

L’accordo nucleare tra Stati Uniti e Arabia Saudita rischia di incrinare il sistema di non-proliferazione. Tra interessi commerciali, controlli indeboliti e ambizioni regionali, Washington potrebbe favorire una nuova corsa mediorientale verso la soglia atomica.
Il quadro negoziale che emerge dalle macerie dell’ultima escalation militare tra USA, Israele e Iran ha prodotto uno scenario paradossale. Mentre il fragile memorandum di intesa siglato tra Washington e Teheran sta fallendo il tentativo di congelare le scorte iraniane di uranio arricchito al 60% e di stabilizzare una tregua costellata da quotidiane violazioni tattiche, la diplomazia americana ha aperto un nuovo e inatteso fronte di rischio sistemico.
L’intesa per la cooperazione nucleare civile sottoscritta con l’Arabia Saudita rappresenta un’improvvisa svolta strutturale nelle dinamiche della proliferazione atomica mediorientale. Più che di un trattato quadro multilaterale, si tratta – come tutti i precedenti firmati dal businessman Trump – di un accordo commerciale. Questo concede a Riad l’accesso alla tecnologia nucleare statunitense e ipotizza per la prima volta la possibilità di sviluppare capacità di arricchimento dell’uranio sul proprio territorio nazionale.
La mossa di Washington – pur dettata da motivazioni economiche interne – intercetta una trasformazione profonda nella stessa Arabia Saudita. Attraverso il piano strategico “Vision 2030”, la monarchia punta a diversificare un modello produttivo legato al greggio, allocando decine di miliardi di dollari per la costruzione di una rete di reattori capaci di soddisfare una domanda elettrica interna in crescita costante.
Tuttavia, le implicazioni geopolitiche travalicano la semplice transizione energetica. Offrendo a Riad ciò che per vent’anni è stato negato e militarmente avversato nel caso dell’Iran, gli Stati Uniti rischiano di privare di valore i pilastri delle intese globali di non-proliferazione, sostituendo la dottrina del contenimento con una rischiosa scommessa basata esclusivamente su ragioni di mercato.
La svolta di Washington tra vincoli storici e logica di mercato
Per oltre quattro decenni, la politica di esportazione nucleare della Casa Bianca si è fondata sul rispetto del cosiddetto “Gold Standard”, sancito dalla Sezione 123 dell’Atomic Energy Act del 1954. Questa norma impone che qualsiasi Paese terzo intenda stipulare un accordo di cooperazione nucleare con gli Stati Uniti debba rinunciare esplicitamente alle attività del ciclo del combustibile considerate a doppio uso, vale a dire l’arricchimento dell’uranio e il riprocessamento del combustibile esausto per l’estrazione di plutonio.
L’esempio più recente di questa dottrina è rappresentato dall’intesa del 2009 con gli Emirati Arabi Uniti, nei quali Abu Dhabi ha accettato di importare interamente il combustibile nucleare dall’estero, precludendosi ogni – delicata – attività di arricchimento in loco.
Il testo negoziato con il principe ereditario Mohammed bin Salman ribalta questa prassi consolidata. La logica che guida oggi l’inquilino della Casa Bianca parte da una premessa di pragmatismo commerciale: rifiutare a Riad la capacità di arricchimento significherebbe spingere la monarchia verso il consorzio statale russo Rosatom o verso la China National Nuclear Corporation (CNNC), storicamente meno rigide sui vincoli di non-proliferazione.
Ciononostante, il compromesso contabile presenta vistose incongruenze operative. L’argomentazione difesa sui social da Donald Trump – secondo cui le fasi di arricchimento avverrebbero sotto stretto controllo americano o persino al di fuori dei confini sauditi – entra in rotta di collisione con la dicitura tecnica del contratto, che lascia spazio all’installazione di infrastrutture di separazione isotopica all’interno del Regno.
L’elemento di maggiore fragilità risiede nell’architettura dei controlli. L’accordo scavalca il ruolo ispettivo e indipendente dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), affidando le verifiche a un meccanismo di monitoraggio gestito in via bilaterale dagli stessi Stati Uniti.
La decisione di rinunciare all’imposizione del Protocollo Aggiuntivo dell’AIEA elimina quel livello di trasparenza rafforzata che consente di individuare per tempo la presenza di laboratori clandestini o il doppio uso di infrastrutture civili per scopi militari.
La contraddizione iraniana e la fine del monopolio della soglia
Questo cambio di rotta unilaterale mina la tenuta concettuale della politica estera americana nell’area. Per oltre due decenni, la comunità internazionale ha giustificato sanzioni unilaterali, sabotaggi cibernetici come Stuxnet, operazioni sotto copertura e, da ultimo, raid aerei ad alta intensità contro le infrastrutture di Natanz e Fordow, sostenendo il principio che l’arricchimento dell’uranio da parte di un attore mediorientale rappresentasse un pericolo inaccettabile per la stabilità globale.
Concedere oggi a Riad la possibilità di accedere al medesimo ciclo tecnologico rende ardua la difesa di una distinzione di merito tra programmi nucleari leciti e illeciti.
Il quadro strategico si complica se si considerano le dichiarazioni rilasciate dallo stesso Mohammed bin Salman, il quale ha ribadito a più riprese che, qualora Teheran dovesse trasformare la sua capacità di soglia nella produzione di testate nucleari operative, l’Arabia Saudita farebbe immediatamente ricorso a tutte le risorse disponibili per dotarsi di un analogo deterrente.
La dottrina della Mosaic Defense sviluppata dall’Iran trova così una sponda indiretta nel riarmo saudita: invece di de-escalare la regione, la prospettiva di un doppio arricchimento istituzionalizzato crea le premesse per una corsa agli armamenti nucleari a catena.
La storia del programma nucleare iraniano offre un ammonimento nitido. Teheran ha ricevuto i suoi primi reattori di ricerca (TRR) e il materiale fissile iniziale proprio dagli Stati Uniti alla fine degli anni Cinquanta, nell’ambito del programma Atoms for Peace, con l’obiettivo di legare lo Scià Reza Pahlavi al blocco occidentale e prevenire la pericolosa influenza dell’Unione Sovietica.
Il cambio di regime del 1979 ha trasformato quelle tecnologie fornite da Washington nella base logistica e scientifica del programma militare odierno. I pianificatori strategici non possono ignorare il fatto che un ipotetico mutamento degli assetti interni a Riad o un riallineamento delle sue alleanze internazionali potrebbe, nel volgere di pochi decenni, consegnare una filiera tecnologica completa ad amministrazioni con priorità difensive – e offensive – del tutto opposte a quelle attuali.
Forse occorrerebbe, anche in questo caso, un ripasso di storia: oltre che all’Iran, gli Stati Uniti hanno fornito – in funzione antisovietica – miliardi di dollari in armi avanzate e addestramento ai mujahideen in Afghanistan, al regime di Saddam Hussein in Iraq e al generale Manuel Noriega a Panama. In tutti questi casi, quelle stesse armi e quegli stessi combattenti si sono poi rivolti contro gli stessi Stati Uniti.
Il cortocircuito diplomatico e il nodo di Capitol Hill
Oltre ai dubbi di natura tecnica, l’intesa è viziata da un evidente disallineamento comunicativo ed esecutivo. Nella bozza contrattuale approvata manca qualsiasi riferimento formale all’adesione dell’Arabia Saudita agli Accordi di Abramo e alla conseguente normalizzazione dei rapporti diplomatici con lo Stato di Israele.
Durante l’amministrazione Biden, il Dipartimento di Stato aveva presentato la cessione della tecnologia nucleare come la moneta di scambio fondamentale per spingere Riad a riconoscere ufficialmente Gerusalemme, offrendo a quest’ultima un riassetto strategico dell’intero blocco arabo sunnita in funzione anti-iraniana.
Il disaccoppiamento tra il dossier atomico e il canale diplomatico ha costretto lo Studio Ovale a correzioni d’emergenza. A meno di ventiquattro ore dalla firma, Trump ha affidato ai social la precisazione che l’intesa contrattuale rimarrà congelata e non produrrà effetti operativi fino a quando la monarchia saudita non avrà siglato la piena adesione agli Accordi di Abramo.
Questo approccio estemporaneo ha sollevato pesanti perplessità sia a Gerusalemme, dove l’apparato di sicurezza teme la fine del proprio monopolio atomico de facto nel Medio Oriente, sia al Congresso degli Stati Uniti. Per non parlare di Riad, dove si trovano ad aver firmato un accordo smentito dalla controparte meno di 24 ore dopo.
Ora l’intesa dovrà comunque affrontare l’iter di ratifica a Capitol Hill, dove sia i democratici sia una componente significativa dei repubblicani hanno espresso forte contrarietà alla concessione di tecnologie a doppio uso a un regime che rifiuta i controlli stringenti dell’AIEA.
Nel frattempo, sul campo, il fragile cessate il fuoco raggiunto tra Israele e Iran continua a essere violato da raid di precisione, attacchi asimmetrici condotti dalle milizie proxy e schermaglie cibernetiche.
L’illusione di poter stabilizzare il Medio Oriente mercificando l’accesso alla tecnologia nucleare rischia di produrre l’effetto opposto: erodere la credibilità dei trattati internazionali – per non parlare di quella degli stessi USA – e spingere l’intera regione verso un equilibrio fondato sul terrore atomico condiviso.
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Il ciglione biondocrinato, alias TheDonald, sta certificando il triplo disastro che è agli occhi di tutti: fallimento nel contenere Iran sullo sviluppo nucleare; disallineamento (geopolitico) con il principale partner del MO (Israele); miopia/incapacità nel prevedere il ricatto petrolifero nei 2 choke-point (Hormuz e Bab el-Mandeb). Quindi che fare: buttare benzina sul fuoco!! Immagino che dalle parte di Tel Aviv non siano propriamente contenti di tale scenario