

“Vivemmo per anni come se la verità fosse una malattia contagiosa.”
György Konrád, dissidente ungherese
Dei più entusiasti sostenitori delle ragioni della Russia di Putin mi fa orrore soprattutto il loro opportunismo lucido e spavaldo. La sfrontatezza di chi ce la sta intortando – credendo di non essere visto mentre sbircia dalle veline ufficiali della propaganda del Cremlino – con la corruzione in Ucraina (che è una copia sbiaditissima di quella russa), con fantasmagoriche ricostruzioni “geopolitiche” sull’“aggressività della NATO”, sulle “provocazioni dell’Occidente” e tutte le altre amenità propinate a reti unificate grazie alla benevolenza del circo televisivo nazionale.
Alcuni già noti, altri usciti dall’anonimato, questi difensori delle ragioni russe continuano a spacciare la propaganda di seconda mano di un regime che ammazza oppositori e giornalisti, brutalizza i paesi vicini, mente per statuto e vocazione e ha trasformato ogni leva del potere – politica, militare, economica e mediatica – in strumenti di intimidazione, violenza e corruzione morale.
C’è qualcosa di osceno nella leggerezza con cui tanti sostenitori occidentali del regime putiniano difendono un potere liberticida che non li ha mai sfiorati: gente che ha accumulato soldi e visibilità insolentendo un paese devastato come l’Ucraina, senza aver mai rischiato un giorno di galera, una perquisizione all’alba, un’esclusione sociale.
Anzi. Hanno trasformato l’altrui oppressione in una leva di promozione personale. La stessa leggerezza – e lo stesso cinismo – appartengono al circuito mediatico che li ospita e li promuove: un ecosistema che monetizza la provocazione, trasforma la propaganda in intrattenimento e offre palcoscenici dorati a chi la spara più grossa.
Una leggerezza, ecco l’oscenità della loro frivolezza, che nasce dal privilegio di non aver mai vissuto davvero in una dittatura. Perché chi sa, chi ha visto, chi ha dovuto tacere, chi ha perso amici e parenti, identità, lingue, non si fa beffe della libertà altrui, quando questa è in reale pericolo.
Pensiamo ai paesi dell’ex blocco sovietico. I polacchi, che hanno subito l’occupazione sovietica post-bellica e la repressione, non esitano a vedere nella Russia contemporanea una minaccia esistenziale. Lo stesso vale per i baltici – estoni, lettoni e lituani – che ricordano le deportazioni di massa negli anni ’40 e ’50, quando decine di migliaia furono inviati nei gulag siberiani. I cechi, segnati dalla Primavera di Praga del 1968 schiacciata dai carri armati sovietici, mantengono una vigilanza ferrea sugli appetiti russi.
Questi popoli, forgiati da decenni di oppressione, sarebbero pronti a imbracciare le armi oggi stesso per difendere la propria libertà contro l’espansionismo russo. È un retaggio radicato in un trauma collettivo che qui da noi viene allegramente sbertucciato dai nostri opinionisti da prima serata.
Un trauma collettivo che vale anche per Taiwan nei confronti della Cina. L’isola, che ha vissuto l’esodo dal continente dopo la vittoria di Mao nel 1949, resiste con tenacia alle pressioni di Pechino. I taiwanesi, testimoni delle repressioni del Partito Comunista Cinese – dalla Rivoluzione Culturale alle attuali restrizioni a Hong Kong – vedono nella “riunificazione” una sentenza di morte per la loro democrazia. La resilienza di Taiwan non è frutto di nazionalismo cieco, ma di una memoria viva: chi ha sfiorato l’oppressione totalitaria non cazzeggia in tv.
Come scrisse il premio Nobel lituano Czes?aw Mi?osz ne La mente prigioniera: “L’uomo può abituarsi a tutto, basta che gli si tolga abbastanza presto la libertà”. Ecco: chi oggi gioca col fuoco dell’imperialismo russo è qualcuno che non ha mai provato sulla propria pelle cosa significhi quando quella libertà svanisce. Non sa cosa significhi non potere parlare. Non sa cosa significhi non potere pensare. Non sa cosa significhi avere lo Stato dentro casa, dentro le stanze della propria mente.
Ecco perché giudico osceno questo grande cazzeggio quotidiano allestito da un circuito mediatico sempre più cinico, sempre più autoreferenziale, sempre più irresponsabile.
Se c’è una lezione che arriva da Est — da Varsavia, da Vilnius, da Taipei — è che la libertà è fragile, e che l’autoritarismo è una cosa terribilmente seria che cambia irrimediabilmente la vita delle persone.
Di fronte alla realtà di un regime come quello di Putin, al cospetto delle storie di vita reale di chi ha patito una dittatura, affidare l’informazione sulla tragedia ucraina a talk show gestiti da ricchi impresari del cazzeggio è letteralmente imperdonabile.
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Molti aprono bocca senza conoscere ed è già abbastanza grave. Ma cosa dire di coloro che parlano conoscendo assai bene la storia perché la insegnano? E qui mi fermo
Verità e passione: GRAZIE Filippo Piperno!
Grazie a te!
Come vorrei che tutti gli Italiani leggessero queste righe.
Grazie per averle scritte.
Aggiungo anche io il mio apprezzamento e la condivisione di quanto magistralmente scritto. Mi voglio sooffermare solo su un aggettivo usato in maniera assolutamente opportuna. Si tratta del cinismo. Anche io sono, non tanto sorpreso, ma avvilito, infastidito, arrabbiato quando mi trovo a discutere con certe persone che, con quel sorriso beffardo, spocchioso, di chi sa tutto, sono più avanti, non sono certo ingenui come me, si trovano a supportare con quell’ insopportabile cinismo un regime ed una prospettiva nefaste per il nostro continente. Non li sopporto più.
Grazie Angelo.
Condivido parola per parola. E dire che gli italioti del 3 millennio sarebbero fra i meno adattabili ad un regime autoritario.
Grazie Gino
Condivido fino all’ultimo punto. È la Verità. Una dolorosa Verità. Siamo circondati da questi affaristi cinici e sbruffoni che seduti sulle loro comode poltrone pontificano di cose che non conoscono e si fanno propalatori di menzogne e manipolazioni. È tutto molto disturbante
Lo è Rossana