Il termine leadership deriva dal verbo inglese “to lead”, che è stato comunemente usato per tradurre il latino “ducere”. Il termine leader ha ovviamente la stessa radice. Leader è “one who leads” in tutte le accezioni del verbo inglese, il più generale dei quali è “cause to go along with oneself”, cioè “farsi seguire”; mentre uno dei più specifici è “to govern”, governare. Nelle scienze sociali le definizioni compiute di leadership si sono moltiplicate nel corso del tempo, ma -come hanno osservato i più attenti studiosi dell’argomento- essa è eminentemente caratterizzata dall’invenzione creativa che sorregge sia la volontà di determinare le scelte collettive, sia l’azione esercitata a questo fine.
Cogliendo questo aspetto del problema, Machiavelli scrive nel Principe che per conoscere la “virtù” di Mosè, la “grandezza d’animo” di Ciro e la “eccellenzia” di Teseo erano necessarie le condizioni -rispettivamente- di schiavitù, oppressione e dispersione dei loro popoli; e che quelle tre condizioni si trovavano unitamente presenti nella nostra penisola, ma esasperate, forse proprio per mettere alla prova “la virtù di uno spirito italico”. In Italia, dalla metà degli anni Ottanta i leader politici hanno invece invaso prima i talk-show, poi le trasmissioni di intrattenimento per ballare, cantare, cucinare, nel tentativo di apparire più vicini (o più simpatici) ai loro potenziali elettori. Questa mutazione genetica riflette tendenze più ampie, che concorrono a segnare quella che è stata chiamata “era del narcisismo”. Si spettacolarizza la società, come aveva previsto Guy Debord nel 1967 (La società dello spettacolo), e si spettacolarizza la politica, come aveva previsto Neil Postman nel 1986 (Divertirsi da morire. Il discorso pubblico nell’era dello spettacolo). L’aveva capito già nel 1966 -prima di Debord- il presidente-attore Ronald Reagan: “La politica è come un’industria dello spettacolo”.
Su questo tema esiste una letteratura sterminata, che attribuisce alle trasformazioni di sistema -consumatesi nei decenni terminali del Novecento- le ragioni del degrado della rappresentanza politica nei regimi democratici. È quanto un altro acuto indagatore della “cultura del narcisismo”, Christopher Lasch, ha sintetizzato nel saggio La cultura del narcisismo (1979) con l’espressione “ribellione delle élite”, attribuendo alle minoranze dominanti gli stessi vizi e le stesse debolezze che nel 1930 un altro interprete della crisi della modernità, Ortega y Gasset, aveva attribuito a quelli che dovrebbero costituire i loro rappresentati (La ribellione delle masse). In un quadro istituzionale tendenzialmente delegittimato, in cui si sgretolano le basi materiali della fiducia sociale, non sorprende quindi che nel nostro Paese sia riemersa una “tentazione populista”.
Attenzione, però. Perché nel dibattito pubblico (non solo italiano) il termine populismo, curiosamente, è tanto più inflazionato quanto più è lontano dalla sua origine storica. Origine che è duplice: il populismo russo da un lato, e quello americano dall’altro. In Russia il termine fu coniato a metà Ottocento per indicare un movimento di intellettuali che, in opposizione all’autocrazia zarista, riscoprì il popolo, in particolare i contadini. Movimento che vagheggiava un socialismo romantico, agrario, tradizionalista, volto a restaurare una mitica comunità incontaminata, in grado di resistere alle spinte modernizzanti provenienti dall’Occidente. Del tutto indipendentemente, a quel primo populismo ne corrispose, verso la fine secolo, un secondo sull’opposta sponda dell’Atlantico, dove nel 1892 lo U.S. People’s Party indirizzò il malessere dei piccoli farmer proprietari del Midwest e del Sud contro grandi imprese, alta finanza e ambienti corrotti di Washington.
Come ha osservato uno dei suoi più acuti studiosi, nel populismo “vive un orientamento politico-ideologico presente nella tradizione politica americana fin dai suoi esordi” (Alfio Mastropaolo, Democrazia e populismo, in La democrazia in nove lezioni, Laterza, 2010). In esso convergono i temi del self made man, dell’autonoma responsabilità degli individui, del decentramento, dell’autogoverno locale e delle sane virtù della middle class,alternative ai vizi e ai privilegi delle élite. Il lemma populismo torna in auge per classificare i regimi nati in America Latina negli anni Venti del secolo scorso. Getulio Vargas in Brasile e Juan Domingo Perón in Argentina sono i due casi più noti. Entrambi attratti dai fascismi europei e dalle loro tecniche di mobilitazione del consenso, riuscirono a integrare ceti sociali prima condannati all’esclusione mediante una singolare miscela di manifestazioni di piazza, leadership carismatica e generosi provvedimenti paternalistico-redistributivi.
Il populismo sudamericano, tuttavia, non ebbe mai la dignità di un’ideologia. Fu capace di sfruttare abilmente la retorica del popolo umile, rapinato dalle oligarchie latifondiste e dalla borghesia “compradora”. Ridefinito in questo modo, il concetto di populismo era pronto a fare il giro del mondo. Nella seconda metà del Novecento viene infatti impiegato per designare i movimenti nazionalisti e antimperialisti proliferati in Africa e in Asia.
Questa svolta semantica trova il suo imprimatur nel primo testo scientifico dedicato all’argomento, una volta abbandonato il teatro americano. Si tratta di un libro pubblicato nel 1969 a cura di Ernest Gellner e Ghita Ionescu (Populism: Its Meanings and National Characteristics), in cui il populismo diventa ufficialmente un contenitore dove si potevano far rientrare comodamente, per citare qualche nome, i cartisti inglesi, il bonapartismo, Gandhi, Sukarno, Nyerere. Bastava a definirli una concezione organicistica, secondo cui l’antica armonia, saggezza e moralità del popolo sarebbero state sfregiate da classi dominanti rapaci e dissolute.
Il populismo terzomondista era una categoria prevalentemente accademica. La novità è che alla fine anni Ottanta diventa una categoria mediatica e politica alla ricerca di antenati illustri. In Francia vengono trovati nel sanguigno movimento creato nei primi anni Cinquanta dal bottegaio di provincia Pierre Poujade, intriso di nazionalismo antiarabo, antisemitismo, rivolta fiscale, suggestioni antiparlamentari. In Italia sarà il Fronte dell’Uomo Qualunque fondato da Guglielmo Giannini nel 1946 ad essere riconosciuto come il suo avo più autentico.
Passando ai nostri giorni, spicca il populismo pentastellato, una miscela di pulsioni antipolitiche e di paternalismo sociale. Nelle sacre rappresentazioni dei suoi leader (vecchi e nuovi), gli abiti di Satana sono identici: lo Stato dei padroni, la casta dei politicanti, la grande finanza, il complesso militare-industriale, i poteri forti, la massoneria, la “cricca” di Bildemberg. Nulla di scandaloso, perché il populismo non è un’ideologia, ma una sindrome basata su due radicate convinzioni: che il popolo sia depositario della verità e che sia, insieme, vittima di raggiri, inganni, persecuzioni. In questo senso, si può ben dire che il populismo è una religione neopagana in cui il popolo è Dio, un Dio che adora se stesso. Sul fuoco del populismo, poi, soffia la Rete, vale a dire il maggior simbolo della modernità. Grazie al web vengono lanciate le crociate contro gli infedeli, i signori della Terra che tessono incessantemente i loro complotti per meglio dominare il mondo degli umili, dei deboli, dei servi della gleba. Mancano le prove e i documenti, ma che importa? La loro assenza, per questi seguaci a loro insaputa dell’esoterismo di Madame Blavatskij, è la migliore conferma che il Male agisce di nascosto.
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