
Come l’Ucraina, la Georgia è in guerra con la Russia. In una forma meno visibile, certo, ma pur sempre reale. La Russia controlla oggi circa il 20% del territorio georgiano, con truppe presenti nelle regioni separatiste di Abkhazia e Ossezia del Sud. Ma l’influenza di Mosca va oltre i confini fisici: passa per la politica, le istituzioni, i media. Per frenare il cammino della Georgia verso l’Europa, il Cremlino si serve di elezioni truccate, uomini fedeli messi al potere, propaganda, intimidazioni e graduale smantellamento della democrazia.
Da quasi un anno, i georgiani protestano. Oltre 300 giorni di piazze piene, bandiere europee, cariche della polizia. Il popolo non accetta il governo di Sogno Georgiano, considerato illegittimo, imposto con brogli elettorali e complice della Russia. È parte di un conflitto ibrido, nella quale il nemico non spara, ma controlla, corrompe, sopprime, in quel crocevia (tra occidente e oriente) in cui la Georgia ha sempre oscillato.
Le tensioni più recenti sono esplose in occasione delle elezioni comunali del 4 ottobre, che si sono svolte in un contesto di boicottaggio organizzato da diversi partiti dell’opposizione, che hanno denunciato brogli e manipolazione del sistema elettorale. Le strade di Tbilisi sono diventate campo di battaglia: migliaia di manifestanti hanno cercato di sfondare le barriere attorno al palazzo presidenziale (Orbeliani Palace), con l’obiettivo di “riprendersi la democrazia”. Le forze dell’ordine hanno risposto con cannoni ad acqua, spray al peperoncino, cariche e arresti: almeno cinque attivisti sono stati fermati.
La battaglia si gioca anche sul piano diplomatico. Il primo ministro Irakli Kobakhidze ha accusato l’Unione Europea di “interferenze” nella politica georgiana, definendo la protesta come un tentativo orchestrato di destabilizzazione. Ha chiesto all’ambasciatore dell’Ue a Tbilisi, Pawe? Herczynski, chiedendogli di condannare pubblicamente i manifestanti.
Intanto, gli Stati Uniti hanno convocato l’ambasciatrice georgiana a Washington dopo che funzionari del governo di Sogno Georgiano hanno accusato gli Stati Uniti di finanziare proteste “rivoluzionarie” dalla Thailandia e di sostenere “attività anti-Cina” in Georgia. Accuse false, ha replicato l’ambasciata americana, che ha denunciato una campagna di disinformazione per intimidire la società civile.
Questo episodio conferma la tendenza del governo georgiano ad adottare sempre più toni e metodi russi. Accusare l’opposizione di essere al soldo di potenze straniere e criminalizzare il dissenso: lo schema è quello visto e rivisto a Mosca.
Eppure qualcosa scricchiola. La Georgia era il terreno dove la strategia russa sembrava funzionare. In Ucraina la guerra continua. In Moldavia e Romania i tentativi di manipolazione sono falliti. In Georgia, invece, Mosca era riuscita a insediare un governo amico e bloccare l’integrazione europea.
Ma la presa non è totale. Il controllo russo è più fragile di quanto appaia. La resistenza georgiana sta diventando ogni giorno che passa sempre più un problema per Mosca, che intanto moltiplica provocazioni altrove: raid su Leopoli, droni sull’Europa, ondate di disinformazione. La Russia, oggi, non avanza: ringhia.
E in Georgia – lontano dai riflettori – si gioca una delle battaglie decisive. Perché è qui che Mosca aveva vinto, almeno in apparenza. Ma i georgiani non ci stanno. E se qualcosa cambia a Tbilisi, gli effetti possono propagarsi ben oltre i confini del Caucaso.
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