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L’America sull’orlo del baratro, la società americana divisa come non mai, la crisi interna insanabile, la nuova guerra civile imminente. Non si contano le analisi spietate che in Italia dipingono a tinte fosche le lacerazioni interne agli Stati Uniti. Le tesi sono accettate senza discutere, e sono ormai una premessa implicita a qualsiasi analisi sul tema, specialmente ora, alla vigilia delle elezioni presidenziali. E non si nasconde un certo piacere nel guardare la “società dell’hamburger”, per dirla alla Diego Fusaro, il “paese senza cultura”, per dirla alla Travaglio, che dopo aver “cocacolononizzato il mondo” (ancora Fusaro), si scopre un gigante dai piedi d’argilla, ormai prossimo all’ implosione.
Il dibattito tra i due candidati vicepresidente, tenutosi martedì sera sulla CBS, ha però mostrato uno scenario inaspettato. Sebbene meno atteso del duello Trump-Harris, il confronto tra J.D. Vance e Tim Walz è stato estremamente più interessante. Per i due candidati presidente il corpo vale più delle parole, i loro volti iconici incarnano due antipodi valoriali e antropologici, perfetti per la polarizzazione che i media ricercano febbrilmente. Ai due vice spetta invece il compito di parlare chiaro all’ America che conta, specialmente ai 5 swing-states (Pennsylvania in testa) che decideranno il risultato elettorale. I due uomini bianchi, nati l’uno in Ohio, l’altro in Nebraska, entrambi da famiglie della classe media, entrambi veterani dell’esercito, hanno risposto alle domande con fermezza, senza battute, senza estremizzazioni, e, inspiegabilmente, andando d’accordo. “Mi sta piacendo questo dibattito perché io e il senatore Vance abbiamo molte visioni in comune, c’è affinità tra di noi” ha detto il democratico Walz, rispondendo ad una domanda sulla politica economica. “Hai ragione, amico” gli ha risposto Vance. E parlando dell’immigrazione: “Io credo che tu voglia risolvere il problema – ha ammesso Vance – ma Kamala no”. Certo, non sono mancate le accuse pungenti ai programmi dei rispettivi capi, ed il momento più teso è stato quando Vance si è rifiutato di ammettere che Trump ha perso le elezioni del 2020, un tabu che evidentemente non può permettersi di rompere, e che ha mascherato dicendo: “Non parliamo del passato, guardiamo al futuro […] Se il mio avversario vincerà gli stringerò la mano, avrà i miei auguri ed il mio aiuto”.
Con il passare dei minuti, mentre si passavano in rassegna i temi classici di politica interna, una verità sbalorditiva ha cominciato ad affiorare, impensabile allo spettatore italiano: i due avversari avevano la stessa visione del mondo. Soluzioni differenti, certo, proposte contrastanti, appartenenze politiche diverse, ma un approccio alla realtà delle cose pressoché identico. Si è parlato principalmente di economia, inflazione e immigrazione, poco di politica estera, sebbene negli stessi minuti Tel Aviv si trovasse sotto il fuoco iraniano, e per un motivo molto semplice: non c’era niente da discutere. Sebbene Trump abbia portato un estremismo del tutto nuovo nella politica americana, polarizzando in modo innaturale un popolo che per il 90% delle questioni sta dalla stessa parte, una volta che i politici “veri” prendono la parola si ha la sensazione che tra Democratici e Repubblicani ci siano meno differenze che tra le correnti interne al PD. Se i manifestanti che inneggiano ad Hamas alla Columbia University finiscono in prima pagina, restano comunque una nicchia minoritaria che sia Harris sia Walz possono concedersi il lusso di ignorare; ed un Giuseppe Conte può essere eletto alla Camera dei Rappresentanti, ma restando in un angolo insieme a pochi sodali, consapevole che il suo momento di gloria non arriverà mai. Non è così per noi, dove l’intero centro-sinistra deve giocoforza fare i conti con coloro che si raccolgono in un minuto di silenzio per “il fratello Nasrallah”, o con una percentuale enorme dell’opinione pubblica e del ceto mediatico-intellettuale che ritiene il sostegno all’Ucraina inutile e dannoso.
Il dibattito tra Vance e Waltz ha dimostrato come, nonostante tutto, gli americani siano un popolo, e che le divisioni politiche non sono che la superficie turbolenta di un’onda che prosegue nella medesima direzione. Passato il ciclone Trump, che ha sparigliato le carte costringendo l’intero sistema politico a rigenerarsi, ci toccherà ammettere che la società lacerata è la nostra, e per davvero. La consolazione che gli americani siano sull’orlo del baratro è l’ennesima convinzione autoassolutoria per negare l’evidenza che non esiste un solo argomento su cui noi italiani sappiamo unirci in un giudizio netto. E non potremmo nemmeno dire che siano stati loro a trascinarci nel baratro, perché ci saremo finiti da soli.
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