
Il fine giustifica i mezzi? Questa forse è la domanda che, dopo la vicenda venezuelana ancora piena di incognite, ci si deve porre.
Indubbiamente gli Stati Uniti, liberandosi in un modo così plateale della presidenza Maduro, hanno ottenuto alcuni successi, dei quali il più importante non è certo la lotta al narcotraffico, ma piuttosto l’aver ristabilito la propria leadership in quella parte del mondo. La futura classe dirigente venezuelana saprà che l’interlocutore privilegiato dovrà essere gli Stati Uniti, e non solo per il petrolio ma anche dal punto di vista politico, e con un’inflazione ingestibile e una crisi economica drammatica le alternative non saranno molte.
D’altro canto, non si può non ascoltare con attenzione coloro che parlano di questa azione come di un sostanziale cambio di paradigma nei rapporti tra gli Stati che, in spregio a qualunque trattato, accordo o consuetudine ispirata al rispetto del diritto internazionale, ricorrono alla forza, anche militare, per ottenere il proprio obiettivo politico. Un salto che rischia di essere presto imitato. Appunto, il fine che giustifica il mezzo da qualche giorno è diventato consuetudine.
L’azione americana è stata pubblicamente sostenuta con orgoglio e in realtà rientra in un “modus operandi” da molto tempo, da quando cioè gli imperi si stanno ricostruendo, cambiando la geografia del potere mondiale.
L’influenza dell’impero cinese in molte aree, esercitata attraverso l’economia, con prestiti per le infrastrutture in cambio dell’utilizzo di risorse naturali, per esempio, si estende con proporzioni sempre sottovalutate e una rapidità impressionante. Il nuovo colonialismo, sottotraccia perché utilizza poteri apparentemente espressi dai cittadini di quella nazione ma totalmente asserviti al nuovo padrone anche grazie alla corruzione, dilaga come olio e non è sempre identificabile.
L’azione della Russia, che anche militarmente, attraverso gruppi mercenari, controlla intere porzioni di Africa, spostando eserciti opachi a favore di interessi altrettanto opachi, è un altro di quei capitoli poco conosciuti e che non hanno nulla a che fare con le convenzioni internazionali. Anche nel caso dell’Ucraina la Russia di Putin sembra seguire una logica che credevamo scomparsa: l’allargamento dei confini, anche geografici, dell’impero.
Ha ragione Maurizio Molinari nel suo ultimo, interessante saggio: il ritorno degli imperi ha cambiato il linguaggio internazionale tra i Paesi e ha tolto peso e ruolo a quelle organizzazioni che, dopo la Seconda guerra mondiale, erano nate per garantirne i rapporti all’interno di un quadro giuridico condiviso.
Gli imperi agiscono da imperi: si scontrano, si spartiscono porzioni di mondo che non sono in grado di mostrare forze autonome, esercitando influenza politica, militare o economica con mezzi ibridi solo apparentemente meno sanguinari delle guerre tradizionali, e non intendono sottoporre le proprie scelte né a regole né, tantomeno, al rispetto del principio dell’autodeterminazione dei popoli.
Quello che ha fatto l’amministrazione americana in Venezuela è solo una rappresentazione più evidente di quello che continua ad avvenire altrove.
In questo scenario, certamente preoccupante, nel quale i cittadini e la loro volontà sono l’ultima delle preoccupazioni dei nuovi leader, l’Europa balbetta e così rischia la sua fine, dimenticando di essere nata dalle ceneri della tragedia del XX secolo, proprio quello che sancì la fine degli imperi e la nascita delle democrazie.
Qui sta il paradosso: l’Europa rischia la sua stessa esistenza a causa dei nuovi imperi, essendo nata dalle ceneri di quelli vecchi, la cui esistenza aveva portato alla catastrofe della Prima e della Seconda guerra mondiale.
L’Europa, come ha giustamente ricordato il Presidente Mattarella nel suo messaggio augurale di fine anno, ha contribuito con le proprie democrazie a mantenere un lungo periodo di prosperità e benessere e di relativa pace durato ottant’anni, ma non è in grado, con le proprie regole attuali e le proprie forze e divisioni interne, di affrontare il nuovo corso globale.
Siamo passeggeri di una nave in tempesta della quale non abbiamo però i comandi. O, per lo meno, non li abbiamo più da tempo e non possiamo che cominciare l’anno nuovo con una flebile speranza che questa consapevolezza possa risvegliare un po’ di orgoglio necessario per rimetterci al centro dello scenario globale, far riconoscere la nostra esistenza o semplicemente per difenderci.

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La domanda insita nell’articolo è legittima, considerando tutte le sfaccettature socio-politiche di una simile azione. La vera questione, ovviamente per il sottoscritto, è: il gioco vale la candela?? Il gioco è il classicissimo RISIKO, dove gli stati (quelli forti e con tendenze egemoniche) si confrontano soprattutto in operazioni non-combatant e qui si dovrebbe aprire una grossa parentesi (tonda, quadra e graffa): gli USA agiscono nel momento in cui si sentono minacciati. In questo contesto la minaccia non era lo stato il Venezuela come entità statuale bensì la cricca RUSSIA-CINA-IRAN anti-USA e anti-occidentale che faceva della dittatura Maduro il fulcro di azioni sotto-soglia ed impiegando come leva il narcotraffico + terrorismo + economia nascosta + violazione delle sanzioni….Tutto questo, purtroppo, a scapito della popolazione venezuelana. Quindi per me IL FINE GIUSTIFICA I MEZZI SE: ad adottare tale principio sia nazione dotata di una alta morale ed etica
Ma poi occorre anche considerare, dato che non siamo sprovveduti, se non vi fossero stati benefici nel medio-lungo periodo, gli USA non sarebbero intervenuti.
Trump mi piace? NO, PER NIENTE
Ancora meno mi piace l’ondivaghismo della UE e la sua cronica incapacità a vedere la realtà senza usare lenti distorte dalla comoda consapevolezza CHE TANTO CI PENSA LO ZIO SAM. Ma lo zio americano si è stufato ed ora ci prepara il vero boccone avvelenato: stress test in merito alla Groenlandia
L’Europa ha vissuto decenni di benessere e prosperità grazie al fatto che la difesa dei confini dei Paesi era affidata principalmente (e lo è ancora in parte) agli Stati Uniti.
Se si vuole un’Europa più autorevole e autonoma, bisogna distaccarsi da certi legami che possono rimanere come alleanza atlantica ma in maniera più lieve. Finché gli Stati europei non si metteranno d’accordo per raggiungere quell’obiettivo, non ci sarà nessuna Europa in grado di imporsi come soggetto rilevante estero.
L’esodo venezuelano, con oltre 7,9 milioni di persone costrette ad abbandonare il Paese, non rappresenta solo un dramma umanitario di proporzioni storiche, ma costituisce un potente vettore di pressione geopolitica che mette a nudo le croniche fragilità della politica estera europea. Per un cittadino venezuelano che osserva il Vecchio Continente, l’impressione è quella di un’Europa che ambirebbe a essere faro di democrazia, ma che si ritrova ostaggio delle proprie divisioni interne e di una burocrazia spesso asfissiante. Questa frattura si manifesta proprio sul terreno della legittimità politica: mentre il Parlamento Europeo si è dimostrato un alleato convinto dell’opposizione democratica, i singoli Stati membri hanno proceduto in ordine sparso, adottando posizioni talvolta apertamente contraddittorie. In questo scenario, la Spagna — approdo naturale per vincoli linguistici e culturali — incarna il ruolo di un “ponte spezzato”, tesa tra il dovere della solidarietà verso i perseguitati e il peso di interessi economici storici, condizionata dalle fragili dinamiche della propria politica interna.
Tale ambiguità ha privato l’Europa della sua naturale bussola verso l’America Latina, riducendo l’Unione a un attore gregario, una pedina mossa sullo scacchiere per assecondare o contrastare le strategie di Washington, declassandola a protagonista di secondo piano rispetto a giganti come Cina e Russia. Parallelamente, il dramma dell’esodo si consuma quotidianamente nel paradosso dei visti e del diritto d’asilo: migliaia di venezuelani giungono nel continente come turisti per poi richiedere protezione internazionale, scontrandosi con sistemi giudiziari intasati e tempi di attesa biblici. Questo logorante limbo giuridico non è solo un’inefficienza procedurale, ma una barriera che paralizza l’integrazione, sprecando un’opportunità straordinaria. Mentre attendono un documento per anni, medici, ingegneri e docenti restano sospesi, ridotti a mero “problema migratorio” da un’Europa che ignora come questa diaspora vorrebbe invece essere parte integrante di una battaglia comune per i valori occidentali.
Il quadro si complica ulteriormente con la crisi energetica globale innescata dal conflitto in Ucraina, che ha spinto l’Europa a guardare con un rinnovato e cinico pragmatismo alle immense riserve di greggio del Venezuela. La crisi migratoria diventa così un’arma a doppio taglio: Bruxelles deve oggi decidere se mantenere il rigore delle sanzioni contro chi ha causato l’esodo o allentarle per garantirsi approvvigionamenti, rischiando di stabilizzare proprio il regime che è all’origine della fuga. Per i venezuelani, vedere l’Europa “balbettare” è fonte di profonda frustrazione; mentre le grandi potenze giocano a scacchi sulla loro pelle, l’Unione appare più preoccupata della forma che dell’efficacia. In questo contesto, invocare il rispetto del diritto internazionale suscita un sorriso amaro in chi vive da anni in un Paese in cui la legalità è sospesa e le convenzioni sembrano ridursi a carta straccia. Per il venezuelano medio, ogni misura — sia essa una sanzione, un negoziato o un intervento esterno — viene giudicata con un unico, brutale parametro: se essa acceleri la fine dell’agonia o ne sancisca il prolungamento. È questa la domanda sospesa a cui né chi è rimasto in patria né chi vive nella diaspora ha ancora ricevuto una risposta chiara.
Si capisce la situazione drammatica dei cittadini venezuelani, ma i Paesi europei stanno già affrontando crisi migratorie dall’Africa e dall’Asia che impattano sull’umore dei suoi cittadini e sull’economia e che si riflettono con certe scelte elettorali che potrebbero anche minare la poca unità dell’Europa attuale.
Inoltre l’Occidente non può occuparsi di risolvere ogni situazione di dittatura o di regime nel mondo; serve anche delle azioni prese da una parte del popolo. Altrimenti è chiaro che un tornaconto anche economico è necessario nel rischio di intraprendere certe azioni militari e politiche.
Bellissimo articolo. Viene da chiedersi come si comporterebbe l’Europa se fosse a sua volta un impero coeso e bellicoso.