

Il discorso di Javier Milei a Davos è destinato a lasciare un segno nella storia, rappresentando, nel bene e nel male, il simbolo di un grande reset culturale e sociale che sta prendendo forma in Occidente. Un intervento potente e provocatorio, apprezzabile nella sua critica incisiva all’ideologia woke, meno nelle generalizzazioni e l’inclusione sotto la cappella “woke” di temi che con il cosiddetto “woke” hanno ben poco a che fare.
Milei ha accomunato questioni come l’aborto e l’omosessualità a quell’ideologia, senza considerare che entrambe esistono da millenni in società estranee al pensiero progressista moderno. E anche in Occidente questioni come quelle della legalizzazione dell’aborto è ricollegabile alla secolarizzazione della società, che nulla ha a che vedere con la Teoria critica della razza, l’ideologia gender o il femminismo radicale. Insomma, lì Milei è cascato nella banalità di in un potpourri un po’ posticcio che ha fatto calare di tono il suo discorso. Ma d’altra parte è inevitabile perché aborto e liberismo radicale, in realtà dovrebbero andare a braccetto, ma per motivi che spiegheremo più avanti, per gli ultra-liberisti sposare la causa dei Pro-vita è diventata ormai una tappa obbligata.
Inoltre, il modo in cui Milei si è espresso su questi temi è apparso privo di sfumature o di chiarimenti necessari a evitare ambiguità. Di conseguenza, il discorso, per quanto ispirato in molti passaggi, ha lasciato una sensazione di condanna generalizzata, un giudizio che – all’interno di rivendicazioni legittime sulla deriva woke – rischia di essere percepito come una negazione di libertà fondamentali.
Milei si è fatto portavoce di una visione di libertà assoluta, ma nel farlo è caduto in contraddizioni evidenti. Proclamare la libertà economica e individuale, per poi negarla in ambiti personali come il diritto della donna a decidere sul proprio corpo o la libertà di amare chi si desidera, appare come un paradosso difficile da conciliare. Questa ambiguità lo porta a oscillare tra l’immagine di un leader innovativo e quella di un moderno Torquemada, pronto a censurare le libertà che non rientrano nella sua visione di ordine sociale.
E in fondo, il paradosso di Milei è proprio questo. Riprendendo Karl Popper e il suo famoso paradosso della tolleranza – secondo cui la tolleranza illimitata porta inevitabilmente al trionfo dell’intolleranza – l’ultra-liberismo di Milei cade nella stessa trappola. Nel proclamare un’estrema libertà individuale e nel negare il ruolo dello Stato come garante del bene comune, finisce per minare le basi stesse della libertà che intende difendere. Una società fondata sulla libertà assoluta non è realmente libera, ma piuttosto anarchica, dominata dalla legge del più forte, in cui la libertà diventa un privilegio di pochi e una costrizione per molti.
La libertà, per essere tale, necessita di limiti, di equilibri e di garanzie che ne assicurino l’effettivo esercizio per tutti, non solo per i più forti o i più privilegiati. La negazione dello Stato, quindi, non porta a una società più libera, ma a una nella quale il disordine diventa legge e la libertà, anziché ampliarsi, si restringe fino a dissolversi in nuove forme di oppressione.
Esiste poi un problema strutturale nella visione ultra-liberista, un nodo irrisolto che il thatcherismo aveva già affrontato e contro il quale si è inevitabilmente scontrato: l’assenza di un collante sociale. La celebre frase di Margaret Thatcher, “There is no such thing as society”, con cui negava l’esistenza di una società collettiva a favore di un individualismo radicale, si è rivelata una concezione incapace di sostenere la coesione sociale a lungo termine.
L’idea che l’individuo sia l’unico motore della realtà, da cui tutto parte e a cui tutto ritorna, si è scontrata con le conseguenze concrete di una disgregazione sociale sempre più evidente, un’emarginazione diffusa e, nella sua forma più estrema, in nichilismo. In una società costruita esclusivamente su logiche economiche, dove il cittadino è ridotto a lavoratore e consumatore, il senso di appartenenza e di scopo svanisce, lasciando spazio a un vuoto esistenziale difficile da colmare.
Nemmeno la cosiddetta terza via di Tony Blair, con la sua versione più sociale del liberalismo economico, è riuscita a rispondere a questa esigenza. Pur cercando di coniugare efficienza economica e politiche sociali, non ha saputo offrire un senso di comunità autentico, capace di dare alle persone un’identità collettiva oltre il benessere materiale. Ed è qui che si manifesta l’importanza di un collante: che sia religioso, ideologico o identitario, ogni società ha bisogno di qualcosa che vada oltre la dimensione economica, un elemento che fornisca direzione, appartenenza e significato.
Senza questo legame profondo, il rischio è quello di una società frammentata, in cui il perseguimento del benessere individuale lascia il posto alla solitudine collettiva, all’indifferenza, l’assenza di empatia e alla mancanza di solidarietà. Un mondo in cui il valore dell’individuo è definito unicamente dal suo ruolo produttivo o dalla sua capacità di consumo è destinato a implodere sotto il peso di un malessere diffuso e di una crisi esistenziale che nessuna crescita economica può davvero compensare.
Consapevole della necessità di un collante sociale che l’individualismo esasperato non può fornire, l’ultra-liberismo ha trovato un alleato strategico nel sovranismo di matrice cristiano-conservatrice. Questa alleanza non è casuale, ma nasce da un preciso intento: creare una coesione culturale e religiosa che possa compensare il vuoto lasciato da un modello economico fondato esclusivamente sulla competizione e sul mercato. Il sovranismo, con le sue radici identitarie e la sua retorica di recupero delle tradizioni, offre quell’elemento di appartenenza e continuità storica che il liberalismo economico puro non è in grado di garantire.
Tuttavia, questa sintesi tra ultra-liberismo e sovranismo religioso non è priva di profonde contraddizioni, e presenta diversi problemi strutturali. In primo luogo, una società ormai largamente laicizzata difficilmente accetterà, nel lungo periodo, una regressione al dogmatismo religioso. Le generazioni cresciute in contesti pluralisti e secolarizzati, dove la libertà di scelta e di espressione sono considerate diritti inalienabili, potrebbero resistere a un’imposizione di valori religiosi come fondamento sociale. La religione, per quanto possa offrire un senso di appartenenza, non può essere imposta come collante universale in un contesto dove la diversità di pensiero è ormai consolidata.
Inoltre, il dogma cristiano stesso entra in aperto conflitto con il concetto di libertà individuale. L’ultra-liberismo si fonda sull’idea che l’individuo sia sovrano di se stesso, libero di agire senza restrizioni imposte dallo Stato o da autorità superiori. Il cristianesimo conservatore, al contrario, propone una visione etica e morale che definisce chiaramente ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, stabilendo limiti precisi alla libertà individuale. In questo senso, la libertà assoluta e il rigore morale del dogma cristiano non sono semplicemente incompatibili, ma si pongono come veri e propri opposti ideologici.
Infine, il tentativo di dissolvere lo Stato, considerato come un ostacolo alla libertà, mentre si lascia spazio a un’autorità morale di stampo religioso, rischia di portare a una forma di teocrazia de facto. Senza un’istituzione laica in grado di garantire il diritto e di mediare tra le diverse istanze della società, il rischio è quello di un ritorno a un sistema in cui le leggi civili sono sostituite da precetti morali, compromettendo la pluralità e la libertà che il liberalismo stesso dice di voler proteggere.
In definitiva, l’alleanza tra ultra-liberismo e sovranismo cristiano può apparire come una soluzione temporanea per dare coesione a una società frammentata, ma le contraddizioni interne e la resistenza della società secolarizzata potrebbero presto minarne le fondamenta, lasciando spazio a nuove crisi di identità e di governabilità.
Un discorso illuminato dunque, ma anche oscurantista.
Le fallacità non devono però distoglierci dal messaggio: il mondo occidentale sta vivendo una fase di disordine crescente, e la necessità di ripristinare un equilibrio diventa sempre più urgente.
Nel suo sforzo di difendere cause legittime, Il progressismo ha ignorato il rischio di un’erosione graduale del principio fondamentale dell’universalismo, proiettandosi sempre più verso il relativismo e il particolarismo, conducendo così a un caos culturale che ora minaccia di dissolvere le sue stesse conquiste. Questo perché una società può tollerare, fino ad un certo limite, fattori di disordine prima di entrare in un caos che la mina alle basi e quando si arriva all’estremo di istituzionalizzare ideologie che sostengono che gli individui possano scegliere genere e sesso, oppure che colpevolizzano la propria cultura inducendola all’odio di sé, il caos sociale e culturale ha raggiunto quel limite che spinge all’eversione.
Si può certamente dissentire sulla cura proposta dall’estrema destra per affrontare la questione, ma negare l’esistenza del fenomeno woke – ovvero della malattia stessa – significa lasciare il campo libero a chi si presenta come l’unica soluzione possibile. Il rifiuto di riconoscere i problemi legati a un progressismo spinto all’estremo, con le sue derive ideologiche e le sue contraddizioni, ha finito per alimentare la narrazione delle forze più radicali, consentendo loro di ergersi a unici difensori dell’ordine e della razionalità. Fingere che il problema non esista rischia quindi di consegnare il dibattito culturale e politico a chi lo strumentalizza per fini reazionari, senza lasciare spazio a soluzioni equilibrate e realmente inclusive.
Resta da chiedersi se il discorso di Milei sia un richiamo al conservatorismo cristiano più radicale, una strategia per consolidare il potere o semplicemente l’espressione di una visione in cui ogni diritto diventa una potenziale minaccia all’ordine costituito. Il rischio, tuttavia, è evidente: proclamare la libertà come valore assoluto, mentre si negano diritti fondamentali, potrebbe riportarci indietro a un pensiero reazionario pre-illuminista, dove la libertà esiste solo per pochi eletti, mentre per gli altri diventa un’illusione regolata dal silenzio e dalla conformità.
Un ulteriore paradosso nel discorso di Milei risiede nel suo elogio della forza pionieristica della cultura occidentale, che egli considera frutto dell’illuminismo e della libertà individuale. Tuttavia, nel suo stesso slancio di difesa di questa eredità, sembra dimenticare le sue componenti fondamentali: la visione sociale e collettiva che pensatori come Rousseau e Voltaire hanno contribuito a plasmare.
Rousseau, con la sua teoria del contratto sociale, ha evidenziato come la libertà individuale possa esistere pienamente solo all’interno di una comunità che garantisca diritti e doveri condivisi. Per lui, la vera libertà non è fare ciò che si vuole, ma un’armonia tra interessi personali e bene comune, resa possibile da uno Stato che agisce come garante dell’equità.
Allo stesso modo, Voltaire, con la sua difesa della tolleranza e della libertà di pensiero, ha posto le basi per una società pluralista e aperta, dove il dissenso e la diversità sono componenti essenziali del progresso. Tuttavia, Milei sembra negare questo spirito pluralista, abbracciando una visione della libertà nella quale coloro che sostengono politiche sociali o interventi regolatori vengono additati come nemici della libertà. In questo senso, il suo approccio appare più vicino a un autoritarismo che alla libertà di pensiero illuminista, trasformando il liberalismo in un dogma piuttosto che in uno spazio di confronto e dibattito.
La tradizione illuminista, infatti, non è stata solo il motore del progresso economico e industriale, ma ha rappresentato la base per il pensiero sociale, per il miglioramento delle condizioni di vita delle masse e per la costruzione di un sistema di diritti umani e civili. L’Occidente che Milei celebra come simbolo di innovazione e sviluppo non è soltanto il risultato della crescita del mercato e dell’individualismo sfrenato, ma anche della lotta per la giustizia sociale, l’inclusione e la dignità collettiva.
Sostenere un’Occidente forte e libero, come fa Milei, mentre si minano quei principi fondamentali che ne hanno reso possibile l’evoluzione, equivale a un cortocircuito concettuale. I diritti civili e sociali, spesso bollati nel suo discorso come ostacoli alla libertà economica, sono in realtà ciò che ha consentito alle società occidentali di prosperare in equilibrio tra crescita e coesione sociale. Ignorare questa dimensione significa ridurre la storia dell’Occidente a una narrazione monca, che esalta la competizione ma dimentica la solidarietà, celebra il progresso tecnologico ma sminuisce le conquiste sociali.
Il rischio è che l’approccio di Milei conduca a una visione distorta della libertà, in cui l’individuo è libero solo nei limiti dettati da un’ideologia economica e sociale che lascia indietro i più deboli e annulla il concetto stesso di bene comune. Un ritorno a una concezione darwiniana della società, in cui sopravvive solo chi ha le risorse per farlo, tradisce proprio quell’illuminismo che egli proclama di voler difendere. In questo senso, la sua retorica rischia di trasformare il grande ideale della libertà in uno strumento di esclusione, dove le conquiste sociali del passato vengono sacrificate sull’altare di un individualismo esasperato. Così, Milei finisce per disegnare un’Occidente amputato della sua anima più autentica: quella che ha saputo coniugare libertà e giustizia, crescita e diritti, innovazione e solidarietà.
Forse, in fondo, un grande reset è davvero necessario per ripartire da basi più solide, in cui la protezione offerta dallo Stato non si traduca in una giungla di cavilli burocratici che soffocano ogni iniziativa e conducono all’immobilità, e in cui i diritti siano saldi e inviolabili, ma fondati sull’universalità piuttosto che sul particolarismo. Un sistema che riconosca la libertà individuale senza però frammentare la società in una miriade di rivendicazioni settoriali. L’idea di un nuovo inizio, di una rifondazione delle istituzioni e delle politiche sociali, è un’esigenza che molti avvertono di fronte a un Occidente logorato da anni di compromessi inefficaci e da una governance che ha spesso sacrificato il pragmatismo a favore di un eccesso normativo paralizzante.
Resta tuttavia il timore che la spinta di Milei e di altri fautori di questo reset possa degenerare in una demonizzazione totale del pensiero sociale, visto come la radice di ogni male e come un ostacolo insormontabile al benessere economico. In questa visione, la solidarietà e la giustizia sociale rischiano di essere liquidate come orpelli di un passato fallimentare, invece che elementi essenziali per la costruzione di un futuro più equilibrato. L’approccio proposto, che si presenta come un’alternativa al pensiero dominante, finisce per tramutarsi in un nuovo “pensiero unico” invertito: un paradigma rigido in cui ogni forma di intervento sociale viene stigmatizzata e ridotta a una minaccia per la libertà individuale.
Da questo punto di vista, il rischio è che la società si trovi a oscillare tra estremi inconciliabili, incapace di trovare equilibrio tra libertà e responsabilità collettiva. La libertà, per essere autentica, non può ridursi a un’assenza di regole, così come la giustizia sociale non dovrebbe essere percepita come una minaccia, ma come un valore imprescindibile di qualsiasi società evoluta.
Se il grande reset deve avvenire, allora deve essere fondato su una visione che non escluda ma armonizzi, che non imponga dogmi opposti ma costruisca ponti tra esigenze diverse. Perché, alla fine, nessuna società può prosperare veramente né quando l’iniziativa individuale è soffocata da un eccesso di regolamentazione e burocrazia, mentre l’ordine sociale e culturale viene frammentato da un particolarismo esasperato, né quando il pensiero sociale e i diritti civili vengono relegati al ruolo di nemici da estirpare.
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Il fulcro del problema, apprezzata la Sua accurata e pregevole analisi, rimane la “condivisione” da parte dei ceti dirigenti, delle organizzazioni internazionali, delle università, del mainstream in genere, della parcellizzazione dei cosidetti diritti all’interno della società. Con la necessità di trovare delle soluzioni particolareggiate per ciascuno di essi. E, soprattutto, nell’ottica di soddisfare diritti che non sono altro che desideri. Un esempio su tutti: l’utero in affitto, che chi lo propone e lo sostiene, pretendendo di farlo accettare alla pubblica opinione definisce, in maniera tartufesca, gestazione per altri; in realtà un abominevole commercio sulla pelle dei neonati. Ecco, senza impantanarsi in diatribe che porterebbero lontano, io credo si debba, Milei o non Milei, riportare sul tavolo del confronto un po’ di quel senso comune che é stato, negli ultimi anni, messo all’angolo ed escluso da qualunque legittimità di espressione. Non si tratta di un ritorno ai “bei tempi antichi” – nessuna nostalgia “reazionaria” – bensì la volontà di salvaguardare valori fondanti della cultura e della civiltà occidentale. La difesa di questi valori e di questi principi non é stata fatta da coloro i quali intendono autoproclamarsi come la parte più avanzata della società, quella della parte giusta della Storia; anzi, sono stati proprio loro a voler imporre atteggiamenti e comportamenti che fanno a pugni col buon senso comune di cui dicevo. Con la conseguenza, ben rilevata nella sua analisi, di una forte senso di ripulsa e, pertanto di rivalsa, da parte di chi, giustamente, si é sentito emarginato dalla spocchia dell’intellettuale collettivo. Conclusione: il discorso di Milei presenta le problematiche critiche che Lei rileva ma, s’inserisce perfettamente in quella condanna dell’agenda liberal che il progressismo, il woke – chiamiamolo come ci pare – hanno cercato (negli Usa riuscendoci quasi completamente, da qui la vittoria di Trump) d’imporre.
Con l’aborto la donna non decide sul proprio corpo: decide su quello di suo figlio; è lui che viene assassinato e buttato nella spazzatura. E quella della libertà di “amare” chi si desidera è una obiezione falsa e pretestuosa: nel caso qualcuno non se ne fosse accorto, da oltre 60 anni esiste il modo sicuro ed economico per “amare” (lo metto fra virgolette perché non mi piacciono gli eufemismi inutili) anche 10 uomini al giorno senza conseguenze indesiderate. Una quindicenne, forse, può restare incinta per sbaglio, una ventenne no.
Se questo discorso fosse coerente, lei sarebbe favorevole all’aborto in caso di stupro e incesto. Invece, gli antiabortisti hanno sempre questa retorica moraleggiante sulla colpevolizzazione della donna, quella del “prima se la gode e poi ammazza”. Un moralismo così bigotto e cinico da fare accapponare la pelle. E no. Forse ci saranno anche quelle donne, ma voi non contrastate quelle, perché obblighereste anche bambine di 11, 12 anni stuprate dal padre a portare avanti gravidanze, nella migliore glorificazione dello stupro mai vista in una società, una dove non importa il perché o il percome il seme viene immesso nella donna, vince il seme, vince l’uomo che ce lo ha messo, anche contro la volontà della donna. Mi dica che lei è favorevole all’aborto in caso di stupro e poi possiamo anche parlare di etica e morale.
“Se questo discorso fosse coerente, lei sarebbe”
“Invece, gli antiabortisti hanno sempre”
“voi non contrastate quelle”: prima “lei”, poi “gli antiabortisti”, poi “voi”: interessante la SUA coerenza
“retorica moraleggiante” “moralismo così bigotto” “obblighereste anche bambine di 11, 12 anni stuprate dal padre” “nella migliore glorificazione dello stupro” “vince il seme, vince l’uomo che ce lo ha messo”
“Mi dica che lei è”: No signora: una replica così arrogante, così tendenziosa, così fasulla, così contorta e con un tale minestrone di temi che niente hanno a che vedere l’uno con l’altro, così in malafede, così insultante nei confronti dell’interlocutore, e senza avere la minima idea di chi sia la persona che le sta davanti e di che cosa pensi in merito a tutti i temi che ha – così malamente – toccato, non merita alcuna risposta. A LEI non ho assolutamente niente da dire.
Ho ascoltato tutto il discorso di Milei e lo trovo potente solo quando evidenzia la pericolosità dell’ideologia woke, in grado di minare i pilasti delle democrazie di stampo occidentale. Al tempo stesso lo trovo pericoloso per due motivi: auspica la scomparsa dello Stato senza indicare quale ordinamento dovrebbe succedergli, e poi l’ultra liberismo….Da un eccesso all’altro, con tutto quanto di negativo appresso. Comunque grazie, dell’articolo e del consiglio (di ieri) ad approfondire l’intervento di Milei
Concordo. È stata la mia percezione fin dall’inizio. Di lui apprezzo l’energia, la capacità di imprimere la necessità di rottura e e anche di avere una visione. Respingo però la visione in sé, talmente oscurantista e contraddittoria che o è espressa in malafede mentre fa ben altro, oppure pericolosa se applicata alla lettera.
Grazie.
Troppi nella sinistra continuano a negare il woke, definendolo un’invenzione della destra. La mia percezione è che, a causa di questa volontaria cecità o incapacità delle sinistre mondiali di accettare i propri errori, le società continueranno ad andare sempre più a destra, fino all’imposizione del nuovo pensiero unico.
Ma il vero problema della sinistra è l’assenza di un collante oltre la tolleranza assoluta e scellerata o le proprie radici ideologiche. Senza questi “collanti” (che sono poi l’attuale causa della malattia” non ha coesione sociale. Dovrà reinventarsi in qualche modo, ma sarà una strada lunga.
Gentilissima, grazie per questa profonda e circostanziata analisi prospettiva sociologica. L’ho dovuta rileggere due volte, mi succede raramente. Trovo che l’estrema sintesi sia in due passaggi: “negare l’esistenza del fenomeno woke – ovvero della malattia stessa – significa lasciare il campo libero a chi si presenta come l’unica soluzione possibile” e “il rischio è che la società si trovi a oscillare tra estremi inconciliabili, incapace di trovare equilibrio tra libertà e responsabilità collettiva”. Se il pendolo ha movimento isocronico come si dice, ne avremo per un pezzo. Milei è un pericolo? è superato, a mio avviso. C’è già da una settimana Trump. Possiamo solo sperare che il pendolo, in questo momento storico oscillante verso una estrema destra in versione aggiornata (ultra-liberista e cattoclericale) , non sia “fermato in aria” in quel punto (ne parliamo fra due anni quando si proporrà il …. a proposito, terzo o secondo mandato di Trump?) e nel frattempo i socialdemocratici capiscano una volta per tutte dove hanno sbagliato e dove continuano a sbagliare. Senza citare grandi filosofi come Lei fa con padronanza e maestria, basterebbe ricordare loro il detto “il meglio (per il popolo) è nemico del bene (del popolo)”. Nel frattempo, io liberal-conservatore attento alle istanze sociali non mi sento molto bene.