

Ci risiamo. La bolla mediatica pacifista, che attraversa trasversalmente le redazioni e produce l’italico Giornalista Collettivo con sciarpa arcobaleno al collo, è di nuovo all’opera.
È la stessa bolla che da quasi tre anni conserva l’opinione pubblica italiana in un liquido amniotico dominato dal wishful thinking, dallo scambiare i desideri per realtà e notizie.
È la bolla in cui l’invasione russa dell’Ucraina era una fantasia della CIA e in cui, nelle prime ore dell’invasione stessa, ci si ostinava ad accreditare l’idea che fosse limitata al Donbas. È la bolla che ha gridato mille volte alla pace imminente, che ha pompato i più improbabili e velleitari, quando non inesistenti, piani di pace, da quello dei cinesi alla mediazione del cardinale Zuppi.
È la bolla in cui si enfatizzano notizie alle quali siamo gli unici a dare importanza, cosicché chi nutre il vizio di leggere i media internazionali ha poi la straniante sensazione come di vivere in una dimensione parallela, in un tempo sospeso in cui, rispetto all’informazione italiana, si segue un’altra guerra su un altro pianeta.
Il menù odierno di questa cucina impazzita offre la “resa di Zelensky“. Messaggero: “la svolta di Zelensky: trattiamo“. Domani: ” la resa di Zelensky sul Donbass” (le due esse finali, con il disconoscimento della denominazione ucraina, sono del “Domani” ndr). La Repubblica: “La svolta di Zelensky“. La Stampa:” Pace in Ucraina. Zelensky apre“. Fino al trionfalistico “Abbiamo perso la guerra” del Fatto Quotidiano.
Sono tutti titoli di apertura, insomma è la notizia del giorno.
Inguaribili esterofili, non vediamo l’ora di divorarci la copertura di questa svolta epocale da parte della stampa internazionale. Ed è subito straniamento: sulle prime pagine di Ft, El Pais, FAZ non c’è lo straccio di una riga sulla “svolta”. Urge forse attraversare l’Oceano, ma sulla prima del WSJ non c’è nulla.
Problema di fusi o di chiusure precoci dei giornali? Nulla che non sia superabile con un rapido giro sui vari siti: BBC, NYT, Guardian… nulla, il mondo, con la sola eccezione dei media italiani, sembra non essersi accorto della resa di Zelensky.
A questo punto attendiamo “Le Monde“, che esce in tarda mattinata, sperando che ci tolga di dosso questa sensazione di alienazione. Ma anche a Le Monde, tra prima pagina e ben cinque pagine di Esteri, lo sbracamento di Zelensky che apre le porte alla pace risulta non pervenuto.
Non resta che andare alla fonte, al giornale, anch’esso francese, che ospita l’intervista che cambierà il corso della guerra.
La prima impressione, però, è che quelli di “Le Parisien“, se hanno fatto lo scoop di Natale, lo hanno fatto a loro insaputa. L’intervista con Zelensky è talmente esplosiva che non viene neppure annunciata in prima. Infine la troviamo e la cifra complessiva dell’intervista è riassunta nel titolo che riporta queste parole di Zelensky: “Bisogna rimettere Putin al suo posto“, il che configurerebbe la più bizzarra dichiarazione di resa della Storia.
Tanto più se associata alle dichiarazioni contenute nel corpo dell’intervista.

“Non importa quanti presidenti o primi ministri vorrebbero dichiarare la fine della guerra, non ci arrenderemo semplicemente né rinunceremo alla nostra indipendenza. Il pericolo consisterebbe nel dire: congeliamo la guerra e ci mettiamo d’accordo con i russi”.
(…) “Sedersi al tavolo con Putin in queste condizioni gli darebbe il diritto di decidere tutto nella nostra parte del mondo“.
Si scopre poi che la frase sui territori occupati, il chiodo a cui il nostro sistematico mediatico ha appeso il suo quadro immaginifico, è meglio leggerla per intero: “non abbiamo la forza per riconquistarli. Possiamo solo contare sulla pressione diplomatica della comunità internazionale per costringere Putin alle trattative. Sono sorpreso: perché l’Occidente che ci sostiene lo tratta con riguardo? Perché non ci ha dotato dall’inizio di armi massicce? Il mio discorso può sembrare insolente, ma ho l’impressione che siano tutti terrorizzati dalla Russia di Putin. Ha l’impunità”.
Rara avis, il Foglio spiega che “Zelensky sa che con Trump si avvicina un accordo e le armi scarseggiano sempre di più, gli ucraini hanno fatto il loro doloroso lavoro, adesso tocca agli altri dimostrare di aver capito la minaccia russa e prevenirla.”
E Paolo Mieli, un altro con il vizio della stampa internazionale, dice preoccupato a Radio24: “le parole di Zelensky sono un appello all’Europa a fare la propria parte, come a dire: io ho parlato con Trump, ho capito come vanno le cose, ora voi offritevi di fare la vostra parte. Io non sono ottimista su questo“.
Neppure noi siamo ottimisti. Ma una cosa l’abbiamo capita: l’unica “pace” che si può intravedere in filigrana dalle parole di Zelensky a “Le Parisien” non passa dalla resa ucraina strimpellata dal nostro imbarazzante sistematico mediatico, ma dalla svendita dell’Ucraina, da parte degli europei, al criminale regime di Putin.
Qualcuno rettificherà l’abbaglio del Giornalista Collettivo?
Lecito dubitarne. Già li vediamo impegnati a torturare i tasti per estrapolare, dalla fluviale conferenza stampa odierna di Putin, il distensivo riferimento al Bel Paese: “Nonostante ciò che sta accadendo oggi, sentiamo che nella società italiana c’è una certa simpatia per la Russia, così come noi abbiamo una certa simpatia per l’Italia”.
Al Cremlino, è chiaro, la compulsano attentamente la stampa italiana e ne apprezzano i voli di fantasia.
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