


Dalla critica postmoderna dell’universalismo alla guerra cognitiva: il relativismo epistemologico, la controcultura antiautoritaria e gli algoritmi digitali hanno preparato il terreno al populismo epistemico e alla propaganda russa, che non mira a imporre una verità, ma a distruggere la possibilità stessa di distinguere il vero dal falso.
Inviato a Teheran dal Corriere della Sera durante la rivoluzione iraniana del 1979, Michel Foucault rimase affascinato da quella che definì una nuova forma di “spiritualità politica”. Quando gli venne contestato il suo atteggiamento indulgente verso un movimento che stava rapidamente assumendo i tratti di una teocrazia autoritaria, egli rispose:
«Essi non hanno un regime di verità equivalente al nostro che, d’altro canto, è del tutto particolare anche se è diventato quasi universale.»
Questa affermazione del filosofo francese presenta una sorprendente affinità con una delle tesi centrali di Aleksandr Dugin, teorico del neo-eurasiatismo e fra i principali riferimenti ideologici dell’imperialismo russo contemporaneo. Dugin sostiene infatti che non esiste una civiltà universale, ma una pluralità di civiltà, ciascuna portatrice di una propria verità, di un proprio sistema di valori e di un proprio destino storico. Di conseguenza, i diritti umani, la democrazia liberale e la razionalità illuminista non rappresenterebbero conquiste universali dell’umanità, bensì l’espressione storicamente contingente della civiltà occidentale, che pretenderebbe illegittimamente di universalizzare i propri valori.
È una convergenza tanto sorprendente quanto inquietante. Foucault, fra i massimi esponenti del postmodernismo, intendeva decostruire i dispositivi del potere per aprire nuovi spazi di emancipazione; Dugin utilizza una critica analoga dell’universalismo per legittimare un progetto tradizionalista, autoritario e neo-imperiale. Le finalità sono opposte, ma sul piano epistemologico emerge una significativa convergenza: entrambi mettono radicalmente in discussione l’esistenza di criteri universali di validità politica e morale indipendenti dalle diverse tradizioni culturali.
Osserva Maurizio Ferraris, con riferimento alla corrente filosofica di cui Foucault fu uno dei massimi rappresentanti:
«Curiosamente, la “scuola del sospetto”, l’idea che si debba dubitare di tutto, nasce come un esercizio critico, ma può avere esiti a dir poco dogmatici, perché ci insegna a dubitare non solo delle menzogne, ma anche delle verità, rendendo con questo un eccellente servizio al falso, che viene posto sullo stesso piano del vero. Questo principio, che se applicato alla scienza rende indistinguibile un medico da uno sciamano e un astronomo da un astrologo, risulta particolarmente drammatico nel caso della storia, perché fa calare un condono tombale sulle peggiori tragedie dell’umanità.»
È da qui che accadono incidenti ideologici come l’incontro fra Foucault e Dugin ed è su questa crisi dell’universalismo che il rossobrunismo contemporaneo e la propaganda del Cremlino hanno costruito una parte significativa della propria legittimazione ideologica. La loro strategia non consiste nel dimostrare la superiorità del modello russo, ma nel negare che possa esistere un criterio universale in base al quale giudicarlo. Una volta dissolta la distinzione fra valori universali e tradizioni particolari, anche l’aggressione a uno Stato sovrano, la repressione del dissenso o la negazione dei diritti fondamentali cessano di apparire come violazioni di principi universali e diventano semplicemente espressioni di una diversa civiltà.
Non si sarà mai abbastanza critici verso quella stagione del pensiero francese che, nel decostruire l’universalismo illuminista, ha reso più fragile la possibilità stessa di difendere i valori universali contro il dispotismo e ha nobilitato la deriva dell’antiautoritarismo sessantottino nel relativismo radicale ed antioccidentale del quale siamo spettatori.
Dalla controcultura alla disinformazione
La diffidenza verso la competenza ha una lunga storia e ha rappresentato un elemento ricorrente della controcultura occidentale del secondo Novecento. Il rifiuto delle autorità tradizionali – scuola, università, Stato, famiglia – costituiva una reazione nei confronti di istituzioni percepite come oppressive, burocratiche o autoritarie. In quel contesto storico, mettere in discussione il sapere costituito significava spesso rivendicare autonomia e libertà. Scriveva Giovanni Jervis, che a quella stagione ha fornito un contributo sostanziale, che:
“Il dibattito, rifiutando il valore di prove e controlli, rinviava solo all’opinione personale, alla soggettività più o meno attendibile di qualcuno. E allora accade, inevitabilmente, che qualcuno risulti più dotato di carisma di qualcun altro, e finisca per essere più ascoltato. In pratica, non è vero che tutti i pareri siano ugualmente autorevoli: a qualche individuo più che ad altri – abbiamo tutti bisogno di padri, diceva Freud – viene attribuita una dose insolita di saggezza. In questo modo, rifiutando gli esperti ci si ritrova fra le braccia dei santoni”.
Va da sé che la sostituzione degli “esperti” con i “santoni” non rappresenta alcun problema per lo scettico postmoderno. Con il motto “Everything goes” (“tutto va bene”), infatti, l’epistemologo austriaco Paul Feyerabend aveva già inaugurato l’anarchismo metodologico (che si potrebbe meglio definire “dadaismo”, come lo stesso Feyerabend ha ammesso in più occasioni). Feyerabend negava qualunque valore al metodo scientifico e proponeva un programma inequivocabile:
“Bisogna lasciare spazio a tradizioni in contrasto con la scienza e con il razionalismo. Si tenterà dunque di minare con tutti i mezzi disponibili il potere della scienza e del razionalismo”.
Ci troviamo all’esatto ribaltamento di quanto scriveva Kant sull’oppressione dell’ignoranza e sul potere di liberazione del sapere. Il sapere è diventato un potere oppressivo e l’ignoranza una forza liberatoria. Feyerabend trovava disdicevole che:
“[…] benché un americano possa scegliere oggi la religione che preferisce, non gli è ancora permesso di chiedere che i suoi figli imparino a scuola la magia anziché la scienza. Esiste una separazione tra Stato e Chiesa e non esiste una separazione fra Stato e scienza”.
Feyerabend anticipa, in pratica, il populismo e la demagogia dell’“uno vale uno” nei cui cascami politici la contemporaneità si trova ad inciampare.
È in questo terreno culturale ostile alla razionalità occidentale che si sviluppa quello che Charlotte Ward e David Voas hanno definito conspirituality, l’inedita fusione fra spiritualità New Age e teorie della cospirazione. Movimenti che predicavano l’armonia universale, la crescita personale, la medicina alternativa e la ricerca interiore iniziano progressivamente a condividere il medesimo universo simbolico dei complottisti: sfiducia nella scienza, rifiuto delle istituzioni, diffidenza verso i media, convinzione che dietro gli eventi storici agiscano oscure élite globali.
La pandemia ha reso questo fenomeno evidente. Ambienti dediti all’esoterismo, all’omeopatia, alle pratiche olistiche e alla spiritualità alternativa si sono trovati improvvisamente a condividere contenuti, linguaggi e piattaforme con movimenti no-vax, gruppi dell’estrema destra e – come vedremo, non sorprendentemente – propagandisti filorussi.
Internet e i social network hanno moltiplicato enormemente questo processo. Le piattaforme digitali hanno democratizzato l’accesso all’informazione, ma hanno contemporaneamente eliminato molti dei filtri che, pur con tutti i loro limiti, consentivano di distinguere tra informazione verificata, opinione e propaganda. L’algoritmo non premia la veridicità, ma la capacità di generare coinvolgimento. In un simile ambiente comunicativo, una narrazione emotivamente potente possiede spesso un vantaggio competitivo rispetto a una spiegazione accurata ma complessa.
È in questo ecosistema che la disinformazione contemporanea trova il proprio terreno ideale. Essa non crea dal nulla la sfiducia verso gli esperti: la intercetta, la amplifica e la organizza strategicamente. La controcultura antiautoritaria, il relativismo epistemologico, la conspiritualità e l’architettura comunicativa dei social network finiscono così per convergere in un ambiente nel quale la propaganda non ha più bisogno di apparire vera. Le basta alimentare il sospetto che nessuno possa più distinguere con certezza il vero dal falso.
Dalla crisi epistemica alla guerra cognitiva
Per lungo tempo la propaganda consisteva nel convincere le persone della verità di una determinata tesi. Il modello classico prevedeva un emittente, un messaggio e un destinatario da persuadere. Oggi questo paradigma appare in larga misura superato.
Le moderne campagne di influenza non cercano principalmente di sostituire una verità con un’altra. Il loro obiettivo è molto più radicale: demolire la fiducia nelle procedure attraverso cui una società distingue il vero dal falso. Non costruiscono una narrazione alternativa; fanno in modo che tutte le narrazioni appaiano equivalenti, pertanto tutte opinabili o, comunque, dubbie.
Questa strategia corrisponde a ciò che la RAND Corporation ha definito il modello della Firehose of Falsehood (“idrante della falsità”). La propaganda russa inonda lo spazio pubblico con una quantità enorme di informazioni, mezze verità, falsificazioni e versioni reciprocamente contraddittorie degli stessi eventi. La coerenza, quindi, non è un requisito, ma si fa anzi della contraddizione uno strumento deliberato.
Questo perché lo scopo non è persuadere il pubblico della verità di una determinata ricostruzione, ma convincerlo che nessuna ricostruzione possa essere realmente verificata. Non esiste neppure più un un emittente, un messaggio e un destinatario. Esiste un processo sistemico autogenerativo di ecosistemi digitali affollati di bot e che si muovono come sciami digitali che rendono gli utenti stessi propagatori di disinformazione.
Il successo della propaganda, in altri termini, non si misura dal numero di persone che credono alla versione del Cremlino, bensì dal numero di persone che smettono di credere a qualunque fonte. Una popolazione convinta che «tutti mentano» diventa infatti molto più vulnerabile di una popolazione semplicemente male informata. Quando ogni fatto appare come una semplice narrazione e ogni narrazione come propaganda, la distinzione stessa fra conoscenza e manipolazione si dissolve. È precisamente questo l’obiettivo della guerra cognitiva contemporanea.
In definitiva, la strategia comunicativa del Cremlino durante la guerra contro l’Ucraina rappresenta l’esempio più evidente di come si possa sfruttare la sfiducia. Lo scopo non è convincere l’opinione pubblica occidentale che la versione russa dei fatti sia vera. Quello è importante in Russia, non fuori. In Occidente è sufficiente far passare l’idea che tutte le versioni siano ugualmente sospette: quella del Cremlino, quella dell’Unione Europea, quella delle Nazioni Unite, quella dei media indipendenti.
Si comprende allora perché gli stessi ecosistemi informativi che durante la pandemia diffondevano sfiducia nei confronti della comunità scientifica abbiano rapidamente assunto posizioni filorusse. Benché il tema sia diverso, l’architettura cognitiva che permise lo scetticismo verso la medicina ufficiale è la stessa e, anzi, è quella sulla quale è stato possibile erigere l’edificio della diffidenza nei confronti delle liberal-democrazie occidentali.
È qui l’anello di congiunzione fra relativismo filosofico, cultura del sospetto e propaganda. Non sorprende, quindi, che reti di intelligence di vari paesi abbiano avuto un peso nella diffusione delle teorie della cospirazione più recenti.
La guerra cognitiva, in altri termini, non modifica soltanto le opinioni. Modifica il rapporto che gli individui intrattengono con le fonti della conoscenza, indebolire la fiducia nelle istituzioni che producono conoscenza: università, comunità scientifica, giornalismo professionale, magistratura, organismi internazionali. Una volta incrinata questa fiducia, diventa molto più semplice sostituire il criterio della verifica con quello dell’appartenenza.
È un processo graduale. Prima si insinua il dubbio verso le fonti istituzionali. Successivamente si attribuisce maggiore credibilità alle fonti cosiddette “alternative”, proprio perché marginali o perseguitate. Infine si giunge alla convinzione che tutte le fonti mentano e che l’unico criterio possibile sia l’identità: ci si fida di chi appartiene al proprio gruppo e si diffida sistematicamente di chiunque venga percepito come parte del “sistema”.
Non è cambiata semplicemente un’opinione. È cambiato il modo stesso in cui le opinioni vengono formate.
Il risultato finale è ciò che potremmo definire populismo epistemico. La verifica empirica lascia il posto al tribalismo digitale; l’argomentazione viene sostituita dalla testimonianza; il metodo scientifico dalla viralità. È in questo ambiente culturale che prosperano le strategie di influenza delle autocrazie. Questo è il problema primario della contemporaneità, perché una democrazia liberale può sopravvivere al dissenso, ma difficilmente può sopravvivere alla dissoluzione dei criteri condivisi che permettono di distinguere i fatti dalle narrazioni.
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Bisogna dire anche però che coloro che diffidano sistematicamente di chiunque venga percepito come parte del “sistema”, in realtà molte volte erano già prevenuti prima verso le fonti ufficiali in base alla materia interessata.
Poi dall’altro lato la diffidenza e lo scetticismo verso le istituzioni politiche e scientifiche sono cresciuti anche per colpa di un eccessivo ottimismo e di una conveniente approssimazione al momento di vari politici ed esperti scientifici verso certi temi trattati, che hanno dato un senso di illusione iniziale per poi tramutarsi in uno di tradimento e frustrazione a coloro che si aspettavano rassicurazioni.
Non bisogna per forza dire che tutto andrà bene e che la soluzione adottata è ottimale nel senso assoluto senza possibilità di smentita (per esempio sui vaccini contro il Covid, che avrebbero impedito completamente di contrarre la malattia, come sostenuto e ripetuto da certe varie autorità accennate sopra).
Dovrebbe essere necessario invece adottare un approccio più cauto cercando di dare delle spiegazioni chiare e senza ambiguità quando possibile e soprattutto non avere paura di dire la verità su certe questioni delicate, perché l’illusione e le successive reazioni fanno sempre danni peggiori, come si è potuto verificare.