9 pensieri su “Iran: il diritto di dire no

  1. No, mi spiace, analisi che non mi persuade
    L’inferno è lastricato di buone intenzioni
    E da cattive intenzioni non sempre nascono cose solo negative
    Nessun dubbio che il bene degli iraniani è all’ultimo posto tra gli obiettivi di Trump, o forse non c’è proprio
    Ma gli iraniani che stanno festeggiando in piazza non credo siano degli stupidi ingenui
    Lo sanno di avere di fronte un cammino pieno di incognite e che vi è anche il rischio che avvenga quello che è avvenuto in Afganistan, l’ipotesi più tragica e vergognosa
    Ma sanno anche che niente può essere peggio di quel governo che ora è stato duramente colpito, e lo sarà ulteriormente
    E che se non intervenivano USA e Israele non sarebbe intervenuto nessuno, per questo è

    1. Ma non era quello il punto dell’articolo, che infatti non condanna l’attacco in sé.
      Ho sempre scritto che prima o poi alla guerra all’Iran ci si sarebbe dovuti arrivare.
      Il pezzo condanna un modo di gestire le alleanze.
      È sul diritto di altri paesi di dire no ad affiancare militarmente gli USA in un’azione unilaterale.
      Il punto è sull’atteggiamento di un’amministrazione che dopo avere trascorso 1 anno e mezzo ad alienare gli alleati pretende obbedienza nel seguirlo in un’azione unilaterale, mai pianificata o discussa in ambito NATO o discussa con altri, la cui finalità, durata e costi umani e materiali sono incerti, con un partner: gli USA, storicamente inaffidabile nelle sue guerre in MO e un presidente che ogni giorno improvvisa e dice tutto e il contrario di tutto come modalità di governo.
      Israele e USA possono giustificare questa guerra, hanno gran parte del pubblico in casa dalla loro parte. Nessun leader europeo gode di questo lusso.
      E per di più l’Europa è già fortemente impegnata con gli aiuti all’Ucraina.
      Il pezzo era sul diritto di dire no. Non a queste condizioni.

      1. Lei era stata chiara, non sono stato chiaro io
        Non contesto il diritto di dire no e ho capito le ragioni, che lei evidenzia, per avere questa posizione
        Io stavo cercando di dire che secondo me le ragioni per dire sì, sono in questo momento più forti di quelle per dire no

        “Prima o poi alla guerra all’Irak ci si sarebbe dovuti arrivare”

        Ci si è arrivati ora
        E per fortuna di quegli iraniani che invocavano ora un aiuto per fermare il massacro

        Sono forse analisi terra terra e che trascurano il quadro complessivo, le mie.
        Ma è ora che si sta concretamente conducendo un’azione che può – forse, vedremo – portare al crollo di quella mostruosità che vi è in Iran.
        Si contribuisca tutti
        Tanto più se prima chi adesso dice no non è riuscito a avanzare uno straccio di proposta concreta per rispondere, adesso e ora, all’appello che quel popolo stava facendo

  2. Un’analisi appassionata, la sua, ma che a mio parere apre un paradosso difficile da sciogliere: se concordiamo sul fatto che il regime di Teheran sia “non riformabile” e rappresenti una minaccia esistenziale, allora il rivendicato “diritto di dire no” dell’Europa rischia di trasformarsi, paradossalmente, nel miglior ufficio stampa dei Mullah. Rivendicare la libertà di negare l’uso di basi strategiche, come Morón o Rota, nel momento del bisogno trasforma l’Alleanza Atlantica in un contratto d’affitto precario. Se la fiducia è la valuta su cui si fondano i blocchi geopolitici, come può un alleato fare affidamento su chi, in nome di una superiore “etica”, decide di restare in tribuna proprio quando la partita si fa calda? La fiducia non è solo non essere ricattati dal proprio alleato, ma anche sapere che quell’alleato non ti chiuderà la porta in faccia quando il nemico comune attacca.
    C’è un’ironia amara nel vedere il Presidente Pezeshkian lodare la “coscienza” di leader come Sánchez: quando un regime teocratico applaude la tua morale, solitamente non è perché sei diventato più buono, ma perché sei diventato meno pericoloso. La nostra coerenza formale si sta traducendo nel loro vantaggio strategico. Lei dice bene che la lealtà si costruisce, ma la si dimostra soprattutto nei momenti bui. Rifugiarsi nel formalismo del diritto internazionale per evitare di prendere una posizione netta significa, di fatto, delegare ad altri, che si chiamino Trump, Israele o lo stesso Iran, il compito di scrivere il nostro futuro. Dire “no” ai metodi di Trump è una posizione legittima, ma dire “no” a ogni forma di azione mentre un regime massacra i propri cittadini non ci rende forse complici silenziosi dello status quo?
    Insomma, il mio timore è che mentre noi discutiamo sulla “pulizia” dei nostri metodi, i nostri avversari brindino alla nostra frammentazione. Forse il vero rischio per il nostro continente non è l’imprevedibilità americana, ma l’irrilevanza di un’ Europa che ha imparato a dire solo “no”, dimenticando come si agisce.

    1. Il suo ragionamento sarebbe giusto se l’azione militare fosse avvenuta nell’ambito dell’alleanza atlantica.
      Ma non è stato così.
      Si è trattato di un’azione unilaterale al di fuori dell’alleanza.
      Il punto che espongo è che se scegli di muoverti indipendentemente dall’alleanza (anzi la insulti e denigri) come puoi poi di punto in bianco rivendicare il diritto di un’alleanza che hai deliberatamente escluso dal processo decisionale?
      O l’alleanza la consideri come tale e ti muovi al suo Interno, oppure persegui i tuoi obiettivi ma non ti lamentare se gli altri dicono no. E certamente usare metodi coercitivi è un precedente pericoloso.

  3. Il metodo Trump è noto, ne ho già scritto in altri commenti e questo articolo lo riporta chiaramente.
    Trump sa che non si possono contrastare gli Stati Uniti (nemmeno la Cina può farlo in certi scenari) e conosce le debolezze degli Stati europei che dai primi dipendono su sicurezza e difesa. Inoltre sa che non c’è una vera unità tra gli Stati europei con la loro difesa ognuno dei propri protezionismi e quindi ha buon gioco a portare avanti la sua retorica lasciando divisi gli altri.
    Poi sulla questione mediorientale di Israele, Iran e gruppi terroristici sappiamo quanto gli Stati europei e i loro leader principali si siano fatti influenzare pur di non dare un sostegno concreto ad Israele credendo e cedendo alla propaganda terrorista, dando un vantaggio in più al regime criminale teocratico e i suoi alleati regionali.
    Non possiamo parlare infine in questo caso di leader con la L maiuscola: ignorare o minimizzare le dinamiche che accadono in un’area vicina al tuo Paese pensando di preservare e non affrontare ciò che accade al tuo interno per calcolo politico o costi sociali, non ti aiuterà a risolvere i tuoi problemi e né quelli che colpevolmente ignori.

    1. Quindi esistono circostanze in cui il metodo mafioso e coercitivo è legittimo.
      Che ci sta bene un criminale se gli altri non sono all’altezza.
      Che siccome pensiamo che la causa è giusta, allora si può chiudere un occhio su tutto.
      Un pensiero legittimo, indubbiamente.
      Da parte mia però esiste la consapevolezza storica che gli autoritarismi sono sempre nati quando troppe persone hanno cominciato a condividere questa visione.
      Sempre.

      1. Non è una condivisione dell’azione di Trump (un alleato per quanto forte non dovrebbe trattare così quelli meno forti e l’avevo già scritto in un altro commento), ma una constatazione del fatto che gli Stati europei non hanno mezzi sufficienti a contrastarla e non esiste una vera unità tra di loro che possa permettere un qualche tentativo di riuscire nell’intento.
        Si può solo sperare che le istituzioni americane riescano nel difendere la struttura democratica e a non permettere al presidente e al suo governo di superare certi confini giuridici e istituzionali.
        Ci penseranno gli elettori americani alle prossime elezioni, sempre che possano avere libertà di farlo (anche qui avevo già espresso dei dubbi) e anche comprensione delle azioni al limite di Trump.
        Questo purtroppo non può dipendere né dall’Europa, né dalle organizzazioni internazionali che non hanno potere, né da altri Stati al momento sulla carta concorrenti degli Usa.

  4. Concordo. Il problema è che non abbiamo in Europa il un leader che sia capace e abbia il carisma di fare a Trump un discorso del genere e che abbia alle spalle una Europa unità e senza se e senza ma. Trump come tutti gli autarchi o i dittatori, fa leva proprio su questo. Troppi galli e galline sovraniste e nazionaliste nel pollaio politico Europeo,

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