

Il regime islamico non è riformabile. È una questione di architettura del potere. Un sistema che finanzia milizie proxy armate, che tiene in ostaggio un’intera popolazione per quarantasette anni, che ha massacrato decine di migliaia dei suoi cittadini, che costruisce la propria legittimità sulla promessa di distruggere Israele. Quindi sì: la sua caduta è un obiettivo legittimo, soprattutto perché in linea con la volontà del popolo iraniano.
Ma è l’obiettivo degli Stati Uniti? Oppure, quando i costi supereranno le previsioni, sentiremo di nuovo quella frase — “abbiamo raggiunto i nostri obiettivi” — e se ne andranno. Come hanno sempre fatto. Con il regime rimosso a metà, o sostituito da qualcuno che porterà cambiamenti solo di facciata, mentre chi resta raccoglie le conseguenze?
E qui viene il primo problema.
Perché l’unico con la volontà di affiancare Israele e attaccare la Repubblica Islamica era Trump. Un uomo che governa per umori, per reazioni, per narrazioni. Che proclama una cosa un giorno e, quello successivo, la nega. Che ha trasformato l’imprevedibilità in stile di governo. Ma nelle guerre, dove gli alleati devono decidere se schierarsi, dove i mercati devono reggere, dove le popolazioni e gli eserciti devono capire per cosa si sta combattendo l’imprevedibilità è una palude di incertezze.
Il problema non è la guerra. È chi la fa e come ci è arrivato
E certo, solo un uomo così poteva fare questa guerra. Ma è proprio questa soluzione il problema. Perché Trump non governa sulla base della fiducia. Governa attraverso la coercizione, guidato dall’idea che intimidire l’interlocutore sia già sufficiente a piegarne la volontà, che la paura possa sostituire la politica.
Ma le relazioni tra gli stati non funzionano così. Si reggono sulla prevedibilità, sulla certezza che chi ti sta accanto oggi non ti tratterà da nemico domani. Si reggono sulla trasparenza, sulla condivisione delle decisioni, non sul mettere il mondo davanti a fatti compiuti e aspettarsi che tutti corrano in supporto come un pedaggio dovuto.

I paesi aiutano gli alleati. Non qualcuno che demonizza la NATO, insulta i morti in Afghanistan – l’unica guerra in cui l’articolo 5 è stato invocato (e proprio dagli Stati Uniti) – fa gli interessi di Mosca, rivendica la Groenlandia come se i popoli fossero una trattativa di affari e usa i dazi come strumento di punizione contro chiunque osi dire di no. La lealtà non si ordina. Si costruisce.
Se scegli una politica estera ostile, aspettati ostilità.
E allora capisco quei paesi che, da questo conflitto, vogliono stare lontani. Non perché non vogliano la caduta del regime: molti la vogliono, soprattutto nel Regno Unito. Ma perché conoscono il copione. Gli americani hanno un’abitudine sistematica, consolidata in settant’anni di storia: entrano, destabilizzano, e poi lasciano il campo prima di aver completato il lavoro. Afghanistan, Iraq, Libia. E chi rimane – gli alleati regionali, i paesi confinanti, le popolazioni che ci avevano creduto – raccoglie i cocci senza aver mai avuto voce in capitolo su nulla: né sulle decisioni, né sui tempi, né sulla gestione di una situazione che può sfuggire di mano in modi che nessuno riesce a prevedere finché non è già troppo tardi.
Eliminare un regime sanguinario non è sbagliato in sé. Ma questa guerra è nata male.
È nata dopo aver destrutturato l’asse di alleanza atlantica. È nata dopo aver distrutto la fiducia. E la fiducia è l’unica cosa che conta in un’alleanza. O c’è, o non c’è. E non puoi distruggerla un giorno e rivendicarla il giorno dopo, a seconda di come ti gira.
Non funziona così.
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La coercizione
Ma c’è una cosa che mi ha disturbata più della guerra stessa. Vedere come molte persone, solitamente critiche nei confronti dei metodi di Trump – il ricatto, la coercizione, l’uso della potenza economica come clava – in questi giorni applaudono. Perché questa volta, a essere nell’angolo, c’è Sanchez, un Leader che non si ama, un governo che si vorrebbe vedere in difficoltà. E allora i principi si sospendono. La tifoseria da stadio prende il sopravvento e ciò che ieri era inaccettabile oggi va bene.
Ma fermiamoci un secondo.
Trump non sta solo esercitando pressione diplomatica su paesi riluttanti. Sta usando le compagnie americane come strumento di ricatto nei confronti degli stati sovrani. Come arma di regime.
Ripeto: compagnie private come arma di regime. Compagnie private che o fanno come dice il governo oppure non lavorano più.
Se uno stato europeo usasse le proprie aziende per ricattare paesi stranieri e punire i dissidenti interni, lo chiameremmo autoritarismo. Se lo facesse un paese latinoamericano, lo chiameremmo populismo illiberale. Se lo facesse la Cina, lo chiameremmo quello che è: un sistema in cui il confine tra privato e stato non esiste, perché lo stato ha deciso che quel confine è un ostacolo.
Allora come lo chiamiamo quando lo fanno gli Stati Uniti?
Se il governo decide chi può lavorare e chi no in base all’allineamento politico, cos’è — se non questo? Se le aziende private diventano strumenti di politica estera coercitiva, cos’è — se non questo? Se dissenti e vieni eliminato dal mercato, se tracci una linea etica e vieni designato rischio per la sicurezza nazionale, cos’è — se non questo?
Non è una domanda retorica. È una domanda a cui qualcuno dovrebbe rispondere.
Ed è un modello dichiarato. Alex Karp, CEO di Palantir, lo ha detto esplicitamente a una platea di 600 miliardari all’Andreessen Horowitz Summit: se le aziende tech si rifiutano di cooperare con l’apparato militare americano, il governo sequestrerà la loro tecnologia. Nazionalizzazione, ha detto. Non come minaccia. Come descrizione di un processo già in corso. La platea ha riso. Karp ha precisato che non stava scherzando.
E Nazionalizzazione per Karp (e soprattutto per l’ideologo, fondatore di Palantir, Peter Thiel) è la fusione tra stato e tecnologia. È allineamento sistematico, dogmatico.
Totalitario.
Lo abbiamo già visto funzionare. Dario Amodei, CEO di Anthropic, messo al bando dal Pentagono per aver tracciato due linee rosse: no alla sorveglianza di massa dei cittadini; no all’uso dell’AI in contesti di guerra senza supervisione umana. Anthropic designata “rischio per la supply chain.” OpenAI, che non aveva posto condizioni, ha firmato il contratto con il Pentagono ore dopo. La velocità era il messaggio: il mercato dell’AI militare non si ferma per l’etica.
Questo è il modello. Questo è ciò che viene esportato ora a livello internazionale.
E allora la domanda non è se Sanchez meriti o meno solidarietà. La domanda è: se accettiamo questo metodo oggi, su chi non ci piace, cosa facciamo il giorno in cui lo stesso metodo viene applicato a noi? Quando le politiche industriali, sociali, energetiche, militari italiane dovranno essere sottoposte all’approvazione di Washington? Quando sarà la nostra economia a essere minacciata di distruzione sistematica se non ci allineiamo?
O forse, il problema è che a troppe persone l’allineamento piace e che la libertà può essere tranquillamente barattata per l’ideologia?
E proprio questo è il paradosso.
Gli stessi che per anni hanno agitato lo spettro del pensiero unico, oggi difendono a spada tratta un sistema che pretende un allineamento assoluto. Che non ammette un no.
Il ribaltamento
E ora ripensiamo a Zelensky alla Casa Bianca, trattato come un subalterno in udienza. Le battute sul vestiario. Il tono condiscendente. L’umiliazione pubblica davanti alle telecamere di tutto il mondo. Un leader che da tre anni difendeva il suo paese, che aveva perso città e infrastrutture, decine di migliaia di persone, messo nell’angolo, ridicolizzato.
Trump e Putin usano lo stesso manuale: la coercizione come linguaggio, l’umiliazione come strumento, la lealtà pretesa come tributo dovuto alla potenza. Putin lo fa con i paesi che ritiene nella propria sfera d’influenza. Trump lo fa con gli alleati che considera debitori. La differenza è geografica e di scala, non di metodo.
E un altro paradosso è che proprio l’uomo che Trump ha umiliato è oggi una delle poche risorse militari disponibili. L’Ucraina ha sviluppato tecnologie per eliminare i droni a costi impensabili per qualsiasi esercito tradizionale. Sistemi efficienti, testati sul campo, contro gli stessi Shahed iraniani che ora Trump si trova a fronteggiare.

Chiamiamolo karma.
Zelensky è rimasto a testa alta di fronte a ogni umiliazione. Non ha firmato nessun trattato capestro. Si è visto sospendere gli aiuti militari dagli USA. E oggi, quella testa vale più di qualsiasi contratto.
Davanti ai bulli non si cede. Anche quando possono distruggerti. Soprattutto quando possono distruggerti.
Perché cedere non ti salva. Ti rende solo il prossimo nella lista.
In conclusione
Per il bene del popolo iraniano spero che questa missione abbia successo. Che ogni remora o timore si rivelino infondati. Ma il successo eventuale non cambia il nodo della crisi che stiamo affrontando, che non è solo quella bellica in Medio Oriente. Una potenza che tratta ogni paese come suddito o vassallo non costruisce alleanze. Costruisce obbedienza temporanea. E arriva sempre il momento in cui quell’obbedienza si incrina — per principio, per costi, per postura, per sopravvivenza politica, quando l’opinione pubblica interna non regge il peso di un’altra guerra (e questo è particolarmente vero per il Regno Unito, il maggiore contributore alla difesa dell’Ucraina). Arriva il momento in cui si rivendica il diritto di dire no. E a quel punto non importa più se la causa sia giusta o sbagliata: nessuno vuole associarsi a chi è inaffidabile. Nessuno rischia per seguire i ghiribizzi di chi governa secondo gli umori del giorno.
Il problema non è questa guerra. È il modello. Un modello in cui o sei un amico o sei un nemico. O cooperi o ti distruggo. O ti allinei o diventi un rischio. È lo stesso modello che contestiamo ai mullah. È lo stesso modello che contestiamo a Putin. Applicato con strumenti diversi, in latitudini diverse, da chi si presenta come il campione della libertà.
Nessun paese veramente liberale può accettare questa logica. Perché accettarla significa rinunciare a ciò che distingue una democrazia da un regime: il diritto, a torto o ragione, di dire di no.

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No, mi spiace, analisi che non mi persuade
L’inferno è lastricato di buone intenzioni
E da cattive intenzioni non sempre nascono cose solo negative
Nessun dubbio che il bene degli iraniani è all’ultimo posto tra gli obiettivi di Trump, o forse non c’è proprio
Ma gli iraniani che stanno festeggiando in piazza non credo siano degli stupidi ingenui
Lo sanno di avere di fronte un cammino pieno di incognite e che vi è anche il rischio che avvenga quello che è avvenuto in Afganistan, l’ipotesi più tragica e vergognosa
Ma sanno anche che niente può essere peggio di quel governo che ora è stato duramente colpito, e lo sarà ulteriormente
E che se non intervenivano USA e Israele non sarebbe intervenuto nessuno, per questo è
Ma non era quello il punto dell’articolo, che infatti non condanna l’attacco in sé.
Ho sempre scritto che prima o poi alla guerra all’Iran ci si sarebbe dovuti arrivare.
Il pezzo condanna un modo di gestire le alleanze.
È sul diritto di altri paesi di dire no ad affiancare militarmente gli USA in un’azione unilaterale.
Il punto è sull’atteggiamento di un’amministrazione che dopo avere trascorso 1 anno e mezzo ad alienare gli alleati pretende obbedienza nel seguirlo in un’azione unilaterale, mai pianificata o discussa in ambito NATO o discussa con altri, la cui finalità, durata e costi umani e materiali sono incerti, con un partner: gli USA, storicamente inaffidabile nelle sue guerre in MO e un presidente che ogni giorno improvvisa e dice tutto e il contrario di tutto come modalità di governo.
Israele e USA possono giustificare questa guerra, hanno gran parte del pubblico in casa dalla loro parte. Nessun leader europeo gode di questo lusso.
E per di più l’Europa è già fortemente impegnata con gli aiuti all’Ucraina.
Il pezzo era sul diritto di dire no. Non a queste condizioni.
Lei era stata chiara, non sono stato chiaro io
Non contesto il diritto di dire no e ho capito le ragioni, che lei evidenzia, per avere questa posizione
Io stavo cercando di dire che secondo me le ragioni per dire sì, sono in questo momento più forti di quelle per dire no
“Prima o poi alla guerra all’Irak ci si sarebbe dovuti arrivare”
Ci si è arrivati ora
E per fortuna di quegli iraniani che invocavano ora un aiuto per fermare il massacro
Sono forse analisi terra terra e che trascurano il quadro complessivo, le mie.
Ma è ora che si sta concretamente conducendo un’azione che può – forse, vedremo – portare al crollo di quella mostruosità che vi è in Iran.
Si contribuisca tutti
Tanto più se prima chi adesso dice no non è riuscito a avanzare uno straccio di proposta concreta per rispondere, adesso e ora, all’appello che quel popolo stava facendo
Un’analisi appassionata, la sua, ma che a mio parere apre un paradosso difficile da sciogliere: se concordiamo sul fatto che il regime di Teheran sia “non riformabile” e rappresenti una minaccia esistenziale, allora il rivendicato “diritto di dire no” dell’Europa rischia di trasformarsi, paradossalmente, nel miglior ufficio stampa dei Mullah. Rivendicare la libertà di negare l’uso di basi strategiche, come Morón o Rota, nel momento del bisogno trasforma l’Alleanza Atlantica in un contratto d’affitto precario. Se la fiducia è la valuta su cui si fondano i blocchi geopolitici, come può un alleato fare affidamento su chi, in nome di una superiore “etica”, decide di restare in tribuna proprio quando la partita si fa calda? La fiducia non è solo non essere ricattati dal proprio alleato, ma anche sapere che quell’alleato non ti chiuderà la porta in faccia quando il nemico comune attacca.
C’è un’ironia amara nel vedere il Presidente Pezeshkian lodare la “coscienza” di leader come Sánchez: quando un regime teocratico applaude la tua morale, solitamente non è perché sei diventato più buono, ma perché sei diventato meno pericoloso. La nostra coerenza formale si sta traducendo nel loro vantaggio strategico. Lei dice bene che la lealtà si costruisce, ma la si dimostra soprattutto nei momenti bui. Rifugiarsi nel formalismo del diritto internazionale per evitare di prendere una posizione netta significa, di fatto, delegare ad altri, che si chiamino Trump, Israele o lo stesso Iran, il compito di scrivere il nostro futuro. Dire “no” ai metodi di Trump è una posizione legittima, ma dire “no” a ogni forma di azione mentre un regime massacra i propri cittadini non ci rende forse complici silenziosi dello status quo?
Insomma, il mio timore è che mentre noi discutiamo sulla “pulizia” dei nostri metodi, i nostri avversari brindino alla nostra frammentazione. Forse il vero rischio per il nostro continente non è l’imprevedibilità americana, ma l’irrilevanza di un’ Europa che ha imparato a dire solo “no”, dimenticando come si agisce.
Il suo ragionamento sarebbe giusto se l’azione militare fosse avvenuta nell’ambito dell’alleanza atlantica.
Ma non è stato così.
Si è trattato di un’azione unilaterale al di fuori dell’alleanza.
Il punto che espongo è che se scegli di muoverti indipendentemente dall’alleanza (anzi la insulti e denigri) come puoi poi di punto in bianco rivendicare il diritto di un’alleanza che hai deliberatamente escluso dal processo decisionale?
O l’alleanza la consideri come tale e ti muovi al suo Interno, oppure persegui i tuoi obiettivi ma non ti lamentare se gli altri dicono no. E certamente usare metodi coercitivi è un precedente pericoloso.
Il metodo Trump è noto, ne ho già scritto in altri commenti e questo articolo lo riporta chiaramente.
Trump sa che non si possono contrastare gli Stati Uniti (nemmeno la Cina può farlo in certi scenari) e conosce le debolezze degli Stati europei che dai primi dipendono su sicurezza e difesa. Inoltre sa che non c’è una vera unità tra gli Stati europei con la loro difesa ognuno dei propri protezionismi e quindi ha buon gioco a portare avanti la sua retorica lasciando divisi gli altri.
Poi sulla questione mediorientale di Israele, Iran e gruppi terroristici sappiamo quanto gli Stati europei e i loro leader principali si siano fatti influenzare pur di non dare un sostegno concreto ad Israele credendo e cedendo alla propaganda terrorista, dando un vantaggio in più al regime criminale teocratico e i suoi alleati regionali.
Non possiamo parlare infine in questo caso di leader con la L maiuscola: ignorare o minimizzare le dinamiche che accadono in un’area vicina al tuo Paese pensando di preservare e non affrontare ciò che accade al tuo interno per calcolo politico o costi sociali, non ti aiuterà a risolvere i tuoi problemi e né quelli che colpevolmente ignori.
Quindi esistono circostanze in cui il metodo mafioso e coercitivo è legittimo.
Che ci sta bene un criminale se gli altri non sono all’altezza.
Che siccome pensiamo che la causa è giusta, allora si può chiudere un occhio su tutto.
Un pensiero legittimo, indubbiamente.
Da parte mia però esiste la consapevolezza storica che gli autoritarismi sono sempre nati quando troppe persone hanno cominciato a condividere questa visione.
Sempre.
Non è una condivisione dell’azione di Trump (un alleato per quanto forte non dovrebbe trattare così quelli meno forti e l’avevo già scritto in un altro commento), ma una constatazione del fatto che gli Stati europei non hanno mezzi sufficienti a contrastarla e non esiste una vera unità tra di loro che possa permettere un qualche tentativo di riuscire nell’intento.
Si può solo sperare che le istituzioni americane riescano nel difendere la struttura democratica e a non permettere al presidente e al suo governo di superare certi confini giuridici e istituzionali.
Ci penseranno gli elettori americani alle prossime elezioni, sempre che possano avere libertà di farlo (anche qui avevo già espresso dei dubbi) e anche comprensione delle azioni al limite di Trump.
Questo purtroppo non può dipendere né dall’Europa, né dalle organizzazioni internazionali che non hanno potere, né da altri Stati al momento sulla carta concorrenti degli Usa.
Concordo. Il problema è che non abbiamo in Europa il un leader che sia capace e abbia il carisma di fare a Trump un discorso del genere e che abbia alle spalle una Europa unità e senza se e senza ma. Trump come tutti gli autarchi o i dittatori, fa leva proprio su questo. Troppi galli e galline sovraniste e nazionaliste nel pollaio politico Europeo,