


La sovversione dei fatti, la perversione della storia e il sovvertimento della realtà costituiscono i tre cardini del gazaismo. Una dottrina che, attraverso la propaganda e la ripetizione ossessiva dei suoi cliché, ha già ottenuto risultati politici e culturali rilevanti, contribuendo anche a svuotare di significato parole come “genocidio”.
È lecito, o possibile, dichiarare che il male sia anche sovversione, perversione e sovvertimento: prendere qualcosa inteso per un buon uso e stravolgerlo nel suo contrario. Ovunque si presentino questi tre fattori, con cui la realtà viene trasbordata sulla sponda dell’irrealtà, si può ragionevolmente dire di trovarsi in presenza di forze maligne e avverse al benessere individuale e collettivo.
Le persone di senso e coscienza sanno come riconoscere questi sovvertimenti proprio perché si mantengono salde al senno e alla fatticità degli eventi, senza lasciarsi irretire dalle tentazioni dell’ideologia o dalle chimere della volontà capricciosa che pretende di invertire la realtà a colpi di asserzioni insensate o di mera violenza.
Albert Schweitzer, in Declino e ricostruzione della civiltà, un testo che tutti dovrebbero aver letto, ma quasi nessuno riesce ormai neppure a trovare nella più remota libreria dell’usato, iniziava con una dichiarazione pesante: “Ci troviamo in un’epoca segnata dal declino della civiltà” (1923).
Il termine “Niedergang”, qui utilizzato dal premio Nobel alsaziano, ha una pregnanza di significati che è difficile rendere in italiano e può anche venir tradotto con “decadimento”, “rovina”, “declino”, “caduta” o persino “crollo”. Questo per dire che il tono di Schweitzer, nel saggio che precede la sua Etica e civiltà, era serio e grave.
Del resto, egli scriveva a ridosso della prima grande catastrofe mondiale, che avrebbe condotto alla successiva e, poi, alle fasi della tarda modernità. A un secolo di distanza, l’ammonimento con cui Schweitzer voleva indicare un’altra strada non è più neppure una glossa in qualche oscuro manuale. Tutto appare dimenticato. Il presente assomiglia a quella “spada invisibile”, invocata da Ungaretti, che da tutto ci separa.
È in questo vasto contesto che bisogna provare a intendere il “gazaismo”, un culto demoniaco che ha conquistato governi, università, mass media, piazze e dissennati di mezzo mondo, al punto che il suo slogan potrebbe ben essere: “Squinternati di tutto il mondo, unitevi!”. E si sono uniti.
Grazie alle connivenze istituzionali e alla rete, hanno diffuso la propaganda più sconcertante, impensabile, avvilente e assurda, come nel caso dei cani israeliani stupratori, ai quali, come se non bastassero, hanno pure aggiunto i topi addestrati!
No, non è una freddura: “A metà del 2026, esponenti politici di Fatah a Gaza hanno rilasciato dichiarazioni pubbliche in cui sostenevano che l’esercito israeliano avesse deliberatamente introdotto ratti ‘speciali’, geneticamente modificati o addestrati, per attaccare i bambini palestinesi e i malati” (The Jerusalem Post, 29 aprile 2026).
Non c’è limite all’assurdo di queste fanfaluche, poiché il delirio non ha limiti. Se non vi fosse da piangere, si potrebbe forse ridere, poiché quella di essere, al tempo stesso, orrendo e ridicolo è una prerogativa tipica del male.
Dopo il 7 ottobre, i gazaisti si sono svegliati in un mondo in cui l’aggressore poteva facilmente venir trasformato nell’aggredito, lo stupro legittimato come resistenza oppure semplicemente negato – nonostante le prove le avessero fornite gli stessi stupratori di Hamas.
Con questa sconvolgente quantità di pattume intellettuale si affollano librerie, strade e redazioni giornalistiche. Basta andare a cercare, in qualsivoglia libreria, i testi di studiosi seri e ponderati come Benny Morris o Jeffrey Herf per accorgersi che tutto quello che invece vi si trova è il solo ciarpame pseudo-intellettuale di figuri come Ilan Pappe, Chomsky, Norman Finkelstein, Edward Said ecc., per menzionarne solo alcuni.
Le varie succursali nazionali dell’industria culturale sponsorizzano, a loro volta, i diversi fantasisti anti-israeliani locali, con l’ennesima minutaglia e paccottiglia con cui si ingolfano ancora di più scaffali e teste dei lettori.
Si è così determinata una massa critica la quale, ripetendo i cliché del gazaismo, crede di renderli, per questo, magicamente veri: sovversione della fattualità portata avanti attraverso la costante ripetizione di cliché propagandistici, perversione della storia grazie all’invenzione di eventi mai avvenuti – concordemente alla soppressione di quelli che sono davvero avvenuti – e sovvertimento della realtà, tanto per perseguire l’arcaico “dagli all’ebreo!”. Qui, in breve, i tre cardini del gazaismo.
Questo è, purtroppo, il misero spettacolo del XXI secolo, un’epoca in cui un culto dell’orrore e della morte può, senza batter ciglio, trovar corpo in una dottrina come quella del gazaismo.
Chissà perché queste cose avvengono sempre in maniere simili: se nello scorso secolo si inventarono l’eugenetica e il mito della “razza ariana”, nel secolo successivo abbiamo il gazaismo, con il rifacimento integrale della storia del Medio Oriente e dell’espansionismo islamico.
La Striscia di Gaza, dal 2005 al 2023 sotto il controllo del solo Hamas, può venir detta “occupata”; i miliardi di dollari ed euro inviati dai governi occidentali bonaccioni, sperperati da Hamas per costruire chilometri di tunnel invece di impiegarli per la popolazione, interamente giustificati; e ogni argomento logico, razionale e morale contrario, bagatellizzato in nome di un odio atavico e inconcepibile contro l’ebreo in quanto tale.
In virtù dei perniciosi metodi dell’industria culturale, si è costituita una radicale confusione cognitiva attraverso cui alcuni ritengono basti definire un discorso, o un individuo, con un qualsivoglia bizzarro epiteto per accantonare le questioni che questo pone, invece di interrogarsi se quanto è dichiarato sia vero o meno.
Si osserva, qui, il trionfo di un’immaginazione malata contro il fatto. Quando si prescinde da questo fondamentale criterio di validità, tutto diventa allora possibile: l’astronomo può apparire equivalente all’astrologo, l’ideologo allo storico o i gazaisti a persone equilibrate.
Fortunatamente, gli individui ragionevoli sanno che così non è. La differenza tra un’epoca buia e il suo contrario è data proprio dalla scarsità o abbondanza di persone ragionevoli in grado d’intendere anche tali differenze.
Quando gli squinternati si moltiplicano a dismisura e conquistano strade, aule o parlamenti, la ragione langue e l’umanità tutta ne soffre. Non è infatti un caso che Platone, nella Politeia, abbia offerto la soluzione in un’equazione filosofica relativamente semplice: non vi sarà fine ai mali della città e del genere umano fino a quando gli amanti della sapienza non saranno re o i re non saranno amanti della sapienza.
In questo contesto paradossale, il 7 ottobre 2023, invece di far aprire gli occhi sull’orrore che i buoni, bravi e innocenti fakestinesi portano avanti dal 1964, anno in cui questo popolo è stato inventato dal turbante del mago, ha invece sdoganato un virulento antisemitismo persino in sedi istituzionali – come dimenticare o perdonare quello scellerato che si è arrampicato su un balcone di Palazzo Montecitorio per appendervi la bandiera di Hamas?
Al tempo stesso, si è determinato il sorgere della nuova “dottrina”, o culto antistorico, del gazaismo. Ai gazaisti non interessa nulla, né è mai importato loro, di qualsivoglia relazione con la storia o la realtà: come in ogni culto, sono unicamente interessati alle parole d’ordine, alla mistificazione, alla calunnia e ai thought-terminating cliché che ripetono come un mantra da scervellati.
Con questa continua e ossessiva ripetizione, che è poi il tratto centrale della propaganda, sono già riusciti a ottenere risultati notevoli quanto inaspettati: condanne politiche inspiegabili e immotivabili contro l’aggredito Stato d’Israele e persino sanzioni da nazioni come la Spagna, l’Irlanda o la distante Norvegia.
Così, “Tanto pe’ fa’ qualcosa” ci canterebbe sopra Ettore Petrolini. Tutto questo è assurdo, paradossale, grottesco, ma non pare sia più riconoscibile come tale nella tarda modernità, sempre più smarrita e in preda a qualunque arruffapopoli o mentecatto voglia indirizzarne i moti.
Tra gli altri obiettivi raggiunti dal gazaismo, uno dei più notevoli consiste nell’aver affievolito il valore e il peso della parola “genocidio”. Quando qualcuno dichiara ormai di impegnarsi a “combattere la schiavitù, il fascismo o il genocidio”, si è subito costretti a chiedersi: cosa intende costui con tali termini?
Il più delle volte è proprio il significato che attribuisce a tali parole a essere discutibile, come nel caso di quelli che si dichiarano “antifascisti” – e soprassediamo sui loro nonni e bisnonni – e vogliono poi impedire ad altri l’espressione della libertà di parola.
A trasformare il valore, il peso e il contesto della definizione di “genocidio” si provava da tempo, in genere attraverso l’accostamento. Il termine “genocidio” venne creato dal giurista Raphael Lemkin, nel 1944, proprio per cercare un lessema giuridicamente adatto a identificare una categoria di crimini abissali e nuovi nella storia.
È durante il processo di Norimberga, il quale adotterà tale termine, che emerge anche la categoria giuridica di “crimini contro l’umanità”. Da allora, il termine “genocidio” è stato, diciamo, “sdoganato” e variamente applicato ai massacri compiuti in Cambogia dai khmer rossi, alle stragi in Ruanda e, in molti casi, retrodatato fino a farlo arrivare al massacro degli armeni compiuto dai turchi tra il 1915 e il 1917 o, in tempi ancora più recenti, anche a quello degli Herero in Namibia.
Mai, però, si era avuta la sfrontatezza di applicare questa parola a un genocidio che non è mai avvenuto! Anzi, i gazaisti, ripetendo, inventando e mentendo oltre la menzogna, provano a utilizzare il termine inapplicabile di “genocidio” come copertura ideologica a favore di un aggressore che, se avesse potuto, avrebbe sterminato l’intera popolazione d’Israele e non solo quel migliaio di civili, anziani, donne, bambini e neonati nei kibbutz che si trovavano sulla sua strada.
A questo arriva la furia cieca dell’ideologia! Qualcuno lo ha spiegato con una logica stringente, scrivendo: “You don’t hate Jews because you think it’s a genocide. You think it’s a genocide because you hate Jews”. Non odi gli ebrei perché pensi che si tratti di un genocidio. Pensi che si tratti di un genocidio perché odi gli ebrei.
Del resto, quando i cani diventano stupratori e i ratti possono essere addestrati a colpire bambini e malati, qual è il limite? L’immaginazione, è noto, è tale proprio perché non ha limiti.
“Potrei restar confinato in un guscio di noce e credermi re di uno spazio infinito”, si dirà nell’atto secondo dell’Amleto, nonostante Shakespeare aggiunga la chiusa salutare: “Se non fosse che faccio brutti sogni”. Ma i gazaisti non fanno brutti sogni perché sono impegnati, anema e core, a preparare sempre nuovi incubi per se stessi e per altri.
È per questo che sembrano ammattiti poiché, come dimostrò lo psichiatra Theodore Rubin in Anti-Semitism: A Disease of the Mind (1990), l’antisemitismo è una piaga reale della mente e dello spirito.
Proprio perché smarriti nel labirinto di una malattia radicata, tanto nella patologia individuale quanto in quella indotta da una socialità frenetica, parossisticamente competitiva, alienante e, sostanzialmente, anticomunitaria, troppi abdicano all’intendimento individuale e rispondono con l’eruzione di una rabbia cieca che appare loro come decisiva e liberatoria.
Il nauseante slogan “From the River to the Sea”, ripetuto senza senno dai gazaisti, da Stoccolma a Sydney, è, se escludiamo i jihadisti, i quali hanno un preciso intento politico, solo il vagito di una vita frantumata dal nulla – nichilismo – e da un ennui esistenziale che non trova sfogo se non in un pianto muto della psiche.
Questi strepiti dell’antisemitismo redivivo per le strade dell’Occidente altro non sono che il singhiozzo di anime spezzate, prostrate, incapaci ormai di qualunque reazione che non sia la rabbia, la ripetizione o il delirio. Tutto questo è il risultato di una socialità che ha, da tempo, smarrito il senso di sé.
È poi inutile che l’industria culturale spanda i suoi soliti effluvi, i riassuntini che servono a sviare, la parola con cui si invoca il contrario del senso e il costante pattume con cui si dichiara ciò che è basso come alto e viceversa, eleggendo eroi tra le schiere dei conniventi poiché, a dispetto delle illusioni del presente, il lezzo aleggia in quelle buie camerate.
Se la specie sopravviverà a questo baratro, saranno tali deliri a venir esecrati per quello che davvero sono. Quelli che si mantengono saldi nella mente e nella coscienza sanno che la follia del gazaismo è solo caciara, che anche questo passerà e che i fatti e la coerenza logica torneranno a brillare come devono, anche se il prezzo da pagare sarà ancora una volta alto.
Nel corrente sovvertimento della realtà tutto appare possibile proprio perché l’immaginazione maligna e la mistificazione scalzano i fatti e la storia a favore di narrazioni in cui di vero non rimangono più neppure le virgole. Si regredisce, così, in un universo simbolico in cui il significato dipende dalla volontà, non dall’oggettività.
Emerge, qui, un parallelo con altri momenti tragici e oscuri della storia. I rastrellamenti nel ghetto di Roma, l’eccidio delle Fosse Ardeatine, le delazioni, le camicie nere sono a portata di memoria, poiché vi sono ancora testimoni che erano bambini all’epoca di quegli orrori e possono sentire, nelle grida di oggi, l’eco di quelle di ieri.
Tutto questo è spaventoso e mostruoso, in particolare perché sta avvenendo, ancora una volta, sotto gli occhi di tutti. Sì, i gazaisti dicono oggi di essere degli “antisionisti” – questo anche perché non hanno neppure idea di quali siano le radici storiche del sionismo – ma, alla fine, cambia solo l’orchestrina, mentre la musica gracchiante che si diffonde è quella dello stesso orrore di prima.
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Quello dei topi è un remake: quelli del primo battagliane, un po’ di anni fa, erano stati addestrati a infestare selettivamente le case arabe nella cosiddetta Gerusalemme est.
PS: a me, più che demoniaco, verrebbe da parlare di culto demonico.