5 pensieri su “Il fine giustifica i mezzi? Il nuovo mondo degli imperi

  1. La domanda insita nell’articolo è legittima, considerando tutte le sfaccettature socio-politiche di una simile azione. La vera questione, ovviamente per il sottoscritto, è: il gioco vale la candela?? Il gioco è il classicissimo RISIKO, dove gli stati (quelli forti e con tendenze egemoniche) si confrontano soprattutto in operazioni non-combatant e qui si dovrebbe aprire una grossa parentesi (tonda, quadra e graffa): gli USA agiscono nel momento in cui si sentono minacciati. In questo contesto la minaccia non era lo stato il Venezuela come entità statuale bensì la cricca RUSSIA-CINA-IRAN anti-USA e anti-occidentale che faceva della dittatura Maduro il fulcro di azioni sotto-soglia ed impiegando come leva il narcotraffico + terrorismo + economia nascosta + violazione delle sanzioni….Tutto questo, purtroppo, a scapito della popolazione venezuelana. Quindi per me IL FINE GIUSTIFICA I MEZZI SE: ad adottare tale principio sia nazione dotata di una alta morale ed etica

    Ma poi occorre anche considerare, dato che non siamo sprovveduti, se non vi fossero stati benefici nel medio-lungo periodo, gli USA non sarebbero intervenuti.

    Trump mi piace? NO, PER NIENTE

    Ancora meno mi piace l’ondivaghismo della UE e la sua cronica incapacità a vedere la realtà senza usare lenti distorte dalla comoda consapevolezza CHE TANTO CI PENSA LO ZIO SAM. Ma lo zio americano si è stufato ed ora ci prepara il vero boccone avvelenato: stress test in merito alla Groenlandia

  2. L’Europa ha vissuto decenni di benessere e prosperità grazie al fatto che la difesa dei confini dei Paesi era affidata principalmente (e lo è ancora in parte) agli Stati Uniti.
    Se si vuole un’Europa più autorevole e autonoma, bisogna distaccarsi da certi legami che possono rimanere come alleanza atlantica ma in maniera più lieve. Finché gli Stati europei non si metteranno d’accordo per raggiungere quell’obiettivo, non ci sarà nessuna Europa in grado di imporsi come soggetto rilevante estero.

  3. L’esodo venezuelano, con oltre 7,9 milioni di persone costrette ad abbandonare il Paese, non rappresenta solo un dramma umanitario di proporzioni storiche, ma costituisce un potente vettore di pressione geopolitica che mette a nudo le croniche fragilità della politica estera europea. Per un cittadino venezuelano che osserva il Vecchio Continente, l’impressione è quella di un’Europa che ambirebbe a essere faro di democrazia, ma che si ritrova ostaggio delle proprie divisioni interne e di una burocrazia spesso asfissiante. Questa frattura si manifesta proprio sul terreno della legittimità politica: mentre il Parlamento Europeo si è dimostrato un alleato convinto dell’opposizione democratica, i singoli Stati membri hanno proceduto in ordine sparso, adottando posizioni talvolta apertamente contraddittorie. In questo scenario, la Spagna — approdo naturale per vincoli linguistici e culturali — incarna il ruolo di un “ponte spezzato”, tesa tra il dovere della solidarietà verso i perseguitati e il peso di interessi economici storici, condizionata dalle fragili dinamiche della propria politica interna.
    Tale ambiguità ha privato l’Europa della sua naturale bussola verso l’America Latina, riducendo l’Unione a un attore gregario, una pedina mossa sullo scacchiere per assecondare o contrastare le strategie di Washington, declassandola a protagonista di secondo piano rispetto a giganti come Cina e Russia. Parallelamente, il dramma dell’esodo si consuma quotidianamente nel paradosso dei visti e del diritto d’asilo: migliaia di venezuelani giungono nel continente come turisti per poi richiedere protezione internazionale, scontrandosi con sistemi giudiziari intasati e tempi di attesa biblici. Questo logorante limbo giuridico non è solo un’inefficienza procedurale, ma una barriera che paralizza l’integrazione, sprecando un’opportunità straordinaria. Mentre attendono un documento per anni, medici, ingegneri e docenti restano sospesi, ridotti a mero “problema migratorio” da un’Europa che ignora come questa diaspora vorrebbe invece essere parte integrante di una battaglia comune per i valori occidentali.
    Il quadro si complica ulteriormente con la crisi energetica globale innescata dal conflitto in Ucraina, che ha spinto l’Europa a guardare con un rinnovato e cinico pragmatismo alle immense riserve di greggio del Venezuela. La crisi migratoria diventa così un’arma a doppio taglio: Bruxelles deve oggi decidere se mantenere il rigore delle sanzioni contro chi ha causato l’esodo o allentarle per garantirsi approvvigionamenti, rischiando di stabilizzare proprio il regime che è all’origine della fuga. Per i venezuelani, vedere l’Europa “balbettare” è fonte di profonda frustrazione; mentre le grandi potenze giocano a scacchi sulla loro pelle, l’Unione appare più preoccupata della forma che dell’efficacia. In questo contesto, invocare il rispetto del diritto internazionale suscita un sorriso amaro in chi vive da anni in un Paese in cui la legalità è sospesa e le convenzioni sembrano ridursi a carta straccia. Per il venezuelano medio, ogni misura — sia essa una sanzione, un negoziato o un intervento esterno — viene giudicata con un unico, brutale parametro: se essa acceleri la fine dell’agonia o ne sancisca il prolungamento. È questa la domanda sospesa a cui né chi è rimasto in patria né chi vive nella diaspora ha ancora ricevuto una risposta chiara.

    1. Si capisce la situazione drammatica dei cittadini venezuelani, ma i Paesi europei stanno già affrontando crisi migratorie dall’Africa e dall’Asia che impattano sull’umore dei suoi cittadini e sull’economia e che si riflettono con certe scelte elettorali che potrebbero anche minare la poca unità dell’Europa attuale.
      Inoltre l’Occidente non può occuparsi di risolvere ogni situazione di dittatura o di regime nel mondo; serve anche delle azioni prese da una parte del popolo. Altrimenti è chiaro che un tornaconto anche economico è necessario nel rischio di intraprendere certe azioni militari e politiche.

  4. Bellissimo articolo. Viene da chiedersi come si comporterebbe l’Europa se fosse a sua volta un impero coeso e bellicoso.

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