di creare i casi.
Due obiettivi diversi
La relazione tra Trump e Netanyahu non va letta come una rottura. Resta un rapporto tra alleati, fondato su interessi comuni e su una lunga convergenza politica. Tuttavia, l’attuale fase mediorientale mette in luce una differenza essenziale.
Trump vuole ridurre i fronti aperti, chiudere accordi e rivendicare una leadership negoziale. Netanyahu vuole conservare margini di azione militare, impedire il ritorno di Hamas, contenere Hezbollah e mantenere pressione sull’Iran.
In sintesi, gli Stati Uniti cercano una stabilizzazione diplomatica; Israele chiede garanzie di sicurezza più robuste prima di accettare compromessi politici. È dentro questa distanza, e dentro il braccio di ferro sulla leva, che si collocano le tensioni più recenti tra Washington e Gerusalemme.
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