

Il discorso pronunciato a Davos dal Primo ministro canadese Mark Carney rappresenta uno degli interventi più lucidi e strutturalmente consapevoli apparsi negli ultimi anni nel panorama politico internazionale. Non tanto per le soluzioni proposte, quanto per la diagnosi: la fine di una narrazione rassicurante sull’ordine mondiale e l’ingresso in una fase in cui la geopolitica delle grandi potenze non è più soggetta a vincoli stabili.
Questa postura non è improvvisata né contingente. Carney parla così da tempo. Già nel 2016, da governatore della Banca d’Inghilterra, aveva espresso una critica durissima alla Brexit, descrivendola come un atto di profonda irresponsabilità strategica e di autoindebolimento sistemico. Una lucidità che gli valse l’ostilità aperta dei sostenitori del Leave, che arrivarono a dipingerlo come un vero e proprio “nemico della Brexit”. Quel passaggio è tutt’altro che marginale: segnala una continuità di sguardo, una capacità precoce di leggere la frattura tra narrazione politica e realtà strutturale.
Ciò che rende il discorso di Davos particolarmente rilevante non è dunque solo il contenuto, ma il modo in cui viene costruito. Carney non parla da profeta, né da moralista. Parla da attore che riconosce la frattura, la nomina e tenta di abitarla. In questo senso, il suo intervento si presta a una lettura politolinguistica rigorosa, capace di mostrare come il linguaggio non si limiti a descrivere il mondo, ma contribuisca a ridefinire il campo delle possibilità politiche.
Allo stesso tempo, il discorso di Davos solleva una questione più ampia, che riguarda direttamente l’Europa: come evitare di restare intrappolati in una lettura nostalgica dell’ordine internazionale, continuando a evocare regole che non producono più effetti, mentre altri attori riscrivono i rapporti di forza.
Riconoscere la frattura
Dal punto di vista politolinguistico, il primo elemento di forza del discorso di Carney risiede nella strategia di nominazione, che opera una rottura esplicita con il lessico consolidato della diplomazia occidentale. L’“ordine internazionale basato sulle regole” non viene difeso, né riformulato, né aggiornato semanticamente: viene dichiarato in via di esaurimento. La scelta lessicale è radicale e deliberata. Non si assiste a un tentativo di salvataggio simbolico dell’espressione, ma a una presa d’atto della sua perdita di efficacia performativa. La “bella storia” è finita, e con essa la funzione stabilizzante di un linguaggio che per anni ha operato come dispositivo di auto-legittimazione più che come descrizione del reale.
Questa operazione linguistica produce un effetto discorsivo cruciale: sposta l’asse dell’argomentazione dal piano normativo a quello strutturale. Non è più centrale la distinzione tra chi rispetta le regole e chi le viola, ma il fatto che le regole, in quanto tali, non siano più in grado di produrre protezione. In termini politolinguistici, Carney disinnesca il frame morale e lo sostituisce con un frame funzionale. Il problema non è l’ingiustizia, ma l’inefficacia; non la trasgressione, ma l’obsolescenza. È qui che prende forma uno dei topoi centrali del discorso: quando le norme non funzionano più, la sicurezza torna a essere una responsabilità primaria dello Stato.
Anche la predicazione associata agli attori è politolinguisticamente rilevante. Le grandi potenze non vengono demonizzate né moralizzate: sono descritte come attori non vincolati, mossi da logiche di potenza che non richiedono giustificazione esterna. Allo stesso tempo, le potenze intermedie non sono rappresentate come vittime passive, ma come soggetti vulnerabili ma non impotenti. Questa doppia operazione consente a Carney di evitare sia il vittimismo sia l’illusione multipolare. Il risultato è la costruzione di un frame che potremmo definire di realismo cooperativo: cooperare non per idealismo normativo, ma per ridurre l’esposizione sistemica e aumentare la capacità di resistenza.
In questo quadro, assume particolare rilievo l’introduzione dell’onestà come risorsa di potere. Quando Carney parla di “vivere nella verità”, non propone una categoria morale, ma una strategia discorsiva. Chiamare le cose con il loro nome significa smettere di utilizzare un linguaggio che produce assuefazione e tornare a un linguaggio che produce orientamento. In termini politolinguistici, si tratta di una strategia di de-mitizzazione: il discorso non consola, non rassicura, non promette restaurazioni impossibili. Al contrario, prepara gli attori politici e l’opinione pubblica a operare in un contesto più duro, meno regolato, ma proprio per questo più esigente in termini di responsabilità.
È in questa capacità di usare il linguaggio non come velo, ma come strumento di preparazione cognitiva, che il discorso di Carney trova la sua forza analitica. Non descrive semplicemente un mondo che cambia: costruisce le condizioni discorsive per abitarlo senza illusioni.
Il manifesto delle potenze intermedie: speranza razionale e cooperazione strategica
Il discorso di Davos non è solo diagnosi. È anche un manifesto di speranza razionale, costruito con attenzione per evitare tanto il cinismo quanto l’illusione. La speranza, qui, non nasce dalla promessa di un ritorno all’ordine, ma dalla possibilità di costruire un nuovo spazio di azione collettiva per le potenze intermedie.
Dal punto di vista discorsivo, questa speranza è ancorata a una strategia di prospettivazione inclusiva. Il “noi” utilizzato da Carney non coincide con l’Occidente, né con un blocco ideologico. È un “noi” funzionale, aperto a chi accetta la realtà per quella che è. In questo senso, il discorso parla direttamente all’Europa, anche se non la nomina esplicitamente.
Qui emerge una critica implicita ma potente alla postura europea: regolare senza contare, normare senza disporre di strumenti coercitivi o strategici. L’Europa, superpotenza regolatrice, continua a comportarsi come se la produzione di norme fosse di per sé una forma di potere. Carney suggerisce, senza dirlo, che non lo è più.
Il passaggio chiave è quello in cui le potenze intermedie sono poste di fronte a una scelta: competere tra loro per ottenere favori oppure unirsi per incidere. È un rovesciamento del paradigma europeo recente, fondato sulla mediazione infinita e sulla gestione procedurale del dissenso. Qui la cooperazione non è un valore morale, ma una condizione di sopravvivenza strategica.
Il limite del discorso: dal menù americano a quello cinese?
Ed è proprio qui che il discorso di Carney, pur restando lucido e condivisibile sul piano dell’analisi, mostra una criticità politica concreta, legata non alle parole pronunciate a Davos ma a ciò che è avvenuto una settimana prima. Il Canada, sotto la guida dello stesso Carney, ha infatti siglato una partnership strategica con la Cina. Non un contatto esplorativo, non un dialogo tecnico, ma un atto politico che inserisce Ottawa in una traiettoria di cooperazione strutturata con Pechino.
Questo dato di contesto è decisivo e non può essere rimosso. Perché mentre a Davos Carney invita le potenze intermedie a smettere di vivere nell’illusione dell’ordine basato sulle regole e a unirsi per non finire nel “menù” delle grandi potenze, quella partnership pone una domanda semplice e scomoda: di quale tavolo stiamo parlando? E soprattutto: di quale menù?
Il punto non è che Carney “strizzi l’occhio” alla Cina nel suo discorso – non lo fa. Il punto è che, nella pratica (e non nel discorso), la Cina diventa uno dei pilastri della strategia canadese nel momento stesso in cui Carney afferma che le potenze intermedie devono emanciparsi dalle logiche egemoniche.
Ma non è stipulando partnership strategiche con la Cina – una potenza sistemica dotata di una propria, strutturale visione gerarchica delle relazioni internazionali, diversa da quella americana ma non per questo meno ordinante – che le potenze intermedie possono realmente emanciparsi. La gerarchia cinese non si manifesta attraverso l’universalismo normativo o l’egemonia dichiarata, bensì tramite relazioni asimmetriche, dipendenze funzionali e una concezione strumentale della cooperazione, calibrata sul peso relativo degli attori coinvolti.
Il nodo, dunque, non è scegliere tra Washington e Pechino, né sostituire un centro con un altro. È evitare che l’illusione dell’autonomia nasca dall’adesione a un diverso sistema di gravità. Se il messaggio di Carney è che le potenze intermedie devono smettere di vivere nella finzione dell’ordine passato e unirsi per contare, allora questa unione non può tradursi nell’ingresso ordinato in un’altra architettura gerarchica, all’apparenza più conciliante e flessibile.
È qui che il discorso di Davos va letto con rigore e senza indulgenze. La diagnosi è corretta, l’urgenza è reale, ma la risposta non può consistere nel moltiplicare le dipendenze strategiche. Unirsi, sì – ma per costruire uno spazio proprio, non per ridefinire il proprio posto all’interno del sistema di potere di qualcun altro.
La vera autonomia strategica
La forza del discorso di Carney non risiede nella promessa di un nuovo ordine, ma nella fine delle illusioni su quello vecchio. Chiamare le cose con il loro nome non è un esercizio retorico, ma un atto politico preliminare. Riconoscere che l’ordine internazionale basato sulle regole non funziona più come prima non significa celebrarne il tramonto, bensì smettere di fingere che basti invocarlo per renderlo operativo.
Il punto decisivo, tuttavia, è un altro. Le potenze intermedie non si salvano scegliendo meglio a chi legarsi, ma imparando a non essere più oggetti di scelta altrui. L’autonomia strategica non nasce dalla diversificazione delle dipendenze, né dalla sostituzione di un centro egemonico con un altro, ma dalla capacità di costruire uno spazio politico proprio, riconoscibile, coerente e collettivo. Senza questo passaggio, ogni discorso sulla cooperazione rischia di ridursi a una gestione più elegante della subordinazione.
In questo senso, il richiamo di Carney a evitare di “finire nel menù” va preso sul serio fino in fondo. Non esiste solo un menù americano, così come non esiste un tavolo neutro a cui sedersi. Esistono sistemi di potere che ordinano il mondo secondo logiche gerarchiche differenti, ma convergenti nella loro indifferenza verso le potenze intermedie quando queste non agiscono in modo coordinato. Essere commensali richiede forza politica, non solo correttezza normativa.
È qui che l’Europa appare come il grande convitato assente. Ancora prigioniera di una postura regolatoria e di un linguaggio moraleggiante, fatica a riconoscere che il tempo della sola mediazione normativa è finito. Se vuole evitare di oscillare tra irrilevanza e allineamento passivo, deve compiere lo stesso atto di onestà invocato da Carney: smettere di parlare di ordine come se esistesse ancora e iniziare a costruire potere come se fosse necessario.
Il realismo cooperativo evocato a Davos non è una scorciatoia rassicurante, ma una responsabilità. Unirsi non per difendere il passato, ma per incidere nel presente. Non per essere una superpotenza regolatrice, ma per diventare finalmente una superpotenza politica. Senza nostalgia, senza illusioni, e soprattutto senza confondere la speranza con la delega.

Il Club InOltre nasce per creare una community tra chi InOltre lo scrive, chi lo legge e chi lo sostiene. È il desiderio di creare punti di incontro digitali e, quando possibile, anche fisici – dove scambiarsi idee, discutere, conoscersi da vicino.
Un Club che unisce tutti quelli che contribuiscono alla buona riuscita d’InOltre e al suo successo.
InOltre è completamente gratuito ed è il frutto della competenza e della passione di molte persone che lavorano senza fini di lucro. Se desideri contribuire con un piccolo supporto, puoi farlo effettuando un bonifico come di seguito specificato oppure cliccando sui pulsanti che vedi, scegliendo l’opzione che più preferisci. Le donazioni verranno utilizzate per i costi di mantenimento del sito e per altre attività editoriali.
Grazie per il vostro supporto!
Bonifico bancario intestato a Inoltre Ente del Terzo Settore con Causale: donazione/erogazione liberale a favore di Inoltre ETS.
Codice Iban: IT55A0306909606100000404908



Scopri di più da InOltre
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

C’è una strada ardua per una più o meno autonomia politica ed economica data l’arretratezza tecnologica e la dipendenza militare ed energetica del blocco Europa-Canada.
Così come l’eventualità di un certo distaccamento dalle superpotenze come Stati Uniti e Cina. Persino i primi citati dipendono dalla seconda per diversi scambi di materie prime fondamentali allo sviluppo della loro tecnologia. E anche la Cina non può fare a meno di scambiare con gli altri Paesi.
Certo sarebbe già un buon traguardo poter competere più o meno al loro stesso livello.
Cosa che purtroppo non sta avvenendo e non si sa se ci sarà mai un inizio, dati certi problemi a livello normativo e pesanti oneri sul lavoro nei principali Paesi che pesano sull’innovazione, sulla struttura delle aziende esistenti e soprattutto sull’eventuale creazione di aziende tecnologiche nuove.
Dato ciò il percorso non sarebbe comunque facile.
Decisamente i Governatori delle Banche nazionali hanno diverse marce in più.
Se una Europa governata da Mario Draghi facesse un’alleanza atlantica col Canada di Carney avremmo più di una possibilità concreta di superare questa crisi storica.