

La richiesta di dimissioni avanzata dal ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot nei confronti di Francesca Albanese nasce dalle dichiarazioni della Relatrice Speciale delle Nazioni Unite rilasciate il 7 febbraio durante un forum organizzato da Al-Jazeera a Doha.
In quell’occasione, secondo una petizione firmata da personalità francesi tra cui la deputata Caroline Yadan e l’ex premier Élisabeth Borne, la relatrice speciale ONU avrebbe definito Israele “nemico comune dell’umanità”. Albanese ha contestato questa ricostruzione, sostenendo di essere stata fraintesa e di aver parlato non di Israele come Stato o popolo, ma di un “sistema che ha reso possibile il genocidio in Palestina”, includendo capitale finanziario, industria bellica e infrastrutture tecnologiche.
È su questa controversia — e sulla percezione che il suo linguaggio travalichi la critica a un governo per assumere una dimensione generalizzante — che Parigi ha chiesto formalmente una valutazione del suo mandato. E già qui qualcuno, con riferimento all’Albanese, potrebbe legittimamente domandarsi: dov’è la novità?
Nel 2014 Albanese scrisse sui social che gli Stati Uniti sarebbero “subjugated by the Jewish lobby”. La frase è documentata. Negli anni successivi la relatrice ha spiegato che si riferiva all’influenza di gruppi di pressione pro-Israele nella politica americana, ma la formulazione utilizzata richiama uno dei luoghi comuni più radicati dell’antisemitismo moderno: l’idea di un potere ebraico organizzato capace di controllare governi e istituzioni.
Dopo il massacro compiuto da Hamas il 7 ottobre 2023, Francesca Albanese intervenne pubblicamente più volte. L’8 ottobre, in un post su X, scrisse che la violenza non era avvenuta “in a vacuum”, ma nel contesto di “56 years of occupation and apartheid”, collocando immediatamente l’attacco dentro una cornice strutturale che in qualche modo “spiegava” quel massacro.
Nelle settimane successive parlò di “risk of genocide” e poi di “genocide unfolding in Gaza”, sostenendo che le operazioni israeliane presentavano elementi compatibili con la definizione di genocidio ai sensi della Convenzione del 1948.
In diverse interviste ribadì che il 7 ottobre andava compreso alla luce di una “struttura di oppressione” e di un “regime di apartheid”, insistendo sulle “cause profonde” dell’esplosione di violenza. Nei mesi successivi ha inoltre sviluppato nei suoi rapporti una lettura sistemica, collegando le operazioni militari israeliane a una rete di attori economici e industriali che, a suo giudizio, trarrebbero profitto da tale contesto.
Negli interventi pubblici e nei rapporti successivi, Albanese ha più volte parlato di “genocidio in corso” a Gaza. Al di là dell’uso politico e mediatico che di questa categoria è stato fatto nel dibattito internazionale, resta il fatto che il genocidio, nel diritto internazionale, è una fattispecie penale definita in modo rigoroso dalla Convenzione del 1948 e dallo Statuto di Roma.
Non è una categoria retorica né una qualificazione politica anticipabile in sede mediatica: presuppone un accertamento probatorio stringente da parte di un organo giudiziario competente. Attribuirla in modo assertivo prima di tale verifica significa svuotarne il significato giuridico e trasformarla in uno strumento di delegittimazione preventiva, al di fuori delle cautele che il diritto internazionale impone.
È questo l’impianto complessivo — più che una singola frase — che aiuta a comprendere la posizione francese. Il ministro Barrot ha affermato che non si può prendere di mira Israele “come popolo e come nazione”. La controversia sulla frase del “nemico comune dell’umanità” resta oggetto di disputa interpretativa, ma la richiesta di dimissioni non nasce da un equivoco isolato: si innesta su una percezione consolidata di linguaggio pregiudiziale.
La Francia non ha contestato la legittimità di criticare il governo israeliano. Ha sollevato un problema di compatibilità tra certe formulazioni e il ruolo istituzionale. Non riguarda la libertà di opinione di un’accademica o di un’attivista. Riguarda la credibilità di un mandato ONU, quando il linguaggio utilizzato richiama categorie che possono essere interpretate come generalizzanti o evocative di schemi storicamente sensibili.
In questo contesto, la scelta di alcune amministrazioni italiane di conferire cittadinanze onorarie ad Albanese assume un significato politico ancora più grave. Non è un atto simbolico neutro. È l’assunzione di quella figura come riferimento morale in un momento in cui una parte significativa della diplomazia europea ne contesta l’adeguatezza istituzionale.
Il punto, in definitiva, non è stabilire se Albanese abbia diritto a esprimere le proprie convinzioni. Il punto è chiedersi se il linguaggio e l’impostazione adottati siano compatibili con il ruolo di relatrice speciale delle Nazioni Unite.
A questo punto la discussione non può più essere confinata a una disputa terminologica o a un conflitto tra sensibilità diplomatiche. Il problema è politico nel senso pieno del termine: riguarda il modo in cui l’Europa intende difendere la propria memoria storica e la credibilità delle proprie istituzioni internazionali.
L’antisemitismo contemporaneo raramente si presenta in forme dichiarate. Non utilizza più il linguaggio esplicito del Novecento. Si manifesta spesso attraverso schemi interpretativi che descrivono Israele non come uno Stato tra gli altri, criticabile per specifiche politiche, ma come centro simbolico di un sistema globale di potere, finanza e controllo.
Quando un titolare di mandato ONU adotta un lessico che insiste su categorie come “sistema sostenuto dal capitale finanziario”, “struttura che rende possibile il genocidio”, “rete di complicità economiche”, il problema non è solo la forza delle parole. È la loro sedimentazione culturale. In Europa, quelle immagini non sono neutre. Hanno una storia che dovrebbe imporre cautela supplementare.
Per questo la reazione francese è un segnale politico: esiste un limite oltre il quale il linguaggio istituzionale diventa incompatibile con il ruolo.

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Beh, a me sembra chiarissimo: in effetti non sta parlando di Israele bensì del complotto plutogiudaico.
Sì è quello. Ma la cosa che mi ha colpito di più è quando parla di battaglia comune, presenti i delegati iraniani e qualcuno riconducibile ad Hamas
Se sono appartenenti, o almeno contigui a hamas, chiaro che stanno combattendo la stessa battaglia di FA!
Le parole pronunciate da Francesca Albanese – definire Israele come “nemico comune dell’umanità” in un contesto che includeva rappresentanti di Hamas e dell’Iran – non sono una semplice critica politica: rappresentano un atto di sciacallaggio ideologico e di demonizzazione totale. Un funzionario ONU, vincolato da un mandato di imparzialità e ricerca di soluzioni, non può permettersi di usare un linguaggio che trasforma uno Stato sovrano e il suo popolo in un nemico ontologico dell’intera specie umana. È un tradimento schifoso del ruolo istituzionale, che cancella la legittimità dell’esistenza di milioni di persone per alimentare l’odio e la polarizzazione globale.
Persino la Francia, Paese storicamente custode del multilateralismo, non ha potuto tacere: ha chiesto formalmente le dimissioni di Albanese di fronte a derive ormai inaccettabili. Chi ricopre una carica delle Nazioni Unite ha il dovere di moderare, non di incendiare; di costruire dialogo, non di scavare abissi morali. Queste dichiarazioni, rese in una cornice che legittima attori terroristici, sono gravissime e irresponsabili: mettono a rischio non solo la credibilità dell’ONU – già in crisi profonda – ma la sicurezza stessa di intere comunità esposte a una retorica che, storicamente, è sempre stata il preludio della violenza.
Non bastano più sospensioni o richiami di facciata. Figure che abusano in questo modo del prestigio internazionale devono essere rimosse immediatamente da ogni incarico. È intollerabile che chi dovrebbe essere garante di pace si trasformi nel megafono della radicalizzazione più bieca. La gravità di queste farneticazioni richiede conseguenze proporzionate: chi semina fanatismo non può trovare cittadinanza nelle istituzioni pubbliche che pretendono neutralità e responsabilità.