

Il 7 ottobre 2023 è successo qualcosa di inaudito, qualcosa che sembrava non potersi più ripetere nella storia, qualcosa verso cui l’umanità era parsa a lungo vaccinata e ormai immune. È successo all’improvviso, nel giorno del compleanno di un dittatore criminale che da un anno e mezzo stava massacrando un popolo in lotta per la sua libertà e indipendenza, e dopo che, qualche settimana prima, a Mosca si erano incontrati rappresentanti del governo russo, di quello iraniano e di Hamas.
È successo cogliendo di sorpresa il governo israeliano, che pure sapeva che qualcosa del genere poteva accadere e che lo si stava preparando, ma che non lo riteneva credibile nemmeno da parte di chi, pur senza poterne prevedere il dove e il quando, era consapevole della possibilità.
E invece quanto non era credibile è successo: 1200 israeliani hanno dovuto subire massacri e torture non meno cinici e feroci di quelli che sei milioni di ebrei avevano già dovuto subire per mano dei nazisti. Oggi, dopo due anni, le immagini di quei massacri e di quei rapimenti sono ancora vive negli occhi di tutti coloro che hanno la forza morale e l’onestà intellettuale per non volerle cancellare dalla propria coscienza.
In un primo momento, nei giorni successivi al 7 ottobre, ci fu nel mondo un silenzio attonito, rotto solo dal dolore di chi aveva visto e sentito, da qualche testimone sopravvissuto e da qualche capo di governo indignato. Ma subito dopo, accanto a queste voci, si sono sentite — all’inizio appena percettibili, da lontano, come in un sogno — le grida di giubilo di qualche festeggiamento: danze, spari di gioia e di vittoria nell’aria, feste nelle strade di Gaza. Insieme a tutto questo si sono poi visti, in rapida successione, corpi di donne e uomini trascinati sui camion, colpiti con bastoni o presi a calci mentre sembravano già morti, spostati come sacchi mentre erano ancora vivi ma ormai incapaci di gridare.
Dopo si è cominciato a sentire un altro silenzio: quello di chi doveva decidere cosa fare, come reagire, come cercare di liberare gli ostaggi rapiti e ogni giorno esposti a torture. È stato un silenzio lungo, perché non era una decisione facile da prendere. Si trattava di scegliere tra il cedere al ricatto di Hamas, decretandone la vittoria pur di tentare di riavere subito gli ostaggi, oppure fare qualcosa che avrebbe avuto comunque conseguenze tragiche, non solo per il popolo israeliano, ma anche per i palestinesi innocenti che non erano collusi con Hamas e che sarebbero stati usati come scudi umani per difendere la sua strategia criminale.
Non era una decisione facile, ma dopo aver sondato la possibilità di una liberazione attraverso una trattativa che non decretasse la vittoria di Hamas, il governo israeliano ha capito di non avere a disposizione nessuna altra opzione oltre quella più dolorosa e pericolosa per tutti: per gli ostaggi, per il popolo israeliano e per i palestinesi estranei al potere di Hamas, che sarebbero stati sacrificati al solo scopo di perseguire il fine più volte proclamato di distruggere lo Stato ebraico.
Subito dopo l’inizio dell’operazione militare volta a sradicare Hamas da Gaza per liberare gli ostaggi, dopo aver compreso che questo era purtroppo l’unico modo realistico per farlo nonostante gli enormi costi umani e geopolitici, si sono però sentite di nuovo delle grida. Non quelle degli ostaggi israeliani nascosti nei tunnel sotto scuole e ospedali — quelle non si potevano sentire — ma le grida di festa e di vittoria. Questa volta, sotto forma di slogan, non provenivano solo da Gaza, ma dall’Europa “civilizzata” e dai paesi democratici dell’Occidente.
Man mano che la campagna militare israeliana proseguiva, con la sua tragica scia di morti e sofferenze, mentre gli ostaggi continuavano a non essere restituiti per non interromperla e il sangue dei bambini palestinesi usati come scudi umani — come più volte annunciato dai leader di Hamas — continuava a scorrere per le strade di Gaza per ottenere l’isolamento internazionale di Israele, ciò che era stato a lungo sommerso è tornato a manifestarsi con tutta la sua forza distruttiva e assassina.
Alcuni docenti che per anni avevano accompagnato i loro studenti a visitare i campi di sterminio, e che in fondo avevano sempre sospettato che “gli ebrei qualche colpa dovessero pur averla”, hanno tirato un sospiro di sollievo. Con loro anche chi ha sempre pensato che un popolo capace di sopravvivere a persecuzioni atroci conservando unità, libertà, indipendenza e benessere dovesse avere qualche caratteristica infida e pericolosa.
I fantasmi delle plutocrazie occidentali e degli ebrei “deicidi” e “usurai”, conniventi da sempre con il capitalismo sfruttatore, si sono allora risollevati di colpo, uscendo a sciami dalle fogne dell’inconscio collettivo dove erano stati rimossi. Si sono riversati nelle piazze dell’Occidente, dove si sono visti milioni di manifestanti sfilare non solo per la pace e per una Palestina libera, ma per l’eliminazione del “nemico sionista”, per la soppressione dello Stato ebraico e della sua memoria storica.
E tuttavia, nonostante le apparenze, tra quei milioni di persone gli antisemiti sono solo una minoranza. La maggioranza è invece mossa da tre ordini di motivazioni distinte, che però, combinate, producono l’effetto auspicato da chi le ha sapute orchestrare.
In primo luogo c’è lo sgomento — spesso genuino — per le devastazioni che un esercito regolare deve infliggere per eliminare terroristi nascosti tra i civili e indistinguibili da essi. Le stragi causate inevitabilmente dall’azione militare israeliana non possono lasciare indifferente nessun essere umano.
Il secondo fattore, dopo lo strazio provocato dalle immagini provenienti da Gaza e moltiplicate dai dati diffusi da Hamas, è il rifiuto di rispondere a una domanda semplice: cosa avrebbe dovuto fare Israele per liberare gli ostaggi senza cedere al ricatto criminale di Hamas e per sradicarne il potere a Gaza?
Nell’impossibilità di trovare risposte verosimili e tollerabili, molti concludono che “in ogni caso non si doveva fare ciò che si è fatto”. Qualcos’altro — non si sa bene cosa — si poteva forse fare, ma non questo. L’incapacità di rispondere a quella domanda non suscita dubbi, perché si parte dall’idea che, se una soluzione alternativa è necessaria, allora deve anche esistere. È un punto di vista arbitrario: la storia e la logica ci insegnano che, a volte, le alternative non esistono, o non esistono diverse da una resa incondizionata al nemico.
Il terzo ordine di motivi è frutto di una narrazione mendace, secondo la quale non è vero che tutto sia iniziato il 7 ottobre 2023: tutto sarebbe iniziato con l’occupazione israeliana dei territori palestinesi e poi con l’“apartheid” di Gaza.
Ma, come sa chiunque si sia documentato, l’occupazione della Striscia di Gaza da parte di Israele — a cui ha rinunciato con il ritiro unilaterale delle truppe nel 2008 — fu l’effetto di una guerra iniziata nel 1948 non da Israele, ma dai paesi arabi che negavano (e in parte ancora negano) il suo diritto di esistere. Si trattava dunque di un’occupazione legittima, come legittima è ogni occupazione scaturita da una vittoria militare in una guerra mossa da paesi che mirano alla distruzione di uno Stato sovrano e democratico.
Quanto poi all’apartheid, non c’è e non c’è mai stata. Ci sono invece stati controlli legittimi su una popolazione che da ottant’anni chiede la soppressione dello Stato ebraico e lo attacca con il terrorismo. In questo contesto, il paradosso è che coloro che criticano Israele per questi controlli gli rimproverano anche di non averli attuati abbastanza efficacemente da impedire l’attacco del 7 ottobre: una critica a doppio senso che serve solo a continuare ad accusare Israele di tutto e del contrario di tutto.
Comunque la si pensi, la maggior parte dei manifestanti non è antisemita, non odia il popolo ebraico. Asseconda piuttosto un’ondata d’indignazione alimentata dai media, esibendo la tipica falsa coscienza di chi si sente parte di una comunità “buona”, animata dalle migliori intenzioni. Così, però, non si rende conto che il primo nemico della pace e della giustizia in Medio Oriente è proprio Hamas e le organizzazioni internazionali che lo sostengono. Di conseguenza, le manifestazioni diventano un atto di complicità con una delle più spietate organizzazioni criminali e antisemite della storia, contribuendo alla perpetuazione del suo potere.
La stessa “banalità del male” che oggi consente a folle di invocare una “pace giusta” è paragonabile a quella che, negli anni Trenta, consentiva ad altre folle di individuare negli ebrei la causa dei mali del mondo e di sentirsi appagate dal desiderio di eliminarli. Ciò che permise a milioni di persone di convivere con lo sterminio fu la falsa coscienza che li indusse a ritenere l’antisemitismo nazista normale e giustificato da “giuste ragioni storiche e politiche”, come il presunto pericolo delle plutocrazie occidentali — in realtà democrazie liberali.
Quella massa che Sigmund Freud, seguendo Nietzsche, definiva «un gregge docile che non può vivere senza un padrone» e «talmente assetata di obbedienza da sottomettersi istintivamente a chiunque se ne proclami padrone», oggi sfila inchinandosi a buona parte dei media occidentali e alla loro narrativa storicamente avversa alla società liberaldemocratica e capitalistica, di cui gli ebrei sono considerati un’icona.
E la famosa sentenza di Marx, «Die Religion ist das Opium des Volkes» (“La religione è l’oppio dei popoli”), per i novelli sedicenti marxisti islam-comunisti di oggi sembra non potersi applicare all’islamismo più aggressivo ed estremo, che si serve dei propri civili in modo non meno cinico di quanto Putin si serva del popolo russo e dei popoli assoggettati al suo impero.
In questo scenario fatto di narrative distorte e di propaganda filorussa e filoiraniana, nutrito quotidianamente da una propaganda islam-comunista sempre più aggressiva e arrogante, il tentativo di fare dell’Europa e dell’Occidente una nuova grande Palestina da islamizzare progressivamente si scontra con la resistenza di Israele e del popolo ebraico.
Ancora una volta essi sono chiamati a difendere i valori su cui si fonda l’intera civiltà occidentale — inclusi quelli cristiani —, troppo spesso lasciati in balia di letture irresponsabili e fuorvianti da parte di una Chiesa cattolica incerta e divisa, che potrà ritrovare il suo ruolo storico solo se saprà ergersi di nuovo a difesa di quella libertà di coscienza su cui si fonda ogni autentica fede cristiana e democratica.
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Anche se il futuro Stato palestinese, nato sotto la gestione dell’Anp previo riconoscimento dello Stato d’Israele, si dovesse rivelare un nemico d’Israele e continuasse a combatterlo, per Israele sarebbe sempre molto meglio combattere contro uno Stato che gli muove guerra che contro dei terroristi criminali in grado di militarizzare un territorio senza Stato usando civili come scudi unani suscitando così la falsa pietà delle false coscienze occidentali.
Io credo che occorra una lettura razionale ed equilibrata. Non si tratta, allo stato delle cose, di “parteggiare”. Bisognerebbe saper tirare una linea, per quanto possibile, e pensare al futuro, perché le ragioni del passato non si dipanano da oltre 70 anni, e difendere una delle due parti porta a giustificare le cose peggiori dall’una e dall’altra parte. Chiarisco: a mio modo di vedere Netanyahu è caduto in una trappola cucita su misura sul suo personaggio, rovinando e macchiando per sempre l’immagine internazionale di Israele, una trappola così ben riuscita che è la vera vittoria di Hamas (e in sostanza dell’Iran). Il fallimento di Oslo e l’alba di Hamas sono state una cosa sola, non basterebbe un’articolo a fare una sintesi, ma il risultato di questo processo sono stati la trasformazione della resistenza palestinese da movimento laico a integralismo islamico (almeno a Gaza) e l’ingresso della destra religiosa alla Knesset, una cosa inimmaginabile per decenni. Una polarizzazione che ha tirato fuori il peggio dalle due parti. Va poi aggiunto che, contrariamente al mondo arabo, quasi del tutto indifferente alla questione palestinese, quest’ultima fa leva sulle coscienze soprattutto europee, almeno da 50 anni, portando ad alcuni paradossi, ben descritti anche nell’articolo. Abbiamo poi la narrazione della legalità internazionale che chiude gli occhi sull’origine legale di Israele, figlia della risoluzione 181 del 1947, e simmetricamente sul fatto che trarre ostaggi tra i civili è completamente illegale, oltre che contrario alla convenzione di Ginevra. Quindi abbiamo gruppi di giovani LGBTQ, ad esempio, che difendono la teocrazia di Hamas, che li sbatterebbe tutti almeno in galera, se non peggio, ma non i ragazzi trucidati nel festival Supernova, uguali a loro… Per fare una sintesi iperbolica: Hamas cercava un genocidio, per statuto, e ha compiuto un massacro di civili, Netanyahu cercava una rappresaglia e gli è venuto un massacro più grande, definito però genocidio.
La sua nota, Sig. Claudio, è certamente dettata da buona volontà, ma è infarcita di errori che, nel tentativo di dare un colpo al cerchio e uno alla botte, finiscono per portare la diagnosi completamente fuori strada.
1. “Difendere una delle due parti porta a giustificare le cose peggiori dall’una e dall’altra parte.”
Dopo il 7 ottobre, un’affermazione del genere non è più solo ingenua: è fuori dalla realtà. Insiste sull’equiparazione tra Israele e Hamas, come se si trattasse di due entità simmetriche. Ma essere “dalla parte di Israele” non significa giustificare “le cose peggiori”; significa riconoscere — e avere il coraggio di dire — dove stanno la ragione e il torto. E in questo caso il confine è lampante: chi non lo vede, non vuole vederlo.
2. “Netanyahu è caduto in una trappola cucita su misura sul suo personaggio.”
Che personaggio sarebbe? Un despota, un guerrafondaio, un ossesso del potere? Si ha sempre l’impressione che certi giudizi vogliano evitare la clava, ma finiscano per usarla lo stesso. Netanyahu è il capo di un governo che combatte una guerra su sette fronti, contro nemici che dichiarano esplicitamente di voler distruggere lo Stato che egli presiede. Davvero è troppo difficile da capire?
3. “Il risultato di questo processo è stato la trasformazione della resistenza palestinese da movimento laico a integralismo islamico (almeno a Gaza).”
Errore storico grave: ci si illude che sia un conflitto territoriale, ma il conflitto è ideologico e religioso fin dall’origine. Basta aprire un libro di storia per seguire la cronologia dei pogrom (1920, 1921, 1929, 1936-39) e dei rifiuti arabi (dal Piano Peel fino a Annapolis) in poi, e comprendere il ruolo determinante del Muftì di Gerusalemme, Haj Amin al-Husseini, alleato del nazismo e ispiratore di un antisemitismo teologico e politico mai sopito, fino ad Arafat. Parlare di “trasformazione” è una semplificazione che cancella decenni di radici ideologiche e religiose.
4. “Una polarizzazione che ha tirato fuori il peggio dalle due parti.”
Quale sarebbe, esattamente, “il peggio di Israele”? Le menzogne del “genocidio”, della “pulizia etnica”, della “carestia indotta”? Le accuse costruite ad arte per demolire l’immagine di uno Stato democratico che, a differenza dei suoi aggressori, non usa i civili come scudi ma come cittadini da proteggere?
5. “La narrazione della legalità internazionale che chiude gli occhi sull’origine legale di Israele, figlia della risoluzione 181 del 1947.”
Anche qui, errore giuridico. Le risoluzioni dell’ONU non hanno forza costitutiva: non creano Stati. Israele non nasce da una risoluzione, ma in conformità al principio di diritto internazionale dello uti possidetis juris, che riconosce la continuità territoriale e giuridica degli ex Mandati al momento dell’indipendenza. È questo il fondamento legale, non una delibera dell’Assemblea Generale.
Insomma, mi dispiace dirlo, ma note di questo genere, pur animate da intenti conciliatori, finiscono per confondere invece che chiarire.
Qualsiasi equiparazione tra i palestinesi e Israele può generare solo una lunga serie di errori di valutazione a catena. Ciò non toglie tuttavia che il governo israeliano abbia commesso degli errori, sia in ambito comunicativo, sia nella sua politica in Cisgiordania e verso l’Anp. Credo che dal fallimento di Oslo avrebbe dovuto cercare di divaricare le posizioni dell’Anp da quelle di Hamas, mentre mi pare che abbia fatto il contrario. E poi ha commesso e continua a commettere il grave errore di vedere uno Stato palestinese disposto a riconoscere Israele e senza Hamas come un pericolo per la propria sicurezza, mentre secondo me è esattamente il contrario.
Concordo in gran parte col suo commento, ma non si tratta di “parteggiare”. Israele è per certi versi caduto in una trappola, ma dopo il 7/10/23 era difficile non caderci. Credo, e l’ho scritto più volte, che gli errori più gravi di Netanyahu siano stati la sua politica in Cisgiordania e verso l’Anp, nonché il grave e controproducente rifiuto di favorire la nascita di uno Stato palestinese senza Hamas disposto a riconoscere a Israele il diritto di esistere. Ma verso Hamas, dopo il 7/10, credo che avesse davvero poche alternative.
Uno Stato palestinese senza la presenza di Hamas, anche solo nell’area della Cisgiordania, era davvero possibile prima dei fatti del 7 ottobre? Israele avrebbe potuto anche riconoscerlo dando legittimità all’Anp, ma poi quest’ultima sarebbe stata in grado di sradicare le milizie e i gruppi terroristici? Sono domande fondamentali a mio avviso.
Secondo me si sarebbe arrivati comunque al punto che un intervento militare di Israele, magari anche solo di supporto o di aiuto alle forze Anp, sarebbe stato sicuro a un certo momento. Questo senza parlare di Gaza e di cosa si sarebbe potuto fare in un tale scenario.