

La frattura aperta da Martin Lutero appare ormai lontana e molte antiche divergenze teologiche si sono attenuate. Ma il primato di Roma resta un ostacolo alla piena unità fra cattolici e protestanti, mentre sotto il dialogo ecumenico sopravvivono memorie, stereotipi e conflitti mai del tutto superati.
Sassonia, 31 ottobre 1517: Martin Lutero affigge sul portale della chiesa del castello di Wittenberg le novantacinque tesi sulle indulgenze. Per convenzione storica, è l’inizio della Riforma protestante.
Lo scontro che ha spaccato la cristianità per mezzo millennio è oggi un lontano ricordo. Ma una vera unità fra tutti i cristiani può essere ripristinata diplomatizzando il dialogo ecumenico, senza volgere con coraggio lo sguardo sulla conflittualità del passato?
Beninteso, il principio della giustificazione “sola gratia” e la dottrina della predestinazione sono ormai fuori discussione. Per i cristiani di oggi, infatti, la controversa idea che l’uomo sia predestinato dall’Altissimo alla salvezza o alla dannazione fin dalla nascita è inammissibile.
Pertanto, non figura più come una questione dottrinale se non in una forma rovesciata: chiunque può andare in Paradiso, purché ci metta tutta la sua buona volontà.
Il processo di democratizzazione degli ultimi due secoli ha investito anche l’Aldilà, rendendolo uguale per tutti. Una prospettiva che Lutero non avrebbe accettato.
In una memorabile disputa con Erasmo da Rotterdam, il figlio di Hans, un umile “metallicus” (minatore), chiarì cosa pensava di questo Dio fin troppo amorevole, ritratto come educatore gentile e benevolo: si trattava di una melensa rappresentazione originata dalla superbia, dal rifiuto dell’uomo di vedersi per ciò che è veramente, una creatura vanitosa e incline al peccato.
Un pessimismo antropologico che nel luteranesimo contemporaneo, almeno in ambito europeo, si è gradualmente trasformato in attivismo sociale e politico.
Tant’è che, spesso senza saperlo, si è tacitamente accostato al principio cattolico della forza redentrice delle opere e della cooperazione dell’individuo con la grazia divina, finendo quasi per annullare la distanza tra le due confessioni.
Non rimane che un ostacolo: il primato di Roma, che impedisce una piena riunificazione ecclesiastico-religiosa. Del resto, il cammino comune percorso in Europa non ha ancora cancellato del tutto cosa tedeschi e italiani pensino gli uni degli altri.
Gli stereotipi nazionali di moda su entrambi i versanti delle Alpi sono ancora in larga misura debitori del repertorio degli umanisti e della Riforma: l’idea dei subdoli italiani che finanziano i propri sprechi, e dunque la propria immoralità, attingendo dalle casse tedesche, era già abbondantemente presente nei “Gravamina Nationis Germanicae”, cioè le accuse rivolte alla Curia fin dalla metà del Quattrocento di soffocare con le imposte ecclesiastiche l’economia nazionale.
Così come quella dei tedeschi avidi, barbari, ignoranti, insensibili alla bellezza e ai piaceri della vita, si rifletteva già nei dispacci dei nunzi romani.
Friedrich Nietzsche odiava Lutero, poiché lo riteneva responsabile della restaurazione della religione cristiana che i papi rinascimentali, in particolare Alessandro VI e suo figlio Cesare Borgia, avevano affossato. Questa religione era stata riportata in auge, insieme alla “morale degli schiavi”, dagli istinti più bassi di un monaco oscurantista.
Thomas Mann era della stessa opinione. Apprezzava il contributo di Lutero alla formazione della lingua tedesca e la sensibilità democratica del sacerdozio universale.
Ciononostante, rifiutava il suo pensiero e la sua opera: “Non lo amo, e lo ammetto apertamente. Qualsiasi tedesco sostenitore della purezza culturale della Germania […] mi sconcerta e mi spaventa, anche quando si presenta come paladino della libertà evangelica e dell’autonomia intellettuale; e in particolare suscita la mia istintiva avversione il Lutero collerico e senza scrupoli, lo zotico irascibile che impreca, sputa e inveisce, l’uomo che accompagna a una grande profondità d’animo una rozza superstizione nei confronti di demoni, incubi e mostri.
Non avrei mai potuto essere ospite alla tavola di Lutero: probabilmente presso di lui mi sarei sentito come nella casa di un orco e sono convinto che sarei andato più d’accordo con Leone X, Giovanni de’ Medici, l’umanista gentile che Lutero chiamava la puttana del diavolo” (La Germania e i tedeschi, Manifestolibri, 1995).
Del resto, agli occhi della Curia romana Lutero si presentava come il prototipo del teutone odioso: un beone irascibile, grossolano, arrogante, scurrile, che con i suoi folli anatemi contro il magistero della Chiesa mirava semplicemente a ingraziarsi la potente Germania, per acquisire fama e fortuna.
È la stessa Chiesa che decise di passare all’offensiva solo nel 1545, come recita la vulgata storiografica, con il Concilio di Trento e la “Controriforma”.
Ovviamente, l’esplosione del conflitto è ascrivibile non soltanto a principi teologici inconciliabili, ma a concretissime questioni di potere. Dettagliate ricerche effettuate in occasione del quinto centenario della Riforma hanno confermato che la Germania, a differenza della Spagna e della Francia, non beneficiò mai del meccanismo di distribuzione di favori e prebende papali.
A sentirsi penalizzate, all’inizio del sedicesimo secolo, erano soprattutto le regioni settentrionali e orientali.
Da qui le accuse di saccheggio, in virtù di una tassazione esorbitante, rivolte al papato che fecero breccia nel ceto dei cavalieri, piccoli feudatari desiderosi di riscatto, a cui si unirono l’aristocrazia urbana più marginale e diversi gruppi della borghesia mercantile e rurale.
Non fortuitamente la Dieta di Worms fu convocata da Carlo V d’Asburgo (1500-1558) per deliberare, con i principi elettori e le libere città, su cruciali nodi fiscali (a partire dal finanziamento degli eserciti imperiali).
La “causa Lutheri” non era contemplata nella sua agenda iniziale. Solo l’enorme interesse pubblico da essa suscitato e il timore di disordini consigliarono di affrontarla, fino all’emanazione dell’Editto che dichiarava il monaco un fuorilegge e vietava la lettura o il possesso dei suoi scritti.
Lutero morì il 18 febbraio 1546 nella cittadina in cui era nato nel 1483, Eisleben. Pochi mesi dopo la sua scomparsa, ebbe inizio la guerra progettata da Paolo III e Carlo V contro i principi protestanti che avevano aderito alla Lega di Smalcalda.
Le ostilità durarono meno di un anno e videro la schiacciante vittoria dell’imperatore, che nella battaglia di Mühlberg (1547) fece prigioniero Federico di Sassonia (detto “il Saggio”), grande protettore di Lutero.
Ma il protestantesimo di stampo luterano si sarebbe rivelato tutt’altro che sconfitto. Dopo un secolo di lotte sanguinose, la pace di Westfalia (1648) modificò il principio del “cuius regio, eius religio” (l’obbligo per i sudditi di conformarsi alla religione del sovrano), garantendo la libertà di culto ai cattolici, ai luterani e ai calvinisti.
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Grazie Michele. Argomento appassionante (per me). Mi piacerebbe conoscere di più anche del calvinismo e delle differenze tra i vari protestantesimi. Scusa se chiedo. Grazie. Nadia Mai
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