
Traduzione dall’inglese di Alessandra Libutti
I recenti eventi globali hanno messo in dubbio la posizione del liberalismo come approccio dominante alla comprensione della politica mondiale. L’invasione russa dell’Ucraina, la risposta decisa di Israele agli attacchi del 7 ottobre e l’eredità della politica estera “America First” di Trump hanno segnato una chiara rinascita degli approcci realisti alla politica mondiale. La visione liberale ottimistica del progresso, fondata sulla ragione e sulla cooperazione, affronta sfide senza precedenti. L’incapacità apparente delle istituzioni liberali di prevenire o risolvere conflitti contemporanei ha sollevato domande critiche sul potere esplicativo del liberalismo.
Il quadro tradizionale del liberalismo
È importante sottolineare che il quadro teorico del liberalismo costituisce una base chiave per comprendere la politica mondiale. Nato dai pensatori illuministi, nel suo lavoro Perpetual Peace: A Philosophical Sketch del 1795, Kant ha delineato le tre condizioni fondamentali per la pace perpetua: costituzioni repubblicane, interdipendenza economica e istituzioni internazionali. Questo legame tra politica interna e internazionale è cruciale per il potere esplicativo della teoria liberale.
La teoria della pace democratica rappresenta uno dei contributi più importanti del liberalismo, poiché i liberali credono che gli stati democratici non abbiano motivo e non dovrebbero entrare in guerra tra loro. Il liberalismo commerciale ha dimostrato che i legami economici tra Stati creano interessi reciproci che scoraggiano i conflitti, anche se l’idea di un’armonia naturale degli interessi nelle relazioni politiche ed economiche internazionali è stata messa in discussione all’inizio del XX secolo, in particolare quando economie altamente interdipendenti come Regno Unito e Germania sono comunque entrate in guerra.
Il pensiero liberale ha presto riconosciuto che “la pace non è una condizione naturale, ma deve essere costruita”. La pace e la prosperità richiedono “meccanismi consciamente progettati” attraverso istituzioni internazionali robuste piuttosto che emergere naturalmente dai soli legami economici. L’ordine liberale post Seconda Guerra Mondiale lo ha esemplificato attraverso istituzioni come le Nazioni Unite, la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale e la NATO, nonché il sistema di Bretton Woods, che mirava a facilitare la pace attraverso la crescita economica, lo sviluppo e il commercio fornendo un quadro stabile per l’attività economica internazionale.
Il concetto di “pluralismo liberale” è un’altra idea centrale per questo quadro, in cui il potere nelle relazioni internazionali non è più concentrato negli Stati e nei rispettivi governi, ma è disperso attraverso una varietà di istituzioni. Sono proprio questi vincoli istituzionali e valori condivisi a creare pace tra le democrazie liberali, con queste “corporazioni multinazionali, organizzazioni non governative, gruppi di pressione e organizzazioni intergovernative” che creano interdipendenza, anche se possono ancora impegnarsi in conflitti con stati non democratici. L’Unione Europea rappresenta la perfetta esemplificazione moderna di questa visione liberale, trasformando avversari storici in partner economici.
Questo spunto fondamentale mostra come i liberali credano che espandere la democrazia a livello globale migliori la stabilità e la pace internazionale, nonostante ciò trascuri il fatto cruciale che la democrazia è un’istituzione che richiede avanzamenti sociali a lungo termine e condizioni specifiche per materializzarsi, che non possono essere semplicemente instaurate. Mentre questi principi liberali hanno rivoluzionato le relazioni internazionali e fornito quadri fondamentali per comprendere la politica mondiale.
Il fallimento delle istituzioni globali nell’evolversi nel dopoguerra
Nonostante la sua resilienza e validità teorica, l’ordine liberale oggi affronta sfide significative. Un esempio chiave è rappresentato dalla limitata efficacia delle Nazioni Unite nella crisi ucraina. Nonostante la diffusa condanna internazionale contro l’invasione da parte della Russia, la paralisi del Consiglio di Sicurezza a causa del potere di veto della Russia nel 2014 e nel 2022 ha illustrato quelle che sono state costantemente identificate come debolezze fondamentali nel design istituzionale liberale. Gli stati possono utilizzare il loro potere di veto come membri permanenti per “difendere la propria aggressione” (L. Thomas-Greenfield, ambasciatore USA al Consiglio di Sicurezza, 2022) e, nonostante le richieste di riforma da parte di numerosi ambasciatori, il potere di veto del Consiglio di Sicurezza rimane invariato dalla sua istituzione, a dispetto delle profonde differenze nelle dinamiche globali. I rappresentanti norvegesi all’ONU hanno formalmente sostenuto che i veti della Russia “impediscono al Consiglio di adempiere al suo mandato per il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale” (REF). Thomas-Greenfield ritiene che che si tratti di un fallimento istituzionale che impedisce al Consiglio di adempiere alla sua funzione.
Peters (2023) del Max Planck Institute for International Law fornisce una critica fondamentale al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, affermando che “La composizione del Consiglio e il potere di veto congelano un momento storico privilegiando stati che erano potenti nel 1945, ma che potrebbero non essere più altrettanto importanti su scala mondiale, soprattutto rispetto a stati non europei che sono giganti economici e politici come il Brasile o l’India”. La sua analisi crea basi per una riforma del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite: i veti che proteggono l’aggressione di una nazione dall’essere censurata dovrebbero essere considerati astensioni ai sensi dell’Articolo 27(3) della Carta dell’ONU, in combinazione con il divieto di abuso di diritti e obblighi per garantire il rispetto del diritto alla vita – Peters, 2023. Naturalmente, le riforme restano altamente improbabili, dimostrando anche quanto facilmente le istituzioni liberali possano essere strumentalizzate da regimi autocratici.
Un ulteriore punto correlato è che l’approccio stesso ai negoziati con stati autoritari adottato dall’internazionalismo liberale si è rivelato particolarmente problematico. È diventato chiaro che, in casi in cui una delle parti negozia in malafede, l’affidamento del liberalismo internazionale al compromesso e alla comprensione reciproca può essere sfruttato, come dimostrato dal completo fallimento delle iniziative diplomatiche sull’Ucraina, l’Iran e la Corea del Nord. Queste debolezze strutturali nei sistemi di sicurezza collettiva, in cui il design istituzionale non tiene conto della politica di potere, sono storicamente esemplificate dall’Accordo di Monaco del 1938, ma esistono paralleli moderni nei fallimenti degli Accordi di Minsk con la Russia e nella manipolazione dell’accordo nucleare dell’Iran. In parole semplici, sta diventando sempre più evidente che le democrazie non possono più semplicemente continuare a giungere a compromessi e discutere con le dittature, aumentando la necessità di approcci realisti nel mondo moderno.
Questo schema ha contribuito a una marcata rinascita degli approcci realisti. La priorità data alla deterrenza militare rispetto alla mediazione internazionale è dimostrata dalla risposta di Israele all’attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre. Allo stesso modo, la dottrina “America First” promossa da Trump aveva anticipato questi eventi, riflettendo un crescente scetticismo verso i vincoli istituzionali liberali. In molti modi, la politica di potere si rinnova durante le crisi di sicurezza, e quando uno Stato deve scegliere tra aspirazioni liberali e imperativi di sicurezza, sceglierà sempre gli imperativi di sicurezza.
Una grande sfida per l’internazionalismo liberale è l’idea che la posizione relativa degli Stati Uniti stia diminuendo, e non è chiaro se il mondo sia ancora “unipolare”, come era stato stabilito dopo la fine della Guerra Fredda. Questo ha ridotto la capacità degli Stati Uniti di affrontare i rischi globali mentre le potenze emergenti richiedono maggiore autorità. Si è creata una situazione in cui “ci troviamo ancora una volta in un mondo gerarchico in cui alcuni stati sono più sovrani di altri”, sfidando direttamente i principi di uguaglianza e cooperazione che le istituzioni liberali erano state create per tutelare. La sfida della Cina all’egemonia liberale rappresenta forse l’alternativa sistemica più significativa. Oltre a rifiutare semplicemente le norme liberali, la Cina offre una visione concorrente dell’ordine internazionale, combinando coinvolgimento economico con governance autoritaria. L’attrattiva di questo modello per i paesi in via di sviluppo, evidenziata dal coinvolgimento con l’iniziativa Belt and Road, suggerisce una crisi ancora più profonda per l’internazionalismo liberale rispetto alla semplice inefficacia istituzionale discussa in tutto questo saggio.
Sintesi liberale-realista
Procedendo dall’analisi delle sfide che il liberalismo deve affrontare, una via da seguire potrebbe essere trovata nella sintesi dei due approcci, piuttosto che considerarli reciprocamente esclusivi. Ciò implicherebbe il riconoscimento della continua rilevanza del realismo pur preservando il quadro istituzionale del liberalismo. L’integrazione della politica di potere nei quadri liberali rappresenta un’importante innovazione teorica. Secondo Deudney in New Thinking in International Relations Theory, gli approcci geopolitici rappresentano “le principali teorie del realismo sul cambiamento fondamentale” che possono integrare l’istituzionalismo liberale. Questa sintesi riconosce che, sebbene le istituzioni e le norme contino, esse devono essere ancorate alle capacità materiali e agli interessi strategici. Ikenberry, nel suo lavoro del 2009 Liberalism in a Realist World, offre alcune intuizioni su come mantenere i principi moderni in un mondo sempre più realista.
La riforma delle istituzioni internazionali esemplifica questo approccio ibrido, accettando l’inevitabile ascesa del realismo pur mantenendo i principi liberali. Mentre le riforme del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite proposte da Peters (2023) sono un buon punto di partenza, le istituzioni, in particolare le Nazioni Unite, devono andare oltre per evitare che l’internazionalismo liberale diventi obsoleto. Esempi contemporanei illustrano come questa sintesi funzioni in pratica. Il regime di sanzioni contro la Russia dopo l’invasione dell’Ucraina combina l’interdipendenza economica con il potere coercitivo, dimostrando come gli strumenti liberali possano servire fini realistici. Gruppi “minilaterali” come il Quad (Stati Uniti, Giappone, India e Australia) mescolano valori democratici con un bilanciamento strategico contro le potenze emergenti.
Questa sintesi liberale-realista suggerisce diversi possibili percorsi. Piuttosto che un ordine post-liberale, potrebbe emergere un “realismo liberale”, un ordine che conserva le caratteristiche essenziali del liberalismo ma impara a convivere con le realtà della politica di potere. Potrebbe assumere la forma di istituzioni riformate che riflettano la distribuzione del potere odierna ma operino ancora secondo le regole liberali. Tuttavia, la questione fondamentale è che il futuro del liberalismo richiede adattamento, non abbandono.
Conclusione
Sebbene le fondamenta teoriche del liberalismo rimangano strumenti chiave per spiegare la politica mondiale, la sua incapacità di adattare le strutture ai cambiamenti, in presenza della riemersione della politica di potere, rischia di renderlo sempre più obsoleto nella risoluzione delle questioni globali attuali. La sintesi tra i quadri istituzionali liberali e le considerazioni di potere realistico si presenta come un percorso pragmatico, anche se la sua efficacia potenziale non è ancora nota. Invece, il futuro del liberalismo dipende dalla sua capacità di modificare l’architettura istituzionale per accogliere sia le realtà politiche del potere sia i valori liberali di cooperazione, stato di diritto e risoluzione pacifica delle controversie. Questa evoluzione, sebbene difficile, rimane essenziale per comprendere e gestire le relazioni internazionali in un mondo emergente multipolare.
Bibliografia
- Best, E. e Christiansen, T. (2023). The Globalization of World Politics
- Deudney, D. (1997). New Thinking in International Relations Theory
- Drinkwater, D. (2005). Sir Harold Nicolson and International Relations: The Practitioner as Theorist
- Dunne, T. (2023). The Globalization of World Politics
- Ikenberry, G.J. (2009). Liberalism in a Realist World: International Relations Theory and International Economic Order
- Kant, I. (1795). Perpetual Peace: A Philosophical Sketch
- Luard, E. (1992). Basic Texts in International Relations
- Mazower, M. (2012). Governing the World: The History of an Idea
- Peters, A. (2023). The war in Ukraine and the curtailment of the veto in the Security Council
- Steans, J. et al. (2010). An Introduction to International Relations Theory: Perspectives and Themes
- Thomas-Greenfield, L. (2022). Dichiarazione al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite
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Il problema è che il liberalismo viene sempre più confuso col liberismo… mentre sono due cose completamente diverse (anche se i liberisti cercano sempre di più di spacciarsi come liberali).