


Schlein e Meloni evocano entrambe l’establishment come nemico oscuro delle rispettive ambizioni. Ma dietro le resistenze alla leadership del campo largo e all’elezione di un presidente della Repubblica di destra non ci sono complotti misteriosi: ci sono rapporti di forza, storia politica e regole democratiche.
Secondo Gustav Jung, le coincidenze non esistono. Sono eventi per i quali “la nostra conoscenza non ha spiegazioni causali da offrire”, ma non per questo sono prive di senso (La sincronicità, Bollati Boringhieri, 1980). Forse vale anche per la curiosa coincidenza che ha visto Elly Schlein e Giorgia Meloni riesumare, a sei giorni di distanza l’una dall’altra, un concetto centrale nel lessico populista: l’establishment.
È un termine che rappresenta la società come divisa in due grandi blocchi che si fronteggiano: da un lato l’élite, dall’altro il popolo. Da un lato la casta, dall’altro gli esclusi. Da un lato gli insider, dall’altro gli outsider. L’1 per cento contro il 99 per cento, insomma.
Una serie di definizioni dal contenuto diverso, le quali finiscono però per essere usate come monete convertibili ed equivalenti. Sarebbe facile replicare che la società di massa moderna è ben più complessa e articolata, e che dunque raffigurarla con un’immagine dicotomica è del tutto fuorviante.
Ma non si coglierebbe il punto, perché – come scriveva nel 1927 Carl Schmitt – “tutti i concetti, le espressioni e i termini politici hanno un senso polemico; essi hanno presente una conflittualità concreta, sono legati ad una situazione concreta, la cui conseguenza estrema è il raggruppamento in amico-nemico” (Le categorie del ‘politico’, il Mulino, 2014).
Non per caso, infatti, Schlein ha sostenuto che “c’è un pezzo di establishment che mal sopporta una leadership progressista a Palazzo Chigi. Io sconto anche il fatto di essere una donna, di stare con un’altra donna e di avere quarant’anni” (23 giugno). È così? La leadership del campo largo, o “Nuova alleanza per la Costituzione”, come recita il nome vintage suggerito da Giuseppe Conte, si può scegliere in tre modi: attribuendola al segretario del partito più votato della coalizione, con le primarie oppure accordandosi su un “Papa straniero”.
Ora, se c’è qualcuno insofferente alla leadership di Schlein, questo è proprio Conte, per l’ottima ragione che preferirebbe la sua. Difficile che abbia da eccepire sul suo genere, sulle sue preferenze sessuali e sulla sua gioventù. È che ha già frequentato Palazzo Chigi e gli è piaciuto molto.
Come ha osservato Alessandro Trocino (“Il cattivissimo establishment è contro di loro”, Rassegna del Corriere della Sera, 1 luglio), è invece più probabile che tra i dem ci sia qualche vecchio apparat?ik che indossa abiti paternalistici e fallocratici. Del resto, il nostro paese è quello che è: anziano, ancora gonfio di pregiudizi, ostile alla meritocrazia e refrattario alla parità di salario.
Però è difficile che, nella partita per la leadership, possano contare molto. A meno di non considerare establishment alcuni dirigenti, come Goffredo Bettini e Massimo D’Alema, difficilmente incasellabili in quelle categorie odiose.
Dunque, c’è l’establishment che “mal sopporta” la leadership di Schlein. Già si fa fatica a pronunciarlo, questo establishment, figuriamoci averlo contro. Quanto a identificarlo, non se ne parla nemmeno. È il bello della parola. Attribuisce a un nemico potentissimo e misterioso la capacità di mettere i bastoni tra le ruote a chiunque.
Dal canto suo, Giorgia Meloni, intervistata da Nicola Porro su Rete 4, si è lamentata del fatto che “per un certo establishment, l’eventualità di una persona di destra al Colle è terribile” (29 giugno). Porro: “Ma esiste questo establishment?”. Risposta: “Esiste. Lo percepisci, diciamo”. La premier ha ragione e, insieme, torto. Ha ragione se si riferisce al milieu ideologico ex comunista il quale – come Pier Luigi Bersani – considera inaccettabile che salga al Colle un uomo o una donna che non abbia con la Carta antifascista un “rapporto intimo”.
Infatti, è – o dovrebbe essere – noto a tutti che il primo presidente della neonata Repubblica fu Enrico De Nicola, studioso e politico di manifeste convinzioni monarchiche, ma allo stesso tempo di insospettabile lealtà istituzionale. Scelta davvero di non poco conto in un’Italia in cui il voto per la Repubblica non era stato affatto plebiscitario; e in cui, in un’intera e vasta parte del paese, il Mezzogiorno, la preferenza per Casa Savoia era stata nettissima, sicché la designazione di un monarchico meridionale a capo dello Stato poteva costituire, come fu, un motivo di distensione e un’efficace dimostrazione di spirito non partigiano nel cruciale passaggio di regime che si stava compiendo.
La premier ha invece torto quando attribuisce a quel “certo establishment” che non si vede ma “si percepisce” la responsabilità di aver impedito l’elezione di un presidente di destra. Parla, con ogni evidenza, della destra postfascista, missina e poi “fratellista”, in quanto diversi presidenti della Prima Repubblica avevano profili per niente di sinistra.
Semmai di centro, ma di un centrismo conservatore. Di sinistra erano Sandro Pertini e Giuseppe Saragat. Di sinistra era Giorgio Napolitano. Di centrosinistra era Carlo Azeglio Ciampi ed è Sergio Mattarella. Ma, a parte il liberale Luigi Einaudi, Giovanni Gronchi, Antonio Segni (votato anche dai missini), Giovanni Leone e, al di là della sua antipatia per Berlusconi, Oscar Luigi Scalfaro erano democristiani conservatori.
Il Msi di Almirante non era presente alla Costituente e non ebbe mai una consistenza e una legittimazione tale da renderlo “Quirinabile”. Così anche per la destra postmissina. In sostanza, quel “certo establishment” di cui parla Meloni sono gli italiani. Quelli che hanno votato dal 1948 a oggi i grandi elettori del presidente della Repubblica. Nessun complotto oscuro, si chiama democrazia.
Oggi, con la forza elettorale di FdI si potrebbe tranquillamente ipotizzare l’ascesa di un esponente della destra. Ricordando, però, che è previsto un quorum che richiede una maggioranza qualificata nelle prime tre votazioni, per il semplice motivo che il capo dello Stato è una figura di garanzia, che dovrebbe rappresentare il popolo italiano nella sua interezza.
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Brillante analisi del populismo complottista