6 pensieri su “Il massacro inaudito e i suoi complici da remoto

  1. Anche se il futuro Stato palestinese, nato sotto la gestione dell’Anp previo riconoscimento dello Stato d’Israele, si dovesse rivelare un nemico d’Israele e continuasse a combatterlo, per Israele sarebbe sempre molto meglio combattere contro uno Stato che gli muove guerra che contro dei terroristi criminali in grado di militarizzare un territorio senza Stato usando civili come scudi unani suscitando così la falsa pietà delle false coscienze occidentali.

  2. Io credo che occorra una lettura razionale ed equilibrata. Non si tratta, allo stato delle cose, di “parteggiare”. Bisognerebbe saper tirare una linea, per quanto possibile, e pensare al futuro, perché le ragioni del passato non si dipanano da oltre 70 anni, e difendere una delle due parti porta a giustificare le cose peggiori dall’una e dall’altra parte. Chiarisco: a mio modo di vedere Netanyahu è caduto in una trappola cucita su misura sul suo personaggio, rovinando e macchiando per sempre l’immagine internazionale di Israele, una trappola così ben riuscita che è la vera vittoria di Hamas (e in sostanza dell’Iran). Il fallimento di Oslo e l’alba di Hamas sono state una cosa sola, non basterebbe un’articolo a fare una sintesi, ma il risultato di questo processo sono stati la trasformazione della resistenza palestinese da movimento laico a integralismo islamico (almeno a Gaza) e l’ingresso della destra religiosa alla Knesset, una cosa inimmaginabile per decenni. Una polarizzazione che ha tirato fuori il peggio dalle due parti. Va poi aggiunto che, contrariamente al mondo arabo, quasi del tutto indifferente alla questione palestinese, quest’ultima fa leva sulle coscienze soprattutto europee, almeno da 50 anni, portando ad alcuni paradossi, ben descritti anche nell’articolo. Abbiamo poi la narrazione della legalità internazionale che chiude gli occhi sull’origine legale di Israele, figlia della risoluzione 181 del 1947, e simmetricamente sul fatto che trarre ostaggi tra i civili è completamente illegale, oltre che contrario alla convenzione di Ginevra. Quindi abbiamo gruppi di giovani LGBTQ, ad esempio, che difendono la teocrazia di Hamas, che li sbatterebbe tutti almeno in galera, se non peggio, ma non i ragazzi trucidati nel festival Supernova, uguali a loro… Per fare una sintesi iperbolica: Hamas cercava un genocidio, per statuto, e ha compiuto un massacro di civili, Netanyahu cercava una rappresaglia e gli è venuto un massacro più grande, definito però genocidio.

    1. La sua nota, Sig. Claudio, è certamente dettata da buona volontà, ma è infarcita di errori che, nel tentativo di dare un colpo al cerchio e uno alla botte, finiscono per portare la diagnosi completamente fuori strada.

      1. “Difendere una delle due parti porta a giustificare le cose peggiori dall’una e dall’altra parte.”
      Dopo il 7 ottobre, un’affermazione del genere non è più solo ingenua: è fuori dalla realtà. Insiste sull’equiparazione tra Israele e Hamas, come se si trattasse di due entità simmetriche. Ma essere “dalla parte di Israele” non significa giustificare “le cose peggiori”; significa riconoscere — e avere il coraggio di dire — dove stanno la ragione e il torto. E in questo caso il confine è lampante: chi non lo vede, non vuole vederlo.

      2. “Netanyahu è caduto in una trappola cucita su misura sul suo personaggio.”
      Che personaggio sarebbe? Un despota, un guerrafondaio, un ossesso del potere? Si ha sempre l’impressione che certi giudizi vogliano evitare la clava, ma finiscano per usarla lo stesso. Netanyahu è il capo di un governo che combatte una guerra su sette fronti, contro nemici che dichiarano esplicitamente di voler distruggere lo Stato che egli presiede. Davvero è troppo difficile da capire?

      3. “Il risultato di questo processo è stato la trasformazione della resistenza palestinese da movimento laico a integralismo islamico (almeno a Gaza).”
      Errore storico grave: ci si illude che sia un conflitto territoriale, ma il conflitto è ideologico e religioso fin dall’origine. Basta aprire un libro di storia per seguire la cronologia dei pogrom (1920, 1921, 1929, 1936-39) e dei rifiuti arabi (dal Piano Peel fino a Annapolis) in poi, e comprendere il ruolo determinante del Muftì di Gerusalemme, Haj Amin al-Husseini, alleato del nazismo e ispiratore di un antisemitismo teologico e politico mai sopito, fino ad Arafat. Parlare di “trasformazione” è una semplificazione che cancella decenni di radici ideologiche e religiose.

      4. “Una polarizzazione che ha tirato fuori il peggio dalle due parti.”
      Quale sarebbe, esattamente, “il peggio di Israele”? Le menzogne del “genocidio”, della “pulizia etnica”, della “carestia indotta”? Le accuse costruite ad arte per demolire l’immagine di uno Stato democratico che, a differenza dei suoi aggressori, non usa i civili come scudi ma come cittadini da proteggere?

      5. “La narrazione della legalità internazionale che chiude gli occhi sull’origine legale di Israele, figlia della risoluzione 181 del 1947.”
      Anche qui, errore giuridico. Le risoluzioni dell’ONU non hanno forza costitutiva: non creano Stati. Israele non nasce da una risoluzione, ma in conformità al principio di diritto internazionale dello uti possidetis juris, che riconosce la continuità territoriale e giuridica degli ex Mandati al momento dell’indipendenza. È questo il fondamento legale, non una delibera dell’Assemblea Generale.

      Insomma, mi dispiace dirlo, ma note di questo genere, pur animate da intenti conciliatori, finiscono per confondere invece che chiarire.

      1. Qualsiasi equiparazione tra i palestinesi e Israele può generare solo una lunga serie di errori di valutazione a catena. Ciò non toglie tuttavia che il governo israeliano abbia commesso degli errori, sia in ambito comunicativo, sia nella sua politica in Cisgiordania e verso l’Anp. Credo che dal fallimento di Oslo avrebbe dovuto cercare di divaricare le posizioni dell’Anp da quelle di Hamas, mentre mi pare che abbia fatto il contrario. E poi ha commesso e continua a commettere il grave errore di vedere uno Stato palestinese disposto a riconoscere Israele e senza Hamas come un pericolo per la propria sicurezza, mentre secondo me è esattamente il contrario.

    2. Concordo in gran parte col suo commento, ma non si tratta di “parteggiare”. Israele è per certi versi caduto in una trappola, ma dopo il 7/10/23 era difficile non caderci. Credo, e l’ho scritto più volte, che gli errori più gravi di Netanyahu siano stati la sua politica in Cisgiordania e verso l’Anp, nonché il grave e controproducente rifiuto di favorire la nascita di uno Stato palestinese senza Hamas disposto a riconoscere a Israele il diritto di esistere. Ma verso Hamas, dopo il 7/10, credo che avesse davvero poche alternative.

      1. Uno Stato palestinese senza la presenza di Hamas, anche solo nell’area della Cisgiordania, era davvero possibile prima dei fatti del 7 ottobre? Israele avrebbe potuto anche riconoscerlo dando legittimità all’Anp, ma poi quest’ultima sarebbe stata in grado di sradicare le milizie e i gruppi terroristici? Sono domande fondamentali a mio avviso.
        Secondo me si sarebbe arrivati comunque al punto che un intervento militare di Israele, magari anche solo di supporto o di aiuto alle forze Anp, sarebbe stato sicuro a un certo momento. Questo senza parlare di Gaza e di cosa si sarebbe potuto fare in un tale scenario.

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