di Michele Magno
Il criminale, il soldato, il terrorista: tutti e tre infrangono il quinto comandamento (“Non uccidere”), ma con motivazioni assai diverse. Il primo può uccidere per un interesse economico, come in una rapina, o per un impulso emotivo, come la gelosia. Il secondo non solo può, ma deve uccidere per difendere se stesso e sconfiggere il nemico (in senso lato, ciò vale anche per gli agenti pubblici che detengono il monopolio legale della forza). Il terzo si trova in una posizione ambigua: per il potere statale, a cui si contrappone, è un criminale, ma dal criminale si differenzia perché uccide non per motivi personali, bensì per convincimenti politici o religiosi. Ciò spiega le difficoltà incontrate dai tentativi di formulare una univoca definizione giuridica del terrorismo.
E’ allora opportuno chiarire un punto. Il termine terrorismo deriva dal latino “terrere” (atterrire). E non riguarda i fini, ma i mezzi.L’attacco a una unità militare è guerriglia, una bomba in un teatro è terrorismo. E’ evidente che sono azioni diverse, anche se compiute dagli stessi soggetti. Diverse politicamente e moralmente.
Il terrorista agisce per lo più in nome di un credo per il quale è pronto a sacrificare la vita propria e altrui. Qui sorge una questione importante per la comprensione della sua mentalità. Per il terrorista che opera all’interno di un determinato ordinamento statualel’omicidio, ai suoi occhi, è giustificato dalla nobiltà degli ideali che egli persegue. Inoltre, per lui è fondamentale la punizione dei rappresentanti del sistema che vuole colpire, anche se le vittime delle sue azioni possono essere degli innocenti, estranei all’obiettivo immediato dell’atto terroristico. Se il terrorista è un credente, violando il quinto comandamento egli sa di peccare. Se è ateo, e riconosce il divieto di uccidere come norma civile, l’omicidio per lui è una misura estrema giustificata da uno scopo più alto; e quindi considera la morte – sua e degli altri – un costo eventuale ma necessario, compresi i “danni umani” collaterali che può provocare.
Diverso, molto diverso, è invece il caso del terrorista che non appartiene alla civiltà che vuole distruggere per affermare la propria, a suo giudizio superiore e, anzi, l’unica giusta. E’ il caso del terrorismo islamico, distinto dal terrorismo rivoluzionario ottocentesco e novecentesco, anche se formalmente non mancano elementi comuni come il cupo fanatismo e lo spirito totalitario. Andando al lontano passato, possiamo trovarne qualche traccia nella monarcomachia e nel tirannicidio del Cinque-Seicento, come nella setta degli Assassini dell’età medievale, paladina della sottomissione assoluta dei fedeli (e degli infedeli) all’autorità di Maometto.
Hamas, Hezbollah, le formazioni jihadiste disseminate in Africa e Asia, sono tutte avamposti di un terrorismo “al servizio di Dio”; e i suoi adepti, spesso votati alla morte nel compimento dell’attentato, hanno la certezza di ricevere una cospicuaricompensa ultraterrena. Pertanto, il loro nemico non è un particolare regime, ma la civiltà occidentale in quanto tale. La strage efferata deve perciò scuotere l’opinione pubblica col suo orrendo effetto spettacolare. Gli ambienti affollati diventano quindi il suo bersaglio privilegiato. E la rete mediatica globalizzata offre condizioni straordinarie che mancavano al terrorismo tradizionale. La posta in gioco non è più questo o quel sistema di potere nazionale, ma tutto uno sviluppo storico (la modernità) e il suo pilastro (l’occidente).
Se nel mirino del terrorismo c’è l’intera civiltà occidentale, cristiana e laica, anche se si esita a definirla “guerra di religione”, siamo comunque di fronte a un conflitto condotto sì da una parte minoritaria -estremista e radicale- del mondo musulmano, ma la cui maggioranza resta spettatrice passiva, mentre solo una minoranza esigua lo depreca formalmente. Quando sente la “chiamata” -interiore o proveniente da un comando operativo- e si fa esplodere, il terrorista islamico vive il suo gesto suicida come una specie di martirio che sarà premiato lautamente nella vita ultraterrena.
La fede religiosa dà a questo martire-assassino una determinazione che nessuna ideologia può dare. Si tratta di una disponibilità assoluta al sacrificio di se stesso che non può essere spiegata ricorrendo a fattori sociali o psicologici (povertà, disagio mentale). Non capiremmo un fenomeno che ha ragioni profonde di ordine spirituale e storiche: il risentimento di una civiltà ricca di antichi splendori verso il Grande Satana americano, superbo nel suo trionfo tecnologico, culturale e civile.
A suo modo, il terrorismo che si richiama ad Allah ha una logica rigorosa, fondata su un fede inappellabile e sulla prospettiva di un islam universale: se “Dio è morto” in occidente, altrove è ben vivo. Sta qui l’aspetto più inquietante dei massacri dell’ultimo ventennio, quello che va dall’attacco alle Torri Gemelle (11 settembre 2001) alla mattanza nei villaggi israeliani del 7 ottobre scorso. Essi costituiscono una sfida a un concetto di umanità, il nostro, che ha certo i suoi lati oscuri ed è attraversato da interne tendenze disgregatrici, ma che legittimamente resiste ai vecchi e nuovi totalitarismi.
Pubblicato su Il Foglio, 8 gennaio 2024
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