


Il caso di Erri De Luca, rimosso dalla prolusione di Salerno Letteratura per aver speso parole giudicate “sbagliatissime” sul conflitto israelo-palestinese rivela un meccanismo più antico e più pericoloso di una semplice polemica festivaliera. Il dogma del genocidio a Gaza funziona oggi come dispositivo di esclusione morale.
La rimozione di Erri De Luca dalla prolusione di Salerno Letteratura non riguarda soltanto uno scrittore, né soltanto un festival. Riguarda il nuovo tribunale morale costruito intorno alla menzogna del genocidio a Gaza.
Per questo, la vicenda di Erri De Luca non racconta soltanto che un festival letterario abbia tolto a uno scrittore la prolusione inaugurale perché le sue parole sono state giudicate incompatibili con la “linea” della manifestazione.
Ci racconta che quella linea oggi coincide sempre più spesso con un dogma: Gaza come genocidio, Israele come Stato genocidario, chi non si adegua come complice, negazionista, nemico morale.
Il perché è chiaro. Quando la parola “genocidio” diventa il caposaldo di un’accusa totale, non descrive più una tragedia umanitaria, non nomina più le vittime civili, non discute più la durezza e le responsabilità di una guerra. Stabilisce un’identità criminale permanente.
Israele non è più uno Stato che può essere criticato, contestato, accusato per le sue scelte politiche e militari. Diventa lo Stato del crimine assoluto.
Da lì discende tutto il resto. Se Israele è lo Stato genocidario, allora chi non se ne dissocia è contaminato. Gli ebrei, in quanto ebrei, vengono chiamati a rispondere di Israele anche quando non parlano di Israele.
I non ebrei con visibilità pubblica vengono giudicati in base alla loro disponibilità a inchinarsi al dogma. Non basta dire “massacro”. Non basta dire “strage”. Non basta dire “scempio”, come ha fatto De Luca. Non basta riconoscere migliaia di morti civili (con il non trascurabile particolare di una guerra asimmetrica combattuta contro un nemico senza uniforme che usava i civili come scudi umani, le scuole e gli ospedali come basi operative e depositi di armi).
Se non dici “genocidio”, diventi un intollerabile reprobo.
È esattamente ciò che è accaduto con De Luca. Uno scrittore non sospettabile di adesione alla destra israeliana, non un “propagandista” del governo Netanyahu, ha detto una cosa precisa: per lui sionismo significa riconoscimento del diritto degli ebrei a una patria nazionale, a Israele come Stato esistente, e parlare di genocidio a Gaza è una distorsione storica e verbale.
In sintesi: difesa dell’esistenza di Israele, prospettiva dei due Stati, rifiuto di usare “genocidio” come sinonimo di orrore della guerra.
Poi De Luca ha corretto parzialmente il tiro. Ha detto che oggi la parola “sionismo” è spesso catturata dall’immagine del governo “della peggiore destra israeliana”. Ha precisato di non voler offendere chi sostiene la causa palestinese.
Ha precisato che per Gaza si possono usare parole durissime: massacro, strage, scempio. Ma non è bastato. E non poteva bastare perché il meccanismo del dogma rende irrilevante qualsiasi correzione: non si tratta di trovare la formula giusta, si tratta di accettare o rifiutare l’accusa assoluta.
Qualcuno aveva subito letto quelle precisazioni come una resa: De Luca si sarebbe rimangiato tutto, avrebbe ceduto al riflesso pavloviano dell’ambiente culturale italiano, sarebbe tornato nel recinto di provenienza. Può essere.
Ma la vicenda di Salerno Letteratura dimostra qualcosa di più interessante. Anche se De Luca si fosse rimangiato quasi tutto, non si era rimangiato abbastanza. Aveva corretto il significato di “sionismo”, aveva distinto, aveva precisato, aveva tentato di sottrarsi all’arruolamento automatico. Ma non aveva ceduto sul punto decisivo: non aveva accettato di chiamare genocidio la guerra di Gaza.
E chi rifiuta è già fuori, qualunque cosa dica dopo.
Perché il problema, per questo tribunale, non è mai stato davvero il governo israeliano in carica. Il problema è Israele come tale, inchiodato alla figura dello Stato genocidario.
E questa, si badi bene, è la struttura antica dell’antisemitismo: una menzogna che pretende di diventare fatto, e un fatto inventato che pretende di diventare giustificazione morale.
L’Europa cristiana ha conosciuto le accuse di profanazione delle ostie, di sacrifici rituali, del sangue dei bambini cristiani trasformato in leggenda persecutoria. La modernità ha conosciuto i Protocolli dei Savi di Sion, il falso complottista che immaginava un disegno ebraico di dominio mondiale.
Ogni epoca ha avuto il suo dispositivo: una storia falsa abbastanza potente da autorizzare l’odio, l’a discriminazione, la persecuzione, lo sterminio.
E ogni volta che quel dispositivo ha funzionato, ha offerto anche un beneficio collaterale a chi lo usava: la liberazione dal senso di colpa. Non siamo noi i persecutori: siamo noi le vittime di un pericolo reale che va eliminato.
Oggi il meccanismo offre una variante ancora più perversa: se Israele è lo Stato genocidario, allora cade l’ultimo argine morale lasciato in piedi dalla memoria della Shoah. Anzi, quella memoria viene rovesciata: le vittime si sarebbero trasformate in carnefici, gli eredi della persecuzione sarebbero diventati i nuovi nazisti, e il mondo può finalmente liberarsi dal peso del proprio senso di colpa.
Non siamo più noi a doverci interrogare sull’antisemitismo. Sono gli ebrei a doverci chiedere scusa per il genocidio perpetrato da Israele. Geniale.
Nelle sue Riflessioni sulla questione ebraica, Jean-Paul Sartre spiegava che l’antisemita non si limita a odiare l’ebreo: lo produce come figura, lo definisce, gli assegna un posto nel mondo. In altre parole: non siete voi a decidere chi siete. Lo decidiamo noi, perché noi abbiamo bisogno di voi come categoria assoluta del Male.
Applicata al presente, la lezione dà i brividi. Non decidete voi se siete ebrei nel senso che conta per chi vi accusa. Non decidete voi se siete sionisti o antisionisti.
Non decidete voi se avete criticato Netanyahu abbastanza, se avete riconosciuto abbastanza il dolore palestinese, se avete detto abbastanza parole di condanna. Lo decidiamo noi, in base al paradigma del momento.
Per il nazismo era il sangue. Per l’antigiudaismo cristiano erano l’ostia profanata, il sangue cristiano, il deicidio. Per l’antisemitismo complottista erano i Protocolli. Oggi, nel lessico progressista più degradato, è il dogma del genocidio a Gaza.
La rimozione di De Luca dalla prolusione di Salerno Letteratura sta dentro questo clima. Naturalmente è stata presentata come una scelta curatoriale, una questione di opportunità, una divergenza sulla linea del festival. “Proprio per la stima che portiamo a De Luca – ha detto il direttore artistico del Festival, Gennaro Carillo – e pur conoscendone le sue posizioni sulla vicenda israelo-palestinese, le sue dichiarazioni ci hanno molto sorpreso. Per forma e sostanza. Avremmo potuto far finta di niente, ma non sarebbe stato giusto. L’arte può non prendere posizione o prendere posizioni sbagliatissime”. Capito De Luca? Sbagliatissime.
Il caso è ancora più grave perché De Luca non è stato censurato per aver negato il dolore di Gaza. È stato punito per non averlo nominato secondo la formula prescritta.
De Luca non è un caso isolato. Negli stessi giorni anche Francesco De Gregori è finito nel tritacarne per una colpa diversa ma complementare: non aver voluto fare proclami. Non ha negato il dolore di Gaza ma non ha voluto impartire lezioni perché, ha detto, di non sentirsi superiore al pubblico e di non voler trasformare il palco in una cattedra sulle guerre del mondo. Anche questo è bastato. Perché il tribunale non pretende solo la parola giusta da chi parla: pretende anche che chi tace o dubita smetta di tacere e di dubitare.
Ciò che viene messo sotto accusa non è necessariamente il silenzio sulle vittime, né l’indifferenza verso i civili palestinesi. È il rifiuto del dogma: la sottrazione a una parola assoluta che pretende di criminalizzare Israele nella sua essenza.
Salerno Letteratura aveva una possibilità semplice: invitare De Luca, farlo parlare, contestarlo se necessario, mettergli davanti una voce contraria, trasformare una frattura in un’occasione di confronto.
Ma nossignori non funziona più così. Il nuovo processo pubblico a Israele non chiede soltanto compassione per i palestinesi o critica al governo israeliano. Chiede sottomissione lessicale alla liturgia della criminalizzazione assoluta.
Chiede che chi non ripete “genocidio” venga sospinto fuori dalla scena, magari con garbo, magari con un comunicato elegante, magari con l’ipocrisia di uno spazio alternativo offerto dopo aver tolto quello decisivo.
Erri De Luca (che non mi è simpatico) potrà avere torto su molte cose. Ma in questa vicenda ha avuto il torto più imperdonabile per l’odioso conformismo del nostro tempo: ha ricordato che le parole hanno un peso, una storia, un limite. E che le sofferenze di una guerra non autorizzano nessuno a bestemmiare il vocabolario della storia.
I signori del Festival di Salerno non hanno gradito.
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Io di quell’individuo ricordo – oltre alla strenua difesa del rogo di Primavalle, con due ragazzi arrostiti dopo avere bloccato le porte di casa per non rischiare che riuscissero a sfuggire (“E l’orrore di quella notte, con la foto di Virgilio Mattei carbonizzato alla finestra, non provocò alcun ripensamento?” “No, per noi quello fu soltanto uno dei tanti micidiali scontri di allora”: capito? Dare fuoco a qualcuno che sta dormendo si chiama scontro) – che alla primissima critica ha immediatamente reagito “chiarendo” ossia smentendo e rimangiandosi totalmente tutto ciò che aveva detto in quell’intervista. Cloaca era e cloaca rimane. Che adesso venga ripudiato anche dai compagni mi sembra solo la giusta nemesi: se ti prostituisci a entrambi i contendenti, le prendi da entrambi, e ben ti sta.
La sentenza di condanna per genocidio è stata emessa e sostenuta da buona parte della stampa mondiale, da rappresentanti di istituzioni e organizzazioni internazionali e anche da capi di governo di varie democrazie.
Sono costoro ad essere responsabili per il clima di odio e avversione verso Israele e tutti coloro che tentano di ristabilire i fatti senza ingigantire certe situazioni.
Per costoro le prove visive (i palazzi e i quartieri distrutti da bombe e missili) e quelle denunciate da Hamas (le presunte decine di migliaia di civili morti e sepolti sotto le macerie, i presunti tentativi di creare una carestia negando gli aiuti alimentari) sono abbastanza per stabilire che Israele è colpevole di crimini ingiustificabili e terribili.
Non c’è nulla che possa far cambiare idea a costoro se non viene ristabilita la verità in quei luoghi attraverso indagini e controlli severi nella prossima ricostruzione.
E anche venisse fatto, sarebbe difficile far passare poi una nuova realtà delle cose nel caso.
Spetterebbe a coloro menzionati all’inizio ritrattare e spiegare con cura la verità, quando inizialmente invece hanno voluto emettere una sentenza senza prima aspettare accertamenti accurati, dietro anche una certa pressione pubblica.
Ma avranno questo coraggio e questa umiltà nel farlo?