

Il via libera del nostro Senato al disegno di legge sull’antisemitismo, del 4 marzo scorso, ha riacceso un dibattito che in Italia, come in gran parte d’Europa, è tutt’altro che marginale. Il provvedimento — che introduce nell’ordinamento italiano la definizione operativa di antisemitismo adottata nel 2016 dall’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto e istituisce un Coordinatore nazionale presso la Presidenza del Consiglio — non prevede sanzioni penali e tuttavia ha suscitato polemiche accese.
Da una parte c’è chi teme che la definizione possa trasformarsi in uno strumento per limitare la critica alle politiche dello Stato di Israele, soprattutto nel contesto della guerra a Gaza. Dall’altra c’è chi considera il provvedimento un argine necessario di fronte alla ricomparsa, in Europa e in Italia, di vecchi e nuovi linguaggi dell’odio antiebraico.
È bene dirlo con chiarezza: la critica a Israele è legittima, come lo è quella rivolta a qualsiasi altro Stato. Nelle democrazie discutere e contestare le scelte dei governi è non solo possibile ma necessario.
Il problema nasce quando la critica politica scivola in registri più antichi e più oscuri: stereotipi sugli ebrei, teorie del complotto, allusioni a un presunto potere occulto globale. In quei casi non siamo più nel terreno della critica politica, ma in quello di una tradizione di ostilità che attraversa la storia europea da secoli.
Alla luce di questo passato, negare che la “legittima critica a Israele” possa essere la copertura civile per ben altro significa vivere su un altro pianeta.

È qui che il dibattito pubblico mostra una contraddizione curiosa. Molti degli stessi ambienti culturali che denunciano — spesso a ragione — le ipocrisie dell’Occidente e i suoi doppi standard nella politica internazionale sembrano talvolta adottare criteri assai più indulgenti quando si tratta di riconoscere l’antisemitismo.
L’accusa è che l’Europa strumentalizzi la memoria dell’antisemitismo per proteggere Israele dalle critiche. Ma proprio questa denuncia rischia di produrre un effetto paradossale: la storia dell’antisemitismo europeo finisce per essere relativizzata o trattata come un argomento retorico tra gli altri.
Insomma, chi è sempre pronto a scattare quando si tratta di fare le pulci all’Occidente e all’Europa — denunciando le nefandezze storiche celate dietro la facciata di una civiltà che pretenderebbe ancora oggi di presentarsi come “faro morale del mondo” — tende a mordere il freno proprio su uno dei prodotti più genuini e vergognosi di questa oscura biografia.
Sempre più spesso si afferma che, in fondo, l’antisemitismo non sarebbe che una delle tante forme di razzismo, magari da mettere nello stesso calderone dell’islamofobia o della russofobia.
Eppure un’autocritica occidentale onesta dovrebbe partire proprio da lì. L’antisemitismo non è un incidente marginale della storia europea. È una delle sue costanti più inquietanti.
Per secoli ha assunto forme diverse: prima religiose, nell’antigiudaismo teologico di matrice cristiana; poi razziali e pseudoscientifiche tra Ottocento e Novecento, fino alla radicalizzazione “biologica” del nazismo; oggi riemerge spesso in forme politiche e complottiste, comunque sempre presenti nelle precedenti edizioni.
Per tacere delle responsabilità di certa filosofia moderna, su cui non possiamo qui dilungarci.
Come dovremmo aver imparato tutti a scuola, quindi, la tragedia della Shoah non è nata nel vuoto, ma all’interno di questa lunga genealogia culturale che mescola elementi eterogenei.
Per questo la maggior parte degli studiosi — se non prendo errore — sostiene che l’antisemitismo non possa essere semplicemente assimilato alla categoria generale del razzismo. Certamente ne fa parte, ma ne eccede i confini: è il razzismo, semmai, ad essere un ingrediente dell’antisemitismo.
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A differenza di molte altre forme di razzismo, l’antisemitismo non si limita a descrivere gli ebrei come inferiori: spesso li immagina come potenti, manipolatori, onnipresenti, responsabili di complotti globali.
Non è un caso che nel Novecento, come accennato, l’antisemitismo nazista abbia fuso razzismo biologico e immaginario complottista, descrivendo gli ebrei al tempo stesso come una razza da eliminare e come burattinai di una presunta cospirazione mondiale.
È una struttura mentale che combina disprezzo e paranoia, inferiorizzazione e paura.
Anche il nazismo collocò l’antisemitismo dentro una teoria generale delle razze. Ma allo stesso tempo gli attribuì uno statuto speciale: gli ebrei non erano semplicemente una razza inferiore tra le altre, bensì il nemico assoluto, “metafisico”, la forza che avrebbe corrotto dall’interno tutte le civiltà.
Proprio questa centralità mostra quanto l’antisemitismo sia difficile da ridurre alla sola categoria del razzismo. Appartiene certamente alla famiglia dei razzismi, ma non vi si lascia interamente assorbire.
Riconoscere questa specificità e trarne delle conseguenze anche dal punto di vista legislativo — poi si può discutere nel merito il provvedimento, come è logico che sia — non significa sottrarre Israele alla critica politica.
Significa piuttosto ricordare che l’Europa porta sulle spalle una storia particolare e che proprio da quella storia nasce una responsabilità culturale specifica.
Gli strumenti per riconoscere l’antisemitismo — e per combatterlo — non sono stati imposti dall’esterno: sono il frutto della stessa tradizione autocritica occidentale che, dopo il Novecento, ha interrogato se stessa sui propri abissi.
Per questo chi vuole condurre in buona fede una discussione sul disegno di legge dovrebbe forse uscire da una contrapposizione troppo semplice tra censura e libertà di critica.
Il punto non è blindare Israele da ogni contestazione né usare l’antisemitismo come arma retorica nel conflitto politico, ma non dimenticare che l’antisemitismo è una delle forme più persistenti e mutanti dell’odio europeo.
E proprio per questo non può essere trattato con leggerezza né relativizzato in nome di altre polemiche.
In un continente che per secoli ha prodotto questa ossessione, riconoscerla quando riappare — anche sotto nuove forme — non è un esercizio di opportunità politica, bensì un elementare esercizio di memoria storica.
Sulla base di quanto detto fin qui, mi pare curioso che certi fustigatori dell’Occidente vogliano avere un approccio morale a maglie larghe nei confronti dell’antisemitismo.
Molto curioso.

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