


Prima parte del ritratto firmato da Nathan Greppi sulla parabola pubblica di Anna Foa: dalla consacrazione mediatica come voce critica dell’ebraismo italiano alle contraddizioni emerse nelle sue posizioni su Israele, tra boicottaggio, accusa di genocidio, apartheid e antisemitismo. Un caso che racconta anche un conformismo intellettuale che paga, perché esporsi contro lo Stato ebraico garantisce visibilità, legittimazione e accesso privilegiato ai salotti della buona società.
Da quando è diventata un personaggio pubblico per le sue posizioni assai critiche verso Israele, specialmente dopo che il suo libro del 2024 “Il suicidio di Israele” ha vinto il Premio Strega, la storica Anna Foa è stata spesso presentata come una “vittima” del presunto ostracismo da parte della comunità ebraica italiana, soprattutto da intellettuali di sinistra come Gad Lerner.
Per difenderla, tra l’altro, in un articolo su “Il Manifesto” Lerner ha tirato in ballo il fatto che è la figlia di Vittorio Foa, membro di spicco della Resistenza e deputato dell’Assemblea costituente, il che nella sua visione sembrerebbe collocarla in una sorta di “aristocrazia” intoccabile.
Moralismo e voltafaccia
Peccato che la stessa Foa, in un editoriale apparso sulla rivista “Pagine Ebraiche” nel febbraio 2013, contestò la candidatura alle elezioni politiche con il Popolo della Libertà di Sharon Nizza, ebrea milanese emigrata in Israele.
Arrivò a dire che l’adesione della Nizza all’allora partito di Silvio Berlusconi “entra oggi in conflitto con i più profondi valori dell’ebraismo”, augurandosi “che Sharon Nizza si presenti, come è suo diritto, ma non, come vorrebbe, in quanto ebrea, perché ebrea”.
Questo atteggiamento riflette un problema più ampio: nonostante gli antisionisti, e più in generale gli oppositori d’Israele, siano una minoranza all’interno dell’ebraismo italiano, spesso approfittano della loro sovrarappresentazione mediatica per ergersi a giudici e stabilire chi sono gli ebrei “buoni”.
Questa ipocrisia si vede anche nel modo in cui la Foa ha trattato il tema del boicottaggio d’Israele: se nel 2024 si diceva contraria a boicottare le università israeliane, spiegando al quotidiano “Avvenire” che “è una cosa assolutamente assurda perché sono tra i settori più avanzati nell’opposizione al governo e a favore di uno Stato palestinese”, in un’intervista sul “Manifesto” del maggio 2026 ha invece difeso il boicottaggio, dichiarando che è “solo un piccolo esempio di cosa capita ai palestinesi”.
Se non che, appena un mese dopo, in un’editoriale su “La Stampa” ha contestato il boicottaggio da parte dei propal di Erri De Luca, del regista israeliano Nadav Lapid (espulso dalla giuria del Festival internazionale di Marsiglia) e dello scrittore Eshkol Nevo, del quale è stata chiesta l’esclusione dal festival pugliese Il Libro Possibile. In altre parole, la Foa ha denunciato un clima d’odio e di censura che lei stessa ha contribuito a creare.
Accuse di genocidio
Per essere più precisi, Anna Foa ha alimentato questo clima avallando l’accusa di genocidio. Tanto che, nel settembre 2025, in un articolo su “La Stampa” ha equiparato Netanyahu ai negazionisti della Shoah per aver negato che ci sia stato un genocidio a Gaza.
Ha minimizzato le accuse a Hamas di rubare gli aiuti umanitari a Gaza, oltre al fatto che l’IDF fa evacuare i civili prima di effettuare bombardamenti. La Foa sembrava ignorare che un mese prima, l’ONU ha ammesso che l’88% dei camion pieni di aiuti diretti a Gaza venivano dirottati prima di giungere a destinazione. Così come il fatto che anche un giornalista palestinese, Ayman Khaled, nel dicembre 2024 ha accusato Hamas di rubare gli aiuti.
Come per il boicottaggio, anche in questo caso la storica ha fatto un voltafaccia. Nel gennaio 2024, commentando su “Avvenire” la causa intentata dal Sudafrica contro Israele all’Aja con l’accusa di genocidio, ha scritto: “Non sono un giurista ma una storica. Dubito comunque che dal punto di vista strettamente giuridico l’etichetta di genocidio possa essere applicata a quanto avviene a Gaza”.
Nonostante ciò, affermava di sospettare “che nel corso di questi tre mesi l’intenzione di distruggere Hamas e liberare gli ostaggi si sia mutata, nel governo Netanyahu, in quella di sbarazzarsi attraverso l’espulsione di una larga parte dei palestinesi e di farla finita con l’idea stessa della creazione di uno Stato palestinese”.
Nel commentare la causa non ha tenuto conto delle posizioni terzomondiste e antioccidentali che alimentano l’ANC (African National Congress), il partito di governo sudafricano che ha portato avanti questa crociata giudiziaria contro Israele. Tanto che l’ex-Ministro degli Esteri sudafricano Naledi Pandor, in un discorso tenuto nel maggio 2024 in una moschea di Città del Capo, ha auspicato che se il processo contro lo Stato Ebraico presso la Corte Penale Internazionale avesse avuto successo, in seguito sarebbero stati portati all’Aja anche gli Stati Uniti.
Continua.
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Dubito che dal punto di vista strettamente giuridico l’etichetta di genocidio possa essere applicata a quanto avviene a Gaza – suppongo che la precisazione stia a significare che dal punto di vista morale invece… (oltretutto con quella donna a pensare male non si fa neppure peccato). Il problema è che poi il “Vedi, lo riconoscono perfino gli ebrei!” diventa un argomento probante.