
Leggendo l’intervista di Liliana Segre al Corriere della Sera, la prima parola che viene in mente è coraggio: quello di toccare senza reticenze un argomento travolto dalla semplificazione, al centro di tutto il dibattito che ha accompagnato la tragedia di Gaza:” Israele ha commesso un genocidio”, gridano in molte piazze occidentali sventolando le bandiere della Palestina e qualche volta quelle di Hamas.
“Israele è accusato di genocidio” sentenziano i tribunali internazionali con il plauso prima di tutto dell’Iran e poi di alcuni governi e di molti partiti che si definiscono pacifisti.
Liliana Segre spiega esattamente cosa significhi la parola” genocidio” e ancor più esattamente ciò di cui è legittimo accusare il governo israeliano: di “crimini di guerra” come del resto Hamas e la Jihad islamica. Gli elementi che definiscono quello che deve essere chiamato “genocidio” non sono presenti nella guerra di Gaza.
Le parole contano.
Il suo intervento diventa ancora più coraggioso quando finalmente denuncia la propensione dei tanti che si definiscono difensori dei diritti dei palestinesi ad usare quella parola “malata” per poter poi accusare Israele e gli ebrei da vittime di essere diventati carnefici facendo ai palestinesi quello che nel secolo scorso fu fatto a loro.
Quindi non solo Israele ma tutti gli ebrei, anche quelli che vivono altrove, spesso molto critici della politica d Netanyahu, diventano oggetto di attacchi sempre più violenti e guai a parlare di antisemitismo: il pacifista puro rifiuta di essere chiamato antisemita, perché si sente dalla parte del giusto e ha trovato nelle sue granitiche certezze la sostanza della propria superiorità morale.
La complessità viene cancellata dalla semplificazione di uno slogan e l’odio contro Israele e gli ebrei travolge i fatti: Israele circondato da nemici che ne vogliono la totale scomparsa dalla mappa del Medioriente, quello che è successo il 7 ottobre ormai dimenticato, gli ostaggi ancora prigionieri, l’ uso spregiudicato che Hamas ha fatto della popolazione civile di Gaza rendendo quella terra un avamposto militare della propria attività terroristica.
Viene oscurata la storia complessa di quella parte del mondo nel quale si intrecciano interessi ben più oscuri di quello che può apparire e soprattutto si costringe al silenzio una volta per tutti chi vuole fare della memoria dell’Olocausto un pilastro della coscienza contemporanea in modo che il ricordo dell’orrore di quel genocidio sia di monito affinché non si ripeta. Lei, appunto.
Liliana Segre che ha dedicato la sua vita al racconto di quell’immane tragedia e oggi subisce costantemente minacce in quanto ebrea e testimone della Shoah non ha potuto tacere, neanche questa volta, davanti al dolore che certamente ha provato nel sentirsi accusata di essere parte di coloro che vengono considerati nemici dell’Occidente, della pace o peggio, complici di un dramma come quello che vive la popolazione civile palestinese.
Sono state parole che avremmo voluto leggere più spesso se la maggioranza dei media non avesse deciso di farsi portavoce di Hamas non solo nei numeri.
Ma il coraggio, si sa, è una dote rara, sempre più rara in un’epoca nella quale la ricerca del consenso nei social vince persino sulla Storia, sulla verità dei fatti e sul reale significato di una parola.
Grazie Liliana
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