


Ha inizio con questo articolo una nuova rubrica di economia curata da Valerio Sale. Una vita da manager in Europa, Medio Oriente e Stati Uniti nei settori dell’industria e del commercio. Ha pubblicato saggi e articoli per riviste e collane di Economia e Management e per le pagine economiche di siti e blog di Affari Esteri. Benvenuto Valerio.
Il dollaro resta la valuta centrale del sistema internazionale e il suo funerale può attendere. Ma la forza ciclica convive con crepe strutturali: debito federale, pressione politica sulla Fed, acquisti d’oro delle banche centrali e lenta diversificazione delle riserve. Non un crollo imminente, dunque, ma l’erosione graduale di una supremazia che non è più un assioma.
Il Dollar Index (DXY), che indica quanto è forte la moneta USA rispetto a un paniere di sei valute principali, è ritornato sopra quota 100 dopo circa due mesi. Oggi oscilla su quella soglia, affermando così la sua supremazia. Agli officianti del rito della dedollarizzazione non resta che constatare che il funerale del dollaro è rimandato.
Per rimanere con i piedi per terra è sufficiente notare cosa rileva la Banca dei Regolamenti Internazionali, quella delle regole di Basilea, tanto per intenderci: l’89,2% delle transazioni valutarie del pianeta è in dollari, il che significa che il dollaro è su uno dei due lati di quasi 9 transazioni su 10.
Giusto per capire meglio il confronto: l’euro rappresenta il 28,9% delle transazioni, lo yen il 16,8%, la sterlina il 10,2%, il renminbi l’8,5%, il franco svizzero il 6,4%. Il dollaro resta la valuta centrale del sistema internazionale. Con buona pace degli adepti del «nuovo mondo» – quello ripulito da stelle e strisce – che invitano a sedersi alla tavola imbandita dai vari BRICS, Cina e Russia per commerciare allegramente a base di yuan e cripto varie.
Secondo Reuters, la valuta americana è entrata nella seconda metà dell’anno su un’onda definita «winner takes it all», sostenuta dalle aspettative di rialzi dei tassi e da un’economia che continua a sorprendere per resilienza.
Sulla resilienza dell’economia globale occorrerebbe aprire un capitolo a parte, a fronte di crisi che, dalla pandemia a Hormuz, continuano a essere superate oltre le aspettative.
Tornando al biglietto verde, il posizionamento speculativo sul dollaro ha raggiunto livelli record, con oltre 30 miliardi di dollari di posizioni nette lunghe, segno di una fiducia diffusa tra gli investitori. Il mercato speculativo sta scommettendo su un dollaro forte perché crede nella superiorità economica e nel differenziale di tassi degli USA.
Tuttavia, per le logiche della storia e per la gioia dei dedollarizzatori, sotto questa superficie brillante si muove la placca tettonica di un dollaro che mostra crepe profonde. Il segnale arriva dall’oro. E da Ray Dalio.
Dopo aver toccato il record di 5.500 dollari l’oncia, l’oro si attesta attualmente a 4.400. Non è stata e non è una fiammata speculativa, ma un voto di sfiducia verso le valute fiat, dollaro in testa. Le banche centrali lo sanno: stanno comprando metallo prezioso a ritmi elevati, mentre riducono l’esposizione ai titoli del Tesoro USA.
Ray Dalio, il finanziere-guru fondatore del fondo Bridgewater, la prende un po’ più larga, passando dall’analisi alla tesi. Dalio sostiene cioè che nel 2026 il sistema monetario globale sta vivendo una scossa che ricorda i grandi momenti di svolta del Novecento. Una transizione monetaria che avviene «una o due volte per secolo», con l’ascesa dell’oro come sintomo di una guerra finanziaria globale che mina la fiducia nel debito denominato in dollari.
È un’analisi sostenuta da un impianto, per così dire, «profetico», che Dalio ha racchiuso nei principi contenuti nel suo bestseller The Changing World Order. Egli identifica cinque forze convergenti che generano cambiamenti di sistema circa una volta per secolo: debito pubblico – conflittualità interna dovuta alla polarizzazione – rivalità geopolitica tra le potenze – eventi naturali – innovazione tecnologica.
La tesi di Dalio è che nel 2026 sia in corso un’accelerazione simultanea di tutte e cinque le forze, simile a quella che precedette la grande crisi degli anni ’30-’40 oppure la ristrutturazione monetaria di Bretton Woods negli anni ’60-’70. In entrambi i casi, il sistema fu riscritto da zero.
Il mondo degli analisti economici alle prese con la domanda degli investitori fatica a seguire previsioni visionarie e tanto meno a individuarne i tempi. I risultati analitici si concentrano sulla forza ciclica del dollaro, che riesce a convivere con una fragilità strutturale di cui è difficile definire la durata.
Il grande gestore patrimoniale Pictet, in un rapporto di luglio 2026, descrive la dedollarizzazione come un «motore di diversificazione monetaria». Insomma, non un processo rivoluzionario con un relativo crollo, ma un adattamento graduale a un mondo multipolare. La dominanza del dollaro come valuta di riserva e di scambio globale non è in discussione nell’immediato, ma mostra segnali di erosione lenta e strutturale.
A dispetto di un certo tifo da Internazionale antiamericanista, il dollaro non ha rivali da fuori, ma ha un nemico da dentro. Anzi, due nemici.
Il primo è rappresentato dal gigantesco debito pubblico, che ha appena superato i 40 mila miliardi di dollari, di cui oltre mille miliardi l’anno solo per interessi. Il secondo è rappresentato da Donald Trump, che ha dato l’assalto alla Fed, dove non è detto che il suo nuovo capo, Kevin Warsh, gli resti fedele come un cocker spaniel.
Da notare che il predecessore Jerome Powell, di cui Trump è stato nemico giurato, ha scelto di rimanere nel board della Fed, una decisione assai inusuale per un ex presidente e valutata da molti come un gesto patriottico, da spirito di trincea.
Riassumendo: il debito federale americano continua a crescere, le tensioni commerciali e tariffarie aumentano e la polarizzazione politica negli Stati Uniti, con una Fed a rischio di sovranità limitata, introduce elementi di incertezza sulla futura direzione della politica monetaria e fiscale.
Nel medio periodo questo non significherebbe un crollo, ma sarebbe il segnale che la supremazia del dollaro non è un dato eterno: dipende da fattori economici, istituzionali e geopolitici che oggi appaiono meno stabili rispetto al passato.
Pur sprovvisti di bacchetta magica, gli economisti non ci pongono davanti a un crollo imminente, ma a una trasformazione. Il dollaro rimane il pilastro del sistema, ma, in un mondo non più unipolare, la sua dominanza non è più un assioma. Per il momento, però, agli aspiranti becchini del suo funerale non resta che attendere… in un mondo di dollari.
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