


I vertici della SCO e del G20 mostrano due blocchi sempre più contrapposti, mentre l’incendio dei rendimenti obbligazionari rivela la vulnerabilità degli Stati più indebitati. Petrolio, inflazione e nuove emissioni restringono il margine delle banche centrali e offrono al fronte anti-occidentale un terreno favorevole per alimentare instabilità e polarizzazione.
I due vertici svoltisi in contemporanea – quello tra i Paesi della SCO (Shanghai Cooperation Organization), con Xi e Putin in bella mostra e Modi un po’ più defilato, e quello dei ministri delle Finanze del G20 in North Carolina – hanno prodotto una serie di analisi comparative sul significato e le prospettive di quella che è una contrapposizione a tutti gli effetti.
A conferma che la politica economica è terreno di scontro sono arrivate le dichiarazioni alla candeggina del Ministero degli Esteri cinese, che ha sottolineato «che da quando gli Stati Uniti hanno assunto la presidenza del G20 per il 2026, la Cina ha partecipato attivamente e costruttivamente alle discussioni in tutti i settori, compreso quello finanziario, e si è adoperata per promuovere risultati concreti nell’ambito del G20».
L’analisi di Reuters fa riferimento alle richieste di USA e UE di riequilibrio del surplus commerciale cinese che limita, per usare un eufemismo, la crescita delle rispettive realtà industriali.
«Il mondo è sommerso dai debiti e l’unico modo per uscirne è crescere», ha dichiarato il Segretario del Tesoro statunitense Scott Bessent, con riferimento ai limiti posti alle altre industrie dall’enorme capacità produttiva di Pechino.
«Abbiamo bisogno di un mondo più equilibrato. Ogni grande area ha i propri compiti da svolgere», gli ha fatto eco il ministro delle Finanze francese Roland Lescure, epigono del compatriota monsieur Lapalisse.
Il fatto è che i mercati sono rimasti sordi a queste dichiarazioni e nel mercato obbligazionario mondiale è divampato un incendio. Negli Stati Uniti il Treasury decennale ha raggiunto il 4,81%, il livello più alto degli ultimi tre anni. In Giappone il rendimento del titolo governativo a dieci anni ha superato il 3% per la prima volta dal 1996. In Australia il decennale è arrivato oltre il 5,19%, ai massimi da quindici anni.
In Europa Bund tedeschi, OAT francesi e Gilt britannici stanno subendo pressioni analoghe. Il mercato sta iniziando a chiedere un prezzo più alto per finanziare Stati molto indebitati, proprio mentre inflazione, energia e nuova offerta di debito rendono più difficile trovare compratori.
Dopo anni di deficit straordinari, diventati ordinari, gli investitori ora dettano le regole. Le ricadute politiche e sociali sono evidenti: se salgono i rendimenti dei titoli pubblici a lungo termine, salgono progressivamente anche i tassi sui mutui e sale il costo dei finanziamenti per le imprese.
In condizioni normali, un forte aumento dei rendimenti a lungo termine rappresenta già di per sé una restrizione monetaria: raffredda credito, immobili, investimenti e consumi. Una banca centrale potrebbe quindi pensare di reagire abbassando i tassi. Ma se contemporaneamente il petrolio sale, le pressioni inflazionistiche riemergono e l’inflazione rimane sopra l’obiettivo, quella strada diventa molto più difficile.
Il mercato non sta più guardando soltanto alle banche centrali e questo pone una distinzione fondamentale tra tassi a breve e tassi a lungo termine. La parte breve della curva obbligazionaria riflette soprattutto ciò che il mercato pensa faranno le banche centrali. Se gli investitori prevedono che la Federal Reserve aumenterà i tassi, per esempio, il Treasury a due anni tende a salire.
Il tratto lungo racconta invece una storia diversa. Quando ci si sposta sulle scadenze a dieci, venti o trent’anni, il mercato deve incorporare non soltanto le future decisioni della banca centrale, ma anche inflazione, crescita, sostenibilità del debito pubblico e premio necessario per immobilizzare capitale per periodi molto lunghi.
Ed è proprio qui che sta avvenendo il cambiamento più significativo. La risposta degli investitori sta diventando sempre più semplice: se volete altro capitale, dovete pagarlo di più.
A questo punto, il vero problema non è lo shock: è la vulnerabilità. Il ritorno delle pressioni energetiche riaccende il rischio di inflazione e rende più difficile alle banche centrali abbassare i tassi. Ma petrolio, guerra, Fed e nuove emissioni sono probabilmente catalizzatori, non la causa profonda del problema. La vulnerabilità si è palesata dopo la crisi del 2007-2008 e quella del Covid.
Ecco allora emergere l’orizzonte strategico del blocco anti-occidentale rappresentato da SCO, Brics e compagnia, sotto la guida della Penelope di Pechino che tesse la tela da Mosca a Teheran e fino a Pyongyang.
Nei Paesi alle prese con mastodontici debiti pubblici, come gli USA, il Giappone, la Francia e l’Italia, il margine di errore della politica fiscale diventa sempre più piccolo.
I programmi economici e di stabilizzazione finanziaria saranno quindi al centro delle incombenti scadenze elettorali che questi Paesi si apprestano ad affrontare e diventeranno il banco di prova della loro tenuta politica.
Nello scontro geopolitico in atto, questa vulnerabilità rappresenta un’occasione importante, e forse irripetibile, per soffiare sul fuoco dell’incendio di cui sopra, esercitando un’influenza destabilizzante sulla politica polarizzata di società e sistemi economici alle prese con la difesa di valori come la libertà di mercato e con la narrazione anti-occidentale dei sempreverdi complotti pluto-giudaico-massonici.
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