


In difesa del principio liberale contro il proibizionismo sanitario: informare sui rischi è doveroso, sostituirsi alla libertà individuale è un’altra cosa. Dal tabacco al cibo, dall’alcol agli sport pericolosi, il confine tra tutela e Stato etico resta sottile.
Le mie coronarie, che vantano numerosi stent, sanno che fumare non solo fa molto male, ma può uccidere. E da dieci anni me lo ricordano le foto stampate sul mio pacchetto di Marlboro: immagini rivoltanti di tumori e di malattie di ogni genere. Ciononostante, la minaccia non ha funzionato. Continuo a essere un irriducibile della sigaretta, ben sapendo di rischiare la vita.
L’Italia dovrebbe allora seguire l’esempio della Gran Bretagna, che ha deciso di tagliare la testa al toro? Il Regno Unito ha infatti emanato il “Tobacco and Vapes Bill”, un divieto di vendita di tabacco (e sigarette elettroniche) per chiunque sia nato a partire dal 1° gennaio 2009.
Oggi sono minorenni, quando cresceranno non potranno più comprarsi sigarette, se non illegalmente. Un bando progressivo. Si calcola che entro il 2034, nessuno sotto i 25 anni potrà acquistare sigarette. Entro il 2079, nessuno sotto i 70 anni. Solo dei vecchietti, sopravvissuti alle insidie del tabagismo, potranno camminare avvolti da nuvole di fumo.
Gli altri lo faranno ancora, probabilmente, ma di nascosto. L’allarme è giustificato. Il rimedio scelto è drastico: proibire. È efficace? E, soprattutto, è giusto?
Ora, i divieti per legge segnalano implicitamente un danno per la collettività. Se rubare non fosse illegale, qualcuno potrebbe pensare che il furto e le rapine in banca siano un modo ragionevole per ridurre le disuguaglianze sociali (qualcuno lo pensava, come Bertolt Brecht, e qualcuno lo pensa ancora).
Attenzione, però. Il diritto non può trasformare lo Stato in un giudice delle preferenze e dei costumi dell’individuo. Lo Stato etico conculca i diritti, restringe le libertà.
Di norma, si vietano le attività pericolose per gli altri, ma non quelle pericolose per chi le fa (lo diventa il fumo passivo, ma questa è un’altra questione, riguarda dove si fuma e non chi).
Non sono vietati gli sport in cui si può morire: il ciclismo, il pugilato, la discesa libera, l’automobilismo. E, a proposito di quest’ultimo, nel 2025 in Italia sono morte 2.900 persone in incidenti stradali. I feriti sono stati più di 200 mila.
A rigore, si dovrebbe vietare l’automobile, pericolosa per sé e per gli altri. Non soltanto limitare la velocità, che riduce i danni ma non risolve il problema: bandirle.
Poi ci sono i consumi alimentari. Mangiare abitualmente certi cibi è pericoloso. Per non parlare del bere vino o superalcolici in quantità eccessive. Così l’abuso del sale può provocare malattie cardiovascolari, patologie renali, tumori, ictus. Lo stesso vale per i grassi saturi e la carne rossa, che possono provocare il tumore del colon retto.
Concludo. Se una persona vuole ammazzarsi ingurgitando tutti i giorni patatine fritte con quintali di sale e hamburger, non glielo vietiamo. È una sua scelta personale. Il fumo invece si vuole abolire. Perché?
Lo Stato etico fa capolino quando, al dovere di un’informazione chiara, che renda consapevoli i cittadini dei rischi che corrono, sovrappone una costrizione imposta per legge.
Nel 2013 Umberto Veronesi, che è stato uno dei nostri scienziati più autorevoli nel campo dei tumori, si espresse negativamente sul divieto “generazionale” che l’Australia voleva approvare:
“Io sono contro tutti i proibizionismi, e mi sembra che nella proposta di legge australiana si profili uno Stato ‘tutore’, che non riconosce al cittadino il libero arbitrio, ma che sia pure a fin di bene entra pesantemente nella sfera delle libertà individuali, che comprendono anche la libertà di comportamenti a rischio, se il rischio riguarda solo l’individuo.
Nel campo della salute, mi sembra che compito dello Stato non sia quello di proibire alcunché, ma d’informare e sensibilizzare. Poi sta all’individuo decidere. Altrimenti potremmo trovarci a vivere in un mondo che in nome della salute ci riempirà di divieti ‘per il nostro bene’”.
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Alcune osservazioni di blogdibarbara hanno senso – la medicina è probabilistica, la suscettibilità individuale esiste. Il problema è dove arriva il ragionamento…
Sull’idea che il fumo faccia male “solo ai predisposti”: i cancerogeni del tabacco danneggiano direttamente il DNA delle cellule polmonari, accumulando mutazioni nel tempo. Non serve una predisposizione ereditaria come condizione necessaria. L’85% dei casi di cancro al polmone riguarda fumatori o ex-fumatori. E se fosse davvero una questione di geni, i gemelli identici dovrebbero ammalarsi insieme. Non è quello che osserviamo.
Sul “non provoca”: in epidemiologia si usano criteri precisi per stabilire la causalità. Il fumo li soddisfa tutti, per cancro al polmone, BPCO, malattie cardiovascolari. Un fumatore pesante ha un rischio di ammalarsi di cancro al polmone 15-30 volte superiore a chi non fuma. A un certo punto la distinzione tra “causa” e “fattore determinante” diventa sottile abbastanza da non cambiare niente nella pratica.
Sul “non uccide perché qualcuno sopravvive”: nessuno sostiene che uccida tutti. L’affermazione è che riduce l’aspettativa di vita di circa 10 anni in media, e che causa 8 milioni di morti l’anno nel mondo. Con lo stesso ragionamento si potrebbe dire che le pistole non uccidono, visto che qualcuno sopravvive.
C’è poi una cosa che manca nel ragionamento, pure nell’articolo: anche accettando che il rischio sia “una scelta personale”, le conseguenze non lo sono. Un paziente con BPCO o cancro al polmone genera costi enormi sul sistema sanitario – quindi sulle tasche di tutti. In Italia il costo sociale del tabagismo è stimato in decine di miliardi l’anno. Le scritte sui pacchetti non sono una predica: sono anche informazione su un rischio che la collettività si trova a pagare.
«Sull’idea che il fumo *faccia male* “solo ai predisposti”»: non ho assolutamente detto niente del genere in nessuna parte del mio commento.
Gemelli identici: come ho scritto chiaramente, il predisposto non fumatore lo sviluppa più lentamente quindi può benissimo succedere che abbia il tempo di morire prima per qualcos’altro, tanto più che molti tipi di cancro nelle prime fasi non danno nessun sintomo; il mio alla cervice l’ho scoperto perché ero andata dal ginecologo per tutt’altro motivo e visto che ero lì ha voluto farmi anche il pap test: io di sintomi non ne avevo assolutamente nessuno.
«Sul “non uccide perché qualcuno sopravvive”»: l’espressione “il fumo uccide” è semanticamente scorretta, e nessun ragionamento può cambiare questo dato di fatto. Il colpo di pistola al cuore è intrinsecamente mortale e si muore nel momento in cui la pallottola raggiunge il bersaglio, se precipito in uno strapiombo di 200 metri muoio nel momento in cui tocco terra: “uccide” significa questo. Il cancro al polmone ha una letalità molto alta e in tempi relativamente brevi e il fumo ha un’incidenza molto alta fra le cause di sviluppo di cancro al polmone, ma tutti noi vediamo persone che fumano e quando hanno finito di fumare sono ancora vive. Quello che voglio dire è che se lei vuole convincermi a smettere di fumare evocando qualcosa che mi spaventi sufficientemente da superare la mia dipendenza, le scritte sui pacchetti sono la strada sbagliata: quelle scritte non spaventano nessuno, e i fatti lo dimostrano. Perché il punto di partenza di tutto il discorso era: le scritte sui pacchetti di sigarette servono? E la risposta è no. A partire, prima ancora di qualunque ragionamento, dal fatto che ciò che abbiamo continuamente davanti agli occhi smettiamo presto di vederlo.
Ah, dimenticavo: verissimo che se mi ammalo non sono solo affari miei, esattamente come non sono affari miei se ho conseguenze da un incidente in auto aggravate dal fatto di non avere la cintura o dalla velocità eccessiva, perché queste conseguenze hanno un impatto economico considerevole sulla collettività. Infatti non mi sono mai sognata di dire niente del genere.
Grazie Michele, non solo perché ciò che scrivi sullo Stato etico è sacrosanto, ma anche perché, da fumatrice di lungo corso, sento crescere le affinità con te, e la cosa mi lusinga massimamente. Buona notte. Nadia
Inviato da Outlook per Androidhttps://aka.ms/AAb9ysg ________________________________
Le scritte sui pacchetti di sigarette sono doppiamente inutili: primo perché se c’è qualcosa che proprio non si vede è ciò che sta costantemente davanti ai nostri occhi, secondo perché sono false. Innanzitutto è falso dire che “provoca” questo e quest’altro: il fumo e l’inquinamento atmosferico favoriscono e accelerano il cancro in chi vi è geneticamente predisposto, ma se sono predisposta mi viene comunque, a meno che non mi cada un vaso di gerani sulla testa a 12 anni, e se non sono predisposta il cancro non mi viene. Se bevo mi viene la cirrosi epatica se vi sono geneticamente predisposta. Ovviamente se sono predisposta e fumo/bevo, mi viene prima. Ovviamente se non sono predisposta al cancro al polmone e fumo non mi viene quello ma potrebbe venirmi la bronchite cronica o l’enfisema polmonare, però dire che “provoca” questo o quello è intrinsecamente falso: in medicina non esiste A provoca B, qualunque patologia è sempre frutto di una molteplicità di fattori. E ancora più falso è dire che il fumo uccide; in realtà, anzi, non c’è praticamente nessuna cosa di cui si possa dire con assoluta certezza che uccide: c’è chi è sopravvissuto a coltellate, spari, bombardamenti, terremoto, inondazione, eruzione vulcanica, anni fa ho letto addirittura di uno che è sopravvissuto alla caduta dell’aereo, e dopo un anno è uscito dall’ospedale con le sue gambe, e quindi no, il fumo NON uccide. Fermo restando, beninteso, che non posso sapere in anticipo se sono o no predisposta al cancro e alla cirrosi, quindi magari è meglio cercare di non prendere certe abitudini, senza contare che l’alcol è responsabile anche di tante altre cose poco simpatiche (non è roba da patriarcato tossico dire che se uno mi salta addosso quando sono ubriaca, le mie capacità di difendermi sono notevolmente ridotte).
Quanto al titolo, direi che il fumo, anche quando uccide, lo fa comunque molto più lentamente di quanto lo faccia lo stato etico. O almeno certi stati etici.
Alcune tue osservazioni hanno senso – la medicina è probabilistica, la suscettibilità individuale esiste. Il problema sono le conclusioni che trai…
Sull’idea che il fumo faccia male “solo ai predisposti”: i cancerogeni del tabacco danneggiano direttamente il DNA delle cellule polmonari, accumulando mutazioni nel tempo. Non serve una predisposizione ereditaria come condizione necessaria. L’85% dei casi di cancro al polmone riguarda fumatori o ex-fumatori. E se fosse davvero una questione di geni, i gemelli identici dovrebbero ammalarsi insieme. Non è quello che osserviamo.
Sul “non provoca”: in epidemiologia si usano criteri precisi per stabilire la causalità. Il fumo li soddisfa tutti, per cancro al polmone, BPCO, malattie cardiovascolari. Un fumatore pesante ha un rischio di ammalarsi di cancro al polmone 15-30 volte superiore a chi non fuma. A un certo punto la distinzione tra “causa” e “fattore determinante” diventa sottile abbastanza da non cambiare niente nella pratica.
Sul “non uccide perché qualcuno sopravvive”: nessuno sostiene che uccida tutti. L’affermazione è che riduce l’aspettativa di vita di circa 10 anni in media, e che causa 8 milioni di morti l’anno nel mondo. Con lo stesso ragionamento si potrebbe dire che le pistole non uccidono, visto che qualcuno sopravvive.
C’è poi una cosa che manca nel ragionamento, anche nell’articolo: anche accettando che il rischio sia “una scelta personale”, le conseguenze non lo sono. Un paziente con BPCO o cancro al polmone genera costi enormi sul sistema sanitario – quindi sulle tasche di tutti. In Italia il costo sociale del tabagismo è stimato in decine di miliardi l’anno. Le scritte sui pacchetti non sono una predica: sono anche informazione su un rischio che la collettività si trova a pagare.
Alcune tue osservazioni hanno senso – la medicina è probabilistica, la suscettibilità individuale esiste. Il problema è dove porta il tuo ragionamento…
Sull’idea che il fumo faccia male “solo ai predisposti”: i cancerogeni del tabacco danneggiano direttamente il DNA delle cellule polmonari, accumulando mutazioni nel tempo. Non serve una predisposizione ereditaria come condizione necessaria. L’85% dei casi di cancro al polmone riguarda fumatori o ex-fumatori. E se fosse davvero una questione di geni, i gemelli identici dovrebbero ammalarsi insieme. Non è quello che osserviamo.
Sul “non provoca”: in epidemiologia si usano criteri precisi per stabilire la causalità. Il fumo li soddisfa tutti, per cancro al polmone, BPCO, malattie cardiovascolari. Un fumatore pesante ha un rischio di ammalarsi di cancro al polmone 15-30 volte superiore a chi non fuma. A un certo punto la distinzione tra “causa” e “fattore determinante” diventa sottile abbastanza da non cambiare niente nella pratica.
Sul “non uccide perché qualcuno sopravvive”: nessuno sostiene che uccida tutti. L’affermazione è che riduce l’aspettativa di vita di circa 10 anni in media, e che causa 8 milioni di morti l’anno nel mondo. Con lo stesso ragionamento si potrebbe dire che le pistole non uccidono, visto che qualcuno sopravvive.
C’è poi una cosa che manca nel ragionamento, pure nell’articolo: anche accettando che il rischio sia “una scelta personale”, le conseguenze non lo sono. Un paziente con BPCO o cancro al polmone genera costi enormi sul sistema sanitario – quindi sulle tasche di tutti. In Italia il costo sociale del tabagismo è stimato in decine di miliardi l’anno. Le scritte sui pacchetti non sono una predica: sono anche informazione su un rischio che la collettività si trova a pagare.