
In questi giorni il mondo che possiamo definire “ESG” (è l’acronimo per Environmental, Social and corporate Governance) è stato travolto dall’onda d’urto provocata dai primi, previsti ed ampiamente annunciati, ordini esecutivi del neo eletto Presidente degli Stati Uniti Donald Trump in materia di energia ed ambiente.
Trump non ha fatto nulla di particolare (se non si vuole considerare tale mantenere quanto promesso in campagna elettorale, ma questo è un altro discorso), il suo atteggiamento verso certe politiche ambientaliste era più che noto.
Quello che è andato oltre le mie aspettative, onestamente, è stato il repentino accodarsi festanti a questa nuova direzione di società, personaggi e politici che fino a poco tempo fa si ergevano a paladini di queste politiche. Quasi che non credessero veramente a quanto dicevano e facevano, ma seguissero solo una moda o, se volessimo esser più cattivi, un certo filone di finanziamenti.
Ora, il titolo del mio blog, e quanto ho scritto e sostenuto sempre, mi autorizzerebbe in teoria a schierarmi tra gli oggi trionfanti “Io ve lo avevo detto”. Sarebbe ovviamente sciocco, e del tutto fuori luogo. Perché ora il rischio è buttare via il bambino (magari viziato), con l’acqua sporca.
Sono e resto critico su molti aspetti di come fino ad oggi, specialmente in Europa, abbiamo gestito la transizione ecologica, su come si siano finanziati più i prodotti che i processi produttivi, su come si sia seguito un imprinting finanziario più che industriale. La realtà e la termodinamica stanno presentando il conto, materializzandosi nell’aumento delle bollette. Ma ora azzerare tutto ha ancora meno senso. Va corretta la rotta, adeguato il sistema, ma non si può certo tornare indietro, perché c’è molto di buono in quello che si è fatto fino ad oggi. Si deve rallentare su alcuni aspetti, accelerare su altri, lasciare più spazio al mercato, alla competizione tecnologica e fermare la corsa al sussidio.
Erano mesi (potete leggerlo negli articoli precedenti) che sottolineavo come, al di là di trionfali (in apparenza) dati sui record delle rinnovabili, si addensassero nubi all’orizzonte. Tanto tuonò che piovve.
Mentre gli occhi e le orecchie di tutti erano giustamente orientate verso ovest, sintonizzate su Washington per l’insediamento di Trump, per l’Europa e la sua futura politica sui temi ambientali, era probabilmente più importante il documento pubblicato dal Partito Popolare Europeo, che è quello della presidente Von Der Leyen. Cosa chiede in sintesi?
1) Deregulation, ovvero meno leggi e semplificare procedure e norme
2) Meno reportistica “green” per le aziende, specialmente le più piccole
3) Forti limiti alle rendicontazioni sulla CO2, rallentamento sulla direttiva “case green”.
4) Neutralità delle fonti energetiche per il contenimento delle emissioni.
Questo cambio di direzione, il modo in cui si pone in evidenza il prezzo troppo alto dell’energia, e si invoca il pragmatismo, è il passaggio più dirompente. Se non una inversione ad U, pare finalmente una presa di coscienza della realtà. Speriamo che alle parole seguano i fatti, con provvedimenti meno ideologici e più pragmatici, meno soldi a pannelli e batterie e più a reti e fabbriche, lasciando al mercato se e dove installare impianti che si reggano da soli.
L’Europa rischia seriamente di essere schiacciata tra due giganti, USA e Cina, in attesa del terzo, l’India, e con i Sauditi che si stanno posizionando in modo molto intelligente. Vale per tanti campi, non solo per quello ambientale. Se non torniamo competitivi, saremo solo terra di conquista.
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