Nella serata di domenica primo settembre la Germania è stata turbata dai risultati delle elezioni regionali in Sassonia e Turingia, che hanno visto l’affermazione del partito di estrema destra AfD e del nuovo movimento dell’estrema sinistra populista Bsw. Ma la settimana è iniziata con una notizia più preoccupante e concreta. Lunedì il colosso dell’automotive Volkswagen ha annunciato che sta valutando la chiusura di alcune fabbriche in Germania, per la prima volta in 87 anni di storia aziendale.
«L’industria dell’auto europea si trova in una situazione molto impegnativa»ha detto l’amministratore delegato del gruppo Oliver Blume. «L’ambiente economico è diventato più duro, nuovi concorrenti stanno entrando nel mercato, la Germania come sede di produzione è arretrata in termini di competitività». Volkswagen sta perdendo quote nel suo più grande mercato di sbocco, la Cina, dove nella prima metà di quest’anno le vendite sono scese del 7% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso e l’utile operativo si è ridotto dell’11,4%.
L’azienda ha perso terreno rispetto ai marchi locali di veicoli elettrici, in particolare la Byd, il colosso dell’automotive cinese che mira a conquistare l’Unione europea. Per recuperare competitività, dalla fine dell’anno scorso Volkswagen si è impegnata in una politica di riduzione dei costi da 10 miliardi di euro entrando in conflitto con i sindacati, ma è solo l’inizio di una ristrutturazione che coinvolgerà i 683mila dipendenti del gruppo in giro per il mondo, compresi i 300mila in Germania.
L’industria manifatturiera tedesca, che già soffriva di problemi strutturali, è entrata in grave difficoltà da quando l’invasione russa dell’Ucraina ha messo fine a un’era di bassi prezzi dell’energia. Gli aumenti dei tassi d’interesse sui prestiti hanno aggiunto pressione, costringendo il Paese a una stagnazione prolungata mentre le speranze di una rapida ripresa si sono gradualmente affievolite.

Anche le banche ne risentono. Nella prima metà del 2024 gli accantonamenti per fronteggiare i rischi di credito sono aumentati di quasi il 50% e molti istituti hanno detto che in gran parte ciò è dovuto ai prestiti erogati ad aziende e consumatori in difficoltà. Nel primo semestre le insolvenze aziendali sono infatti aumentate del 30% rispetto all’anno precedente, raggiungendo il livello più alto in un decennio.
A causa dei costi superiori alle attese di alcuni progetti in corso, quest’anno il gigante dell’acciaio Thyssenkrupp ha registrato una perdita netta trimestrale di 54 milioni di euro, un brusco crollo rispetto all’utile di 83 milioni dell’anno precedente. Fra le grandi società in difficoltà finanziarie ci sono i produttori della chimica OQ Chemicals ed Heubach, il fornitore di materie prime Bay Wa, il produttore di batterie Varta. I finanziatori di queste industrie sono banche come Commerzbank, Deutsche Bank, BayernLb, Lbbw e Nord/Lb. «Nei prossimi mesi è possibile che le insolvenze aziendali aumentino, dati i problemi crescenti tra cui i maggiori costi di prestito» scrive Commerzbank nel suo ultimo rapporto sul secondo trimestre del 2024.
L’opinione diffusa fra gli esperti è che le cose peggioreranno ancora prima di migliorare. Quella della Germania non è una crisi congiunturale. La “konjunktur”, come la chiamano i tedeschi, è una fluttuazione ciclica dove un periodo di espansione viene seguito da una fase di ristagno o recessione, che viene superata con politiche fiscali e monetarie. Ma questa non è soltanto una crisi: è una fase storica che riguarda tutta l’Europa, a partire dall’Italia.
Articolo pubblicato su LA RAGIONE del 4 settembre 2024
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