

Seconda puntata di un lavoro di Vincenzo Russo in tre parti dedicato alla persistenza dei populismi nelle democrazie contemporanee: dalla crisi della rappresentanza politica alla trasformazione digitale del consenso, passando per il laboratorio italiano. Qui la prima parte
In Italia il populismo matura molto prima del 2018: nasce dalla crisi della politica, dal giustizialismo, dall’antipolitica televisiva e dal mito salvifico della società civile.
È evidente che la prassi populista contemporanea è in grado di combinare elementi diversi delle due forme di populismo. Ancora una volta, il caso americano è emblematico.
Quasi ogni forma di populismo abita, poi, un immaginifico edificio morale, una sorta di empireo dal quale sono esclusi gli altri, i diversi: i corrotti nel pensiero e nei portafogli. Si tratta delle oligarchie usurpatrici che, in qualche modo, hanno tradito gli onesti cittadini e vanno cacciate.
La rinata sovranità popolare può fare a meno delle stantie istituzioni rappresentative perché sarà il leader, con lo slancio del suo movimento, a interpretare e fare il “bene del popolo”, magari aprendo le istituzioni “come una scatoletta di tonno”.
È la – pressoché costante, sul terreno del populismo – trasposizione del conflitto politico sul piano etico, che vede la contrapposizione tra i giusti e gli empi, tra gli onesti e i corrotti.
La dimensione politica, fatta di ideali, retorica al servizio di una causa, formazione sul campo e “merda e sangue” (Rino Formica), è d’un tratto espunta dall’appeal dell’“uomo qualunque”, che con la sua aura di Cincinnato de noantri – senza aver mai gestito un condominio o vinto un tafferuglio – saprà raddrizzare l’intero Paese. Se, poi, è pure azzimato, le istituzioni internazionali godranno dei suoi rari servigi, e potrà dare alle stampe il resoconto dei suoi “primi quarant’anni” verso il nulla.
Se le cose stanno così, non ci resta che constatare come l’Italia, a causa dell’incapacità di gestire i consistenti flussi migratori cui è soggetta, dell’apertura commerciale e delle disfunzioni e sperequazioni generate dal suo pachidermico welfare, sia il laboratorio perfetto per ogni esperimento populista.
In effetti, la tempesta populista italiana comincia a prendere forma almeno vent’anni prima della rivolta internazionale contro l’establishment – altra parola pigliatutto – occidentale, che continua a scuotere le istituzioni di molti Paesi democratici.
Dopo la caduta del muro di Berlino e la crisi identitaria dei partiti che si rifacevano ai due blocchi ideologici – anche se uniti dalla comune passione per la spesa pubblica –, l’operazione Mani pulite irrompe violentemente sulla scena incarnando la quintessenza del populismo: un piccolo team di probi giudici mette sotto scacco la masnada dei politici corrotti, con il risultato dell’annientamento di una classe dirigente e della diserzione dalla politica della gente comune.
“Quando la gente ci applaude, applaude se stessa”. Sono le parole dell’allora capo della Procura di Milano, Borrelli. Su questa scia, diversi magistrati dell’“anticorruzione” sono transitati, con successo, sul terreno politico.
Chi aveva dato una soluzione giudiziaria a un problema politico, che la classe dirigente inebetita dallo tsunami di Tangentopoli non aveva avuto il coraggio di sollevare, sceglieva di riaffermare, sia pure per vanagloria, il primato della politica. Ovviamente, l’oggetto della tragica contesa era il finanziamento dei partiti. Le ruberie personali, ora come allora, sono altra cosa.
Con la complicità della sinistra, che ha dato man forte all’azione del pool di Mani pulite, è iniziata la stagione della spasmodica ricerca di un’alternativa ai politici di lungo corso, ormai messi all’angolo.
Dopo la breve parentesi del governo tecnico presieduto dall’autorevole figura di Carlo Azeglio Ciampi – ex governatore della Banca d’Italia, con i suoi ministri esperti non politici –, che avrebbe dovuto svolgere una funzione rigenerante per il Paese, favorendo l’emersione di una nuova classe dirigente, è arrivato però Berlusconi. Il vero precursore dei populismi moderni. Per certi aspetti Berlusconi è stato Trump prima di Trump.
Con il suo populismo ante litteram da tele-imbonitore, Berlusconi è riuscito a far passare il messaggio che da quel momento gli unici personaggi degni di fiducia, ai quali conferire poteri pubblici, dovevano essere quelli come lui: imprenditori o manager di successo che avevano prodotto qualcosa di buono per il Paese, e non più i soliti incapaci e fannulloni della “Roma ladrona”. Salvo distribuire, poi, seggi in Parlamento all’inesauribile schiera di fedelissimi e fedelissime dalle più disparate (in)competenze.
Dopo le due sconfitte di Berlusconi a favore della sinistra guidata da un altro “papa straniero”, Romano Prodi, sempre in ossequio al principio della superiorità della società civile, l’ennesimo tentativo di governo tecnico di Mario Monti con i suoi competenti, e quello del centrosinistra con la leadership politica tradizionale di Matteo Renzi, pur se nella veste populista di “rottamatore”, si approda alle elezioni del 4 marzo 2018.
È una data storica che segna la definitiva deriva populista del nostro Paese, a seguito dei fallimenti precedenti di ristabilire nuovi equilibri. Le elezioni sanciscono, infatti, il successo del Movimento 5 Stelle e della Lega, le due “palle di cannone”, a lunga gittata temporale, sparate dal furore giustizialista di Tangentopoli.
L’Italia può così vantare il primato di aver apparentato i populismi di destra e di sinistra in un’alleanza governativa che affida la Presidenza del Consiglio a un perfetto sconosciuto: Giuseppe Conte, il quale si autoproclamerà “avvocato del popolo”.
Nel suo discorso alla Camera, Conte dichiara con un lapsus che farà di tutto per difendere la “presunzione di colpevolezza”. L’abolizione della prescrizione era già nel suo programma di governo. Il popolo trova sempre il modo di ritorcersi contro se stesso, ignorando che anche Robespierre ebbe modo di ispirarsi a Cesare Beccaria.
Non sapremo mai come sia venuto fuori il nome di Conte. Quello che sappiamo è che Steve Bannon – il principale ideologo del movimento Maga – va in sollucchero e dichiara:
“In Italia Salvini e Di Maio si sono uniti per questa ragione. Hanno accettato di mettere da parte le loro differenze per combattere in favore della sovranità del popolo italiano”. Un netto progresso nella “costruzione di un’infrastruttura del populismo globale”.
A fronte di cotanto autorevole, stentoreo richiamo alla sovranità, gli esiti non potevano che essere grandiosi: il fallimento di una nazione sotto il peso di centinaia di miliardi di debito pubblico aggiuntivo – leggasi Superbonus et similia.
Sorrido – sardonicamente – quando ascolto noti commentatori asserire che dovremmo essere grati al Movimento 5 Stelle perché è stato capace di intercettare una parte importante del dissenso canalizzandolo all’interno delle istituzioni rappresentative. Ma siamo seri? Parliamo di democrazia o di terrorismo? Mi sorge il dubbio che dai tempi dei “compagni che sbagliavano” alcuni non si siano ancora ripresi.
Eppure un merito il Movimento 5 Stelle l’ha avuto: consentire a una forza politica estremista, tutto sommato minoritaria, come la Lega di Salvini, di approdare al governo. In genere, in Europa, i partiti di estrema destra non trovano alleati disposti a governare con loro.
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