Ripresa ed aggiornamento del precedente articolo “Il fine giustifica i mezzi o dipende dal Conto(e) finale?”
Dopo i feroci dibattiti e le discussioni sul come si dovessero leggere i risultati della Sardegna e sul tipo di influenza che avrebbero potuto avere nelle politiche e nelle azioni dei partiti nel breve termine, avevo espresso la personale opinione che l’unica analisi possibile rientrasse nella definizione di “caos applicato”.
Quanto successo nelle settimane seguenti sia nella maggioranza che nell’opposizione ritengo che mi abbia dato perfettamente ragione.
La vittoria molto di Pirro della sinistra è rimasta quella, una vittoria molto di Pirro senza alcuna valenza politica, di programma o anche solo di ipotesi di lavoro. Il movimento che di fatto dirigerà la Sardegna continua a scivolare in basso nei voti, e malgrado quanto alcuni lettori ipotizzavano, ovvero un effetto travaso lento dal M5S al Partito Democratico, di questo come previsto non c’è praticamente traccia, mentre continua inesorabile a crescere il numero dei non votanti.
E le europee incombono
La linea politica fino ad oggi portata avanti dai due leader affratellati si rivela il boomerang temuto, gli obiettivi si sono persi nel vuoto e la percorribilità dissolta nel nulla.
Il punto focale se si vuole tentare di superare la destra, che malgrado tutte le imperfezioni, errori, teatrini e chi più ne ha più ne metta fa riferimento ad un bacino di voti più costante nel tempo riuscendo a far eleggere in Abruzzo una figura molto discussa al suo stesso interno con un vantaggio vero (non poche centinaia di voti) appare sempre più quello legato al riportare al voto chi ha smesso di farlo per schifo profondo.
In una delle mie molte vite, all’interno di una multinazionale americana, il responsabile commerciale diceva che il modo migliore per aumentare vendite e profitti NON è quello di continuare ad aumentare il numero di fette della torta, ma aumentare le dimensioni della stessa. La politica fallimentare dell’attuale dirigenza dei Democratici, per continuare la metafora, sembra che la stia ancora cercando la torta, annaspando e brancolando nel buio nella speranza di agganciare per la giacchetta qualche veterocomunista meno vetero della banda dei fossili di Santoro, un rossobruno orfano, un pacifinto ideologico per poter affermare poi “ehi, avete visto? la mia politica paga, siamo la vera alternativa a questa destra”.
Sostengo da mesi la posizione che questa politica non è alternativa a nulla, nel regno della dialettica creativa cioèiana della segretaria è evidente come il concetto di alternativa e quello di contro tendano a sovrapporsi, generando un corto circuito mentale e strategico che partorisce posizioni e mosse che non sfigurerebbero per nulla all’interno di un film di Mel Brooks per totale demenzialità.
E le europee incombono, senza che si intraveda nemmeno lontanamente un qualche sussulto di vita in quello che da Campolargo è diventato quello che si immaginava dall’inizio, un bel Camposanto
Dopo settimane non solo non si vede alcuna traccia concreta di un programma o di un progetto politico che abbia senso (uno qualunque), ma siamo addirittura al passo del gambero, con l’abbandono finale dell’ambiguità relativamente all’invasione in Ukraina per abbracciare quella Pacieh che di fatto ci riporterebbe a Danzica (e sappiamo bene dopo cosa è successo) sempre in una folle rincorsa a non si sa che cosa
Se io fossi un pacifinto, domanda stupida ma evidentemente oltre le capacità attuali della dirigenza, voterei per l’ultimo arrivato sul carrozzone o sui rossobruni di prima generazione? E se invece fossi un elettore di sinistra contro la pacieh ad ogni costo (altrui aggiungerei) dovrei a questo punto continuare a votare il mio partito di riferimento divenuto del tutto inindentificabile politicamente ed incomprensibilmente parlando?
E non parliamo poi della trappola del transfemminismo come ampiamente illustrato da Alessandra Libutti, della Fu-causa palestinese divenuta una orrenda caricatura horror dell’istanza originale, e di tutti gli altri capisaldi etici e morali che erano una volta l’elemento distintivo fra sinistra e destra attravero il loro ordine ideologico di importanza.
Concludendo, se oggi chiedo ad un elettore di destra quali possano essere i suoi, almeno lui ha sempre gli stessi tre (da più di un secolo) e “bona lè” (bolognese)
Se lo chiedo ad un elettore di sinistra, superato il momento di smarrimento, ripresosi dal vuoto in cui gli era caduto lo sguardo, sarà lui in grado di rispondermi senza prima recuperare la tavola Pantone per definire i colori giusti del foglio vuoto che ha davanti?
“Continuiamo così, facciamoci del male” (cit)
Leggi anche:
Quando il vecchio femminismo fu messo in cantina per fare spazio al narcisismo morale
Scopri di più da InOltre
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Articolo ineccepibile, caro Analiticamente.
Aggiungo solo che in Sardegna la destra ha perso con un harakiri clamoroso, candidando il sindaco di Cagliari dove ha preso forse un terzo dei voti.
Avesse candidato Paperino, avrebbero stravinto nonostante la precedente gestione disastrosa (forse la peggiore degli ultimi decenni), e questo la dice tutta su chi regga le fila a sinistra come a destra.
In tutto ciò, ancora fatica a nascere un vero partito liberale, separato dai due schieramenti, con una dirigenza che non sia espressione del minileader di turno.
Riccardo