
Nessun’altra espressione della cultura romana ha, in Italia e all’estero, una popolarità paragonabile a quella dell’arte gladiatoria. Hollywood l’ha raccontata in film memorabili come “Spartacus” di Stanley Kubrick (1960), “Il gladiatore” (2010) e il sequel di Ridley Scott, da qualche giorno nelle nostre sale. I due grandi registi sono gli epigoni di una lettura del fenomeno che risale all’Ottocento. Nel famoso dipinto di Jean-Léon Gérôme “Pollice verso” (1872) e nel romanzo di Henryk Sienkiewicz “Quo Vadis?” (1896), ad esempio, l’anfiteatro è brulicante di una folla in preda al fanatismo e avida di violenza. È il luogo in cui si consuma simbolicamente la decadenza di una civiltà, alla quale si possono opporre solo uomini “puri” e non contagiati dalla corruzione di Roma.
Nell’opera del polacco Sienkiewicz sono i Ligi, antenati dei connazionali dello scrittore. Nella pellicola di Kubrick è uno schiavo trace, in quelle di Scott un generale ispanico (venerato dal nipote di chi lo aveva ucciso, l’imperatore Commodo, nel secondo episodio). Un altro cliché è l’idea che gli imperatori si servissero di sontuosi e crudeli spettacoli per addomesticare il popolo e governare indisturbati. Tutti questi stereotipi travisano completamente la realtà storica, come sostiene l’eminente studioso tedesco dell’antichità Christian Mann (“I gladiatori”, il Mulino, 2012).
A Roma il primo spettacolo basato sul combattimento tra gladiatori (“munus”, plurale “munera”) si svolse nel 264 a.C. in occasione dei funerali di un senatore illustre, Decimo Giunio Bruto Pera. Nella società romana la distinzione tra spazio pubblico e spazio privato era impercettibile. La morte di una personalità influente poteva essere celebrata con un “munus” finanziato dai suoi familiari, ma aperto alla partecipazione di migliaia di spettatori. La principale innovazione dell’epoca augustea fu la separazione dei duelli tra gladiatori dal contesto funerario: da allora gli spettacoli si diffusero in tutte le province dell’impero come componente essenziale delle feste urbane e non furono più organizzati dai parenti dell’aristocratico defunto, ma dai pretori.
Il “munus” era assoggettato a regole precise. Preannunciato con iscrizioni murarie che ne specificavano data e attrazioni, iniziava con un corteo solenne che da una piazza centrale raggiungeva l’anfiteatro, per lo più situato alla periferia della città. Erano però i cacciatori (“venatores”) ad aprire i giochi nell’arena, con lo sterminio degli animali feroci: orsi, tigri, leoni, rinoceronti, coccodrilli. A metà giornata venivano giustiziati i condannati. Nel pomeriggio entravano in scena i gladiatori. Durante gli intervalli, si esibivano acrobati e prestigiatori, l’arena veniva ripulita e cosparsa di sabbia fresca, si spruzzava acqua profumata sulle tribune.
A differenza dall’iconografia cinematografica, i gladiatori (da “gladium”, l’arma dei legionari) combattevano sempre individualmente. I più apprezzati dal pubblico erano i duelli asimmetrici, in cui i lottatori si affrontavano con armamenti diversi ma con le stesse probabilità di successo: in particolare, quelli tra il reziario (“retiarius”), così chiamato perché munito di una rete, e l’inseguitore (“secutor”); oppure tra il trace e il mirmillone (“murmillo”), entrambi dotati di una spada corta ma di foggia diversa. Appena un gladiatore si arrendeva, l’arbitro fermava il combattimento. A quel punto, toccava agli spettatori giudicare se lo sconfitto meritava la grazia per il coraggio mostrato.
Non sappiamo con certezza quali fossero i gesti usati per concederla o negarla. È tuttavia certo che il pollice “recto” o “verso” nell’antica Roma era sconosciuto, così come era ignota la celebre invocazione “Ave Caesar, morituri te salutant”, che fu pronunciata per la prima volta davanti all’imperatore Claudio (41-54 d.C.) durante una “naumachia” (battaglia navale) in un bacino scavato nei pressi del Tevere. Lo storico francese Georges Ville ha stimato che nel I secolo dell’era volgare otto volte su dieci lo sconfitto aveva beneficiato della grazia (“missio”). Ma esistevano anche “munera sine missione” (senza grazia), in cui gli spettatori non potevano modificare il verdetto di morte per il vinto. Augusto (27 a.C.-14 d.C.) li vietò, ma non per ragioni umanitarie. Essi, infatti, privavano il popolo di un potere decisionale che era rischioso mettere in discussione.
I gladiatori erano gestiti dai “lanistae”, una specie di imprenditori che li noleggiavano o li vendevano per i “munera” dopo aver provveduto al loro addestramento. Le nuove reclute da destinare ai combattimenti erano prigionieri di guerra, schiavi o criminali. La “damnatio ad ludum”, ossia la condanna a diventare gladiatore, entrò a far parte delle pene previste dal diritto romano in età imperiale. Il giurista Ulpiano sottolinea che il servizio forzato come gladiatore durava tre anni. A chi sopravviveva veniva consegnato un bastone di legno (“rudis”), segno distintivo dell’avvenuto
congedo. Poi doveva lavorare altri due anni per un “lanista”, e alla fine riacquistava la libertà. Ma molti giovani, poco abbienti e di umile lignaggio, sceglievano volontariamente questo mestiere. Arruolarsi in una caserma di gladiatori significava avere un salario decente, vitto e alloggio assicurati, una buona assistenza medica. Tuttavia, erano mossi anche dalla prospettiva di diventare star dell’arena.
L’allestimento dei “munera” comportava delle spese notevoli, e i sussidi pubblici spesso non riuscivano a coprirle. Inoltre, gli unici a pagare i biglietti d’ingresso erano i forestieri, mentre gli aristocratici più influenti li distribuivano gratuitamente aIle loro clientele. I pretori pagavano quindi di tasca propria buona parte dei costi, ma in cambio si aspettavano di essere “onorati” dai concittadini. Questa pratica era denominata “evergetismo” (da “euergetes”, benefattore). Chi aveva fatto del bene alla comunità, come finanziare un spettacolo, poteva contare sul suo rispetto perché aveva anteposto le esigenze municipali agli interessi personali. Ovviamente, la generosità di questi mecenati era legata anche a valutazioni di carattere politico e alle rivalità esasperate tra le élite cittadine: investire sesterzi in un “munus” piuttosto che nella costruzione di un acquedotto poteva essere più conveniente per acquisire una fama duratura. E poi i romani attribuivano un enorme valore al coraggio fisico e al disprezzo della morte. Per Cicerone (106-43 a.C.) il gladiatore era un modello morale, poiché aveva imparato a soffocare gli impulsi di viltà.
L’anfiteatro era lo specchio di rigide gerarchie sociali e, nel contempo, fungeva da catalizzatore dell’unità del popolo. I posti erano assegnati in base al ceto di appartenenza, ma anche l’ultimo degli spettatori si sentiva partecipe del potere di vita o di morte sui reietti che si scontravano nell’arena, e dunque superiore a loro. Lo stesso programma del “munus” aveva un’impronta allegorica. Le cacce mattutine alludevano al trionfo di Roma su una natura considerata ostile e minacciosa. Le esecuzioni capitali di mezzogiorno ricordavano che sarebbe stato schiacciato senza pietà chiunque si fosse ribellato al suo dominio. I successivi combattimenti di gladiatori mimavano le virtù militari dei romani in battaglia.
Il declino dei “munera” cominciò con l’affermazione del cristianesimo come religione dominante dell’impero. In un editto del 325, Costantino (274-337) vietava la condanna “in ludum” dei criminali destinandoli ai lavori forzati nelle miniere. Ma solo quaran’anni dopo Valentiniano I (321-375) estenderà il divieto a tutti i sudditi di fede cristiana, con l’obiettivo di incentivare la conversione dei pagani.
Con la fine del culto e del sacerdozio imperiali era venuta a mancare una importante base organizzativa dei “munera”, e in molte città diverse funzioni dei pretori furono assunte dai vescovi. Per altro verso, pur non riuscendo a ottenere subito dagli imperatori la soppressione per legge dei combattimenti di gladiatori, i vescovi erano in grado di esercitare una forte pressione sui loro potenziali finanziatori. Un altro studioso tedesco, Thomas Wiedemann, ha analizzato il significato del momento cruciale del “munus”: la richiesta della grazia da parte dello sconfitto (“Emperors and Gladiators”,1995). Il gladiatore rischiava la morte, ma la concessione della “missio” lo riportava tra i vivi. Questo elemento simbolico poteva essere considerato antagonistico o concorrenziale con la dottrina paolina della morte e della resurrezione. Forse anche per questo motivo, a differenza di altre forme di spettacolo cruente, i combattimenti tra gladiatori furono cancellati dalla nascente civiltà cristiana.
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