

Dal primato occidentale alla lezione delle tradizioni asiatiche, il design riscopre materia, durata e imperfezione. Una riflessione sull’autenticità degli oggetti che diventa critica del linguaggio pubblico, sempre più levigato, rapido e privo di attrito con la realtà.
Per oltre un secolo, una parte consistente dell’Occidente ha vissuto nella rassicurante convinzione di possedere il monopolio della bellezza, affidando all’Italia il ruolo di culla intoccabile del classicismo e all’Europa quello, meno ufficiale ma altrettanto sentito, di arbitro universale del gusto.
Da una parte le proporzioni perfette, la geometria, la forma; dall’altra un Oriente genericamente popolato di vuoti, armonie spirituali e impermanenze. Una divisione del lavoro piuttosto comoda: a noi il compito di disegnare il mondo, agli altri quello di contemplarlo.
Dal rigore geometrico del Bauhaus alla drammaticità scultorea italiana, fino all’eleganza parigina, i canoni occidentali sono stati esportati come l’unica sintassi davvero presentabile. Con la bonaria presunzione che il resto del pianeta fosse semplicemente in attesa di farsi arredare, vestire e possibilmente illuminare da noi.
Quella straordinaria capacità di innovare ha finito però per riprodurre se stessa. Il problema non era l’esistenza di un canone, ma la convinzione di non avere più bisogno di misurarsi con altre culture, trasformazioni sociali, limiti fisici e materiali ostinatamente refrattari a comportarsi come previsto.
Soprattutto con la realtà.
È proprio questa frizione che il design industriale ha cercato a lungo di eliminare. Quando il progetto si è piegato alle logiche della produzione di massa, abbiamo smesso di costruire oggetti destinati a entrare nell’esistenza e abbiamo cominciato a ingegnerizzare il consumo.
È stato il momento d’oro del gres porcellanato, dell’omologazione di Ikea, della moda a basso costo di Zara e degli altri giganti del fast fashion. Una rivoluzione nata come straordinaria conquista democratica: forme, abiti e oggetti finalmente accessibili a tutti.
Poi, come spesso accade alle rivoluzioni quando incontrano un buon reparto marketing, l’accessibilità è diventata sostituibilità.
Le cose non dovevano più durare. Dovevano essere desiderate, acquistate, fotografate, consumate e rimpiazzate. Possibilmente prima del catalogo successivo.
Il problema, dunque, non è che un materiale sia industriale. È che abbia imparato a vergognarsi di se stesso e venga apprezzato soprattutto quando riesce a fingersi altro.
Il gres deve sembrare marmo.
Il laminato deve sembrare legno.
Il tessuto sintetico deve simulare una fibra naturale.
La materia non viene più scelta per ciò che è, ma per la qualità della propria contraffazione. Un lusso veloce, bidimensionale, rassicurante e comodamente lavabile con un panno umido. Oppure gettabile al primo cambio di stagione, che in fondo è una forma più radicale di manutenzione.
Ma l’occhio può essere ingannato soltanto per qualche istante. Il corpo molto meno. Una superficie stampata non possiede profondità, un mobile in truciolato non oppone la stessa resistenza, un tessuto sintetico non assorbe il contatto allo stesso modo.
La materia autentica non si limita a invecchiare.
Entra in attrito con la realtà.
Il marmo si macchia, si scheggia, trattiene il freddo, pesa e pretende una manutenzione gloriosamente scomoda. Il legno assorbe la luce, si graffia, cambia colore sotto le mani. Un tessuto naturale si consuma nei punti in cui il corpo insiste.
La realtà agisce sulla materia e la materia reagisce. Tra le due rimane un segno.
Non si tratta di attribuire una superiorità morale automatica al naturale. Anche il marmo può essere estratto male, trasportato peggio e utilizzato per rivestire ambienti nei quali nessun essere umano sembra davvero autorizzato a sedersi.
La distinzione non passa tra natura e industria, ma tra materia dichiarata e simulacro, durata e sostituzione programmata, progetto consapevole e travestimento commerciale.
Mentre l’Europa rischiava di specchiarsi compiaciuta nei propri cataloghi, alcune tradizioni progettuali dell’Asia orientale hanno assorbito la grammatica industriale occidentale, ci hanno educatamente ringraziato per la lezione e l’hanno ibridata con concezioni dello spazio, dell’imperfezione e della trasformazione riconducibili, in modi differenti, al Wabi-Sabi giapponese e allo Shanshui cinese.
Naturalmente, non esiste un Oriente incontaminato che medita sereno mentre l’Occidente assembla mobili in truciolato. Anche l’Asia è stata travolta dalla cementificazione rapida, dalle città-fotocopia e dalle logiche ultra-fast di Shein.
Alcune esperienze progettuali hanno però compreso prima di altre che la modernità non deve necessariamente coincidere con l’eliminazione di ogni attrito.
Quella che il mercato chiama “West meets East” è, nei suoi esiti migliori, qualcosa di più di una combinazione di stili buona per il comunicato stampa di una fiera. È una resistenza contro l’usa e getta, la superficie senza memoria, il materiale costretto a simulare ciò che non è.
Il nuovo lusso non coincide necessariamente con il marmo raro o il pezzo unico che richiede l’intervento coordinato di un architetto, un assicuratore e probabilmente un notaio. Può essere anche un oggetto industriale onesto, riparabile, durevole, capace di dichiarare il materiale di cui è fatto.
Il blocco di pietra conserva le proprie fratture.
Il legno cambia assorbendo la luce.
Gli incastri millenari nascono dalla conoscenza concreta delle forze, dei pesi e delle tensioni.
Ogni materiale viene interrogato per ciò che può sostenere e per il modo in cui reagisce.
In questo ritorno alla gravità e all’attrito, il design sembra anticipare una trasformazione che il linguaggio non ha ancora avuto il coraggio di compiere.
Anche le parole sono state progressivamente liberate dalla frizione con la realtà. Devono essere rapide, trasparenti, immediatamente consumabili. Non devono arrestare il flusso, introdurre una contraddizione o imporre il peso di una sfumatura.
Devono scorrere sulla superficie degli eventi come il gres effetto marmo: riprodurre l’impressione della complessità senza possederne la struttura.
Abbiamo industrializzato gli oggetti e poi abbiamo industrializzato i segni.
Come il laminato imita il legno, il linguaggio pubblico imita il pensiero. Ne riproduce le venature e perfino qualche irregolarità accuratamente predisposta, ma elimina il peso che costringerebbe a misurarsi con le conseguenze di ciò che si dice.
La parola profonda, invece, non si limita a comunicare un dato destinato al rapido consumo emotivo di un talk show, di un post o dell’ennesimo neologismo dichiarato indispensabile per comprendere il presente. Conserva il peso, l’attrito e la spigolosa complessità del pensiero umano.
Non ricopre la realtà con una superficie levigata.
Vi entra in contatto.
E ne riceve una ferita.
Come il marmo, può macchiarsi. Come il legno, può deformarsi. La sua verità non dipende dall’essere eterna o incontaminata, ma dal fatto che il mondo abbia agito su di essa e che quella pressione sia rimasta visibile.
La vera sensibilità contemporanea non consiste quindi nell’imporre un nuovo canone geografico, né nel sostituire la vecchia superiorità occidentale con una generica venerazione dell’Oriente. Consiste nel ritrovare, negli oggetti come nelle parole, una materia capace di reagire alla realtà.
Una materia che non nasconda il peso.
Che non cancelli la frattura.
Se i nostri spazi stanno finalmente ricominciando ad accettare l’attrito del mondo, quanto ci vorrà prima di accorgerci che continuiamo ad abitare un ecosistema verbale costruito interamente in gres porcellanato?
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Buongiorno Alessandro. Che piacere leggerti. E che invidia per la destrezza e l\’eleganza con cui usi il lessico. Quanto all\’usa e getta, io appartengo alla generazione che le cose le riparava, e lo farei ancora se producessero oggetti riparabili. Nadia Mai
Inviato da Outlook per Androidhttps://aka.ms/AAb9ysg ________________________________
Buongiorno Nadia.
Il piacere è leggere te e sapere che ti abbia suscitato queste belle sensazioni.
Grazie assai assai ??
Alessandro
Caro Alessandro cerca un mio articolo intitolato Sentiremo sempre più parlare di stile cinese e cerca su Instagram una recente intervista a Giorgetto Giugiaro.
Buongiorno Stefano.
Cercato e trovato. E lungo il percorso di ricerca ho incontrato molto da cui imparare.
Mi autoproclamo tuo allievo!
Un caro saluto
Alessandro