

Se si trascura il V secolo ateniese, età che vide uno sviluppo “spurio” della democrazia, il liberalismo rimane il presupposto storico e giuridico della democrazia moderna. Pur adottando la definizione minima di democrazia di Bobbio, il suffragio universale e il criterio della maggioranza non bastano. Bisogna che gli elettori dispongano di reali alternative politiche e siano nella condizione di poter scegliere.
Perciò è necessario che siano garantiti ai cittadini i diritti di libertà, il diritto di espressione delle opinioni, un’adeguata scolarizzazione e il diritto all’informazione fornita da un sistema quanto più plurale e libero. Tutti presupposti dello stato liberale che hanno determinato l’affermazione dello “stato di diritto”; di uno stato che esercita i propri poteri sub lege subordinandoli al rispetto di leggi generali e astratte: unica reale garanzia contro gli abusi.
E’ di Cicerone il detto per cui per essere liberi dobbiamo essere servi della legge. Viepiù, con il “costituzionalismo” si è giunti a limitare il potere politico, financo quello delle assemblee legislative, quando a essere coinvolti sono i diritti “inviolabili” dell’individuo o modifiche istituzionali che snaturano l’architettura costituzionale.
E’ di tutta evidenza che liberalismo e democrazia si tengono assieme, vanno a braccetto: la caduta dell’uno fa traballare l’altra, e viceversa. E’ improbabile, infatti, che uno stato non democratico riesca a tutelare le libertà fondamentali.
Quanto al fondamento filosofico di tali diritti, che hanno dato corpo alla concezione individualistica del vivere comune all’interno del modello della società aperta – al riparo, per quanto possibile, dai ricorrenti richiami della teoria organicista, oggi per nulla disdegnata dal pensiero politico di certa destra e sinistra, non si può trascurare che, in effetti, varie forme avanzate di pensiero si sono tradotte in manifestazioni di civiltà, dall’Atene di Pericle fino alla Cina di Confucio. Lo sgretolarsi dei miti ha lasciato spazio al regno della ragione un po’ dappertutto, nel tempo e nello spazio.
E’ anche vero, però, che, in Europa, il Settecento è stato il momento più alto del pensiero politico. Le idee moderne sulla politica, la storia e la cultura vengono da lì. L’Illuminismo nasce dall’esigenza di liberare l’uomo dalle angustie della storia e dalla soggezione alla tradizione e alle credenze diffuse.
Il Secondo Trattato di Locke, la Risposta alla domanda: che cos’è l’Illuminismo di Kant e il Discours sur l’origine de l’inegalité di Rousseau, sono tre potenti opere che tracciano il percorso per l’affrancamento dell’uomo. Se a queste sommiamo i classici sulla tolleranza, l’Areopagitica di Milton, l’Epistola de tolerantia di Locke e il Traité sur la tolérance di Voltaire, siamo di fronte ad un campione rappresentativo dello straordinario patrimonio genetico, tutto occidentale, che ha reso possibile l’ideazione concettuale e la pratica proficua della società aperta come formulata da Popper (La società aperta e i suoi nemici). Un primato di civiltà nell’intera storia dell’umanità, frutto di un processo europeo di sedimentazione di eventi – spesso drammatici e sanguinosi, pensieri e valori durato secoli.
Il mondo del Medioevo inizia ad accusare i primi colpi quattro secoli prima di perire nel corso degli anni che precedono la Rivoluzione francese, che giunge a concepire la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino. Il XVIII secolo è caratterizzato da vasti processi di disgregazione e dissoluzione sociale. La Rivoluzione è stata l’ultima tappa del dissolvimento di quella civiltà.
A differenza di ciò che asseriva Burke – assieme a Herder nemico giurato dei Lumi sin dalla prima ora – la Rivoluzione non è stata un fulmine a ciel sereno. Non è originata da un’improvvisa congiura per cancellare la realtà di un ordine fiorente, ma ha rappresentato il cogente esito del disfacimento di una civiltà organica piegata dai colpi del nascente individualismo, dal quale prenderà corpo la concezione individualistica della società quale patrimonio comune della dottrina democratica e del liberalismo. La democrazia è liberale proprio perché ricongiunge l’uomo ai suoi simili, affinché la società venga ricomposta non come un tutto organico – secondo la logica del celebre apologo di Menenio Agrippa, ma come un’associazione di liberi cittadini.
Il liberalismo non è un’ideologia
L’umanesimo liberale ha consentito di raggiungere un livello di uguaglianza tra le persone che non ha precedenti. Ciò è accaduto perché si è riusciti a mettere a frutto la parte migliore della natura umana: l’empatia e il senso di equità e giustizia.
Il liberalismo non si è affermato perché qualcuno ha imposto dall’alto la sua dottrina salvifica sintetizzata in un manifesto poi riprodotto in opuscoli diffusi da brigate rivoluzionarie. Il liberalismo è un lascito morale modellato dall’esperienza vissuta dai popoli di lingua inglese, dai loro consigli parrocchiali, dalle giurie locali, dai commercianti che si opponevano alla tirannia, dalla gente comune che rimuginava sul fatto che la coscienza dovesse fare da argine al dispotismo dei re.
Ovviamente, è facile per qualsiasi mente impregnata di dottrina confondere questa forma di tradizione vivente con una mera astrazione ideologica. Il liberalismo è la negazione dell’ideologismo, poiché consente la coesistenza di posizioni politiche diverse, se non agli antipodi. Tollerando la diversità dei punti di vista il liberalismo consente di dissentire dal liberalismo. Nessuno ha però l’autorità di imporre le proprie visioni e le proprie scelte.
La peculiarità del liberalismo è insita nel desiderio di procedere gradualmente – al riparo dalle sciagure dell’ingegneria sociale utopistica – verso una società più libera, più giusta e meno crudele. In tal senso può essere definito come un sistema per la mediazione e la risoluzione dei conflitti. Non è esso stesso una soluzione ai conflitti. Il liberalismo è un work in progress che taglia le ali sia alla rivoluzione sia alla reazione. Consentendo alla società di cambiare, evita di rivoltarla come un calzino gettando alle ortiche il meglio che essa ha mostrato di saper esprimere.
Il liberalismo è, probabilmente, un’ideologia (da avversare) per chi considera l’universalità e l’inviolabilità dei diritti umani uno sproposito della storia e un ostacolo alla realizzazione di disegni sociali di stampo organicista.
L’equivoco rapporto tra democrazia e liberalismo
Nella seconda metà del Novecento si realizza la convergenza tra l’ideale democratico e l’ideale liberale. Diventa difficile distinguerli perché si sono confusi l’uno con l’altro rendendo problematica la riscoperta dei loro confini. Allora come adesso, la libertà rimane separata dalla stretta concezione democratica e continua a essere il principio fondante della democrazia.
La questione si è ingarbugliata da quando si è detto “democrazia” per dire, in realtà, “liberaldemocrazia”. Per fortuna, si è affermata nei fatti l’idea che la libertà è il fine e la democrazia né è il mezzo. Ovviamente, in mezzo c’è stata un’abnorme espansione del welfare state, e nonostante ciò la sinistra massimalista non ha mai distolto lo sguardo dal fine esiziale dell’uguaglianza assoluta.
La responsabilità dei liberali, accusati di liberismo e della sua insita ferocia capitalistica, è stata quella di aver rinunziato a trasferire con fermezza sul terreno del confronto politico l’essenza della disputa – rimasta solo al livello speculativo – tra Croce ed Einaudi. Il nocciolo della querelle è ben sintetizzato da Panebianco:
“L’idea che esista una cosa specifica, isolabile dal resto, denominata “liberismo” ha avuto tanto successo qui da noi in virtù di una diffusa ostilità al mercato. È il frutto della convinzione che la libertà possa essere tagliata a fette. Come un salame. In modo da separare la libertà economica da quelle politiche e civili. Chi usa il termine liberismo pensa che si possano avere le libertà politiche e civili senza la libertà economica (senza il mercato)”.
La rinunzia è stata probabilmente causata dal fatto di voler stemperare l’aspro scontro con il galoppante socialismo. Così, però, i liberali hanno rinunciato alla loro identità qualificandosi come sciatti “democratici” di una semplice democrazia, per l’appunto.
Dopo la virtuosa convergenza del Novecento, questo è un momento storico che registra una nuova traiettoria divergente tra liberalismo e democrazia. Da ciò la necessità di ridefinirne natura e contributi, al fine di scongiurare l’affermazione di democrazie illiberali, per via dello sfaldamento dei principi della società aperta, nella pia illusione di favorire un tasso più alto di democrazia con l’esaltazione del legame diretto tra eletto ed elettore.
Insomma il rischio è quello cui si riferisce Hobbes quando, con riferimento a chi è impegnato nella perenne lotta per la distruzione dello Stato (democrazia) per farlo perfetto, cita l’episodio mitologico delle figlie di Pelia che, dietro l’esortazione di Medea, pur di restituire la gioventù all’anziano padre lo fecero a pezzi e lo bollirono in una pentola.
Negli Stati Uniti sta avvenendo qualcosa di molto simile. La rielezione di Trump è la conferma – ove ce ne fosse stato bisogno – della circostanza che un regime democratico può ben eleggere il suo nemico che lo distruggerà.
Il paese simbolo della democrazia – pur con una storia costellata di violenza politica – non ha saputo evitare la rielezione di Trump impedendone la ricandidatura. Si doveva fermare perché l’assalto al Campidoglio nel 2021 ha rappresentato il superamento della soglia della tollerabilità.
La tolleranza, uno dei principi alla base della società aperta, non può, infatti, estendersi a chi sceglie di perseguire la violenza. L’aver legittimato Trump, sulla base del semplice criterio plebiscitario ignorando la cornice liberale di limiti e regole della competizione democratica, si è rivelata una scelta miope che ha rinunziato al principio etico e all’ideale della non violenza: è stato Popper a dirci che solo in una democrazia i cittadini si possono sbarazzare dei loro governanti senza spargimento di sangue.
Cosa farà Trump alla scadenza del suo mandato? Si farà da parte o cercherà di piegare il XXII emendamento della Costituzione?
Una realtà in balia dei fondamentalismi
Le tradizioni liberali hanno generato i limiti costituzionali, la libertà di espressione, il principio della divisione dei poteri, giudici indipendenti e governi locali dotati di autonomia. Sono tutti strumenti la cui funzione è proprio quella di contrastare gli abusi denunciati da chi non perde occasione per strapazzare il liberalismo. Ma accusare il liberalismo per le azioni compiute in violazione della sua essenza è come accusare la scienza medica per i misfatti dei ciarlatani.
A differenza di ciò che comunemente si crede, quella di Fukuyama (The End of History and the Last Man, 1992) non fu l’apologia definitiva del liberalismo quale sistema immune da vizi e difetti. Egli sosteneva che con il crollo del comunismo e del fascismo la democrazia liberale rimaneva l’unica via percorribile. Al tempo stesso, però, sottolineava come diritti acquisiti e ricchezza materiale avrebbero potuto indurre una certa inquietudine ideale nei cittadini che li avrebbe esposti al fascino di sedicenti leader democratici di stampo populista, se non di veri autocrati mossi da ideologie e visioni estreme.
L’intuizione neo-pasoliniana di Fukuyama era corretta.
Siamo al punto in cui siamo perché sono sotto scacco le idee e i valori alla base del liberalismo e della modernità. C’è in atto uno scontro politico tra forze rivoluzionarie e forze reazionarie, che si contendono la direzione verso la quale proiettare le nostre società. In entrambi i casi la destinazione finale è illiberale.
I populismi di estrema destra sono abbarbicati su posizioni ultranazionaliste e sfruttano la testa d’ariete della difesa ultima della democrazia, contro l’ondata di progressismo e mondialismo, per espugnare il forte liberale affidandosi ad autocrati e uomini forti, spesso gran maestri dell’uso strumentale della religione. Hanno gioco facile grazie al fatto di cavalcare agevolmente lo scontento di un pezzo di ceto medio che ha accusato il colpo di alcuni effetti negativi della globalizzazione – come la perdita di posti di lavoro in alcuni distretti industriali a seguito della deindustrializzazione, e le paure e l’insicurezza generate da miopi politiche sull’immigrazione, catturate dalla dottrina del multiculturalismo rivelatisi un fattore regressivo del pluralismo. L’esito è stato quello di una disintegrazione multietnica (Sartori).
D’altro canto, l’estrema sinistra si arroga il ruolo di unico alfiere del progresso sociale e morale di cui la democrazia non può fare a meno. Solo che si ritrova prigioniera di un’ideologia massimalista che giunge a ripudiare il liberalismo, ritenuto uno strumento di oppressione. L’idea è di riorganizzare la società, collusa e corrotta dal capitalismo, in balia dell’establishment globalistae obnubilata dalle sue libertà adulterate dal linguaggio e dall’ipocrisia, rifondandola su principi di giustizia suprema, indiscussi e indiscutibili, amministrati da assemblee di iniziati.
Questi due estremismi si alimentano l’un l’altro e hanno generato una guerra culturale di natura esistenziale, che è esondata sul terreno politico mettendo a dura prova la tenuta delle istituzioni liberali. Come spesso, gli Usa hanno bruciato le tappe, e il match all’ultimo sangue tra MAGA e WOKE ha configurato il primo esempio di degenerazione di una società aperta in società illiberale.
Ciò che fa particolarmente specie è come tali componenti di sinistra siano potute giungere a ghettizzare il liberalismo. Ciò è essenzialmente dovuto al fatto che le forze progressiste, accantonando il reale con le sue opportunità, i suoi problemi e i suoi vincoli, si sono consegnate armi e bagagli alla teoria postmoderna. Quest’ultima risulta particolarmente insidiosa perché, sulla scorta dell’approccio della Scuola di Francoforte, giunge a mettere in discussione anche le verità obiettive come si trattasse di fantasie fanciullesche.
Dopo il comunismo, il postmodernismo – nelle sue recenti declinazioni applicate – si è rivelata una delle ideologie meno tolleranti della modernità, che ha coltivato e instillato, a partire dai dipartimenti umanistici delle università americane, la cultura dell’”odio di sé”.
L’antidoto secolarista
Quando i fanatismi riaffiorano, sospinti da una montante marea di gnosticismo – per cui il mondo è una truffa sistemica messa in piedi da un malefico demiurgo, che può essere svelata solo dal manipolo di adepti che hanno in pugno la verità rivelata, Dio irrompe nella scena politica.
Non si tratta solo dell’uso della religione come instrumentum regni da parte della fiorente destra irreligiosa e pagana che pone il suo operato politico sotto la tutela del Dio, Patria e famiglia. Dio fa la sua comparsa ogni volta che qualcuno, sia esso un governo, un movimento politico o un individuo, credendo di possedere la verità si arroga il diritto di imporre la sua fede agli altri. Chi agisce in tal guisa, avendo oltraggiato la ragione, in fondo, si crede Dio. In tal modo Dio assume le vesti del fondamentalismo e dell’intolleranza.
E’ per questo motivo che le società liberali hanno sviluppato il principio giuridico della laicità. Se in senso stretto “laicità” significa netta separazione tra Chiesa e Stato, tra il dominio di Cesare e il dominio di Dio, la sua origine filosofica involve il concetto di limite all’imposizione delle nostre credenze alla società, per quanto possiamo esserne convinti: siamo liberi di credere in ciò che vogliamo, ma dobbiamo riconoscere agli altri la stessa facoltà di credere (o non credere) in ciò che vogliono. La garanzia del diritto, e della legalità quale forza limitante (Kelsen), conferisce a ognuno la facoltà imprescindibile di rifiutare ingiunzioni morali o prescrizioni ideologiche. Certo, l’assenza di note di biasimo costituirebbe, poi, un plus di civiltà.
In una società secolarizzata nessuno può avere la pretesa di incarnare Dio, perché non abbiamo l’autorità di imporre le nostre convinzioni a chicchessia. Ciò riguarda anche il governo che non può costringere le credenze, il pensiero e le azioni dei cittadini perché gliene manca l’autorità. Proprio perché non abbiamo la potestà di regnare l’uno sull’altro, siamo governati dalla legge e, laddove riconosciuto, dal merito.
Le società aperte sono a rischio perché tanti trascurano le basi civiche e morali sulle quali poggia la libertà. Sbaglia chi crede che il dissenso, la protesta e l’indignazione diffusa siano prove inconfutabili del fallimento del liberalismo. Esse sono piuttosto gli aneliti dell’eredità di una società libera che vuol ancora combattere per se stessa.
Seppur indebolite e sotto l’attacco delle autocrazie e delle dittature, le società liberali sono ancora le sole a garantire i più elevati livelli di libertà, sicurezza e giustizia che l’umanità abbia mai conosciuto. Abbandonare questo prezioso lascito per nuovi esperimenti ideologici (quali?) sarebbe il nostro cupio dissolvi.
Il liberalismo non è solo un corpo di idee e valori; ripetiamolo, esso incarna un’eredità, frutto di dure conquiste storiche, che mette al riparo gli uomini dal dispotismo e dalla tirannia.
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Che dire? Contributo densissimo e stimolante, in così poco spazio! In linea coi tempi preoccupanti in cui viviamo. Tralascio il molto che condivido. La mia critica: troppo perentorio a fronte delle evidenti difficoltà del liberalismo, oggi, non riducibili a solo un attacco reazionario o giacobino. Ci sono pulsioni, sofferenze, disagi che impongono la rivisitazione critica del liberalismo, in teoria e in prassi. L’individualismo che fa della società una mera associazione di singoli isolati semina troppa insoddisfazione reale, e liquidare Burke e Herder impedisce il confronto utile col miglior conservatorismo, e col romanticismo che evidenzia un aspetto inestirpabile della natura umana (anche il liberalismo necessita di una tradizione, una passione, un’etica, che chiamano a combattere per difenderlo…)
Illuminante