


Dalla Brexit a Boris Johnson, fino ad Andy Burnham: il Regno Unito sembra aver dimenticato la lezione della politica-spettacolo. Oggi il leader diventa influencer, le promesse diventano contenuti e il feed conta più del governo. Cambiano gli attori, ma il copione è sempre lo stesso. E il finale lo conosciamo già.
Era cominciato tutto con l’apertura del circo della Brexit. Le luci, i fuochi d’artificio, gli illusionisti della sovranità, gli imbonitori dell’autobus rosso, i numeri di prestigio sulle miracolose ricchezze che sarebbero piovute chiudendo le porte all’Europa. Uno spettacolo costruito sull’iperrealtà e venduto come politica. Poi il pubblico uscì dal tendone e trovò il conto: isolamento diplomatico, code ai porti, imprese che facevano le valigie, un’economia costretta a pagare il prezzo di una fantasia.
Il circo Johnson
Su quel terreno germogliò Boris Johnson, che ebbe l’onestà – se così si può dire – di non limitare le proprie qualità circensi a una campagna referendaria, ma di usarle per trasformare l’intero Paese in un circo, con se stesso nel ruolo del clown: sospeso su una zip line con due bandierine, alla guida di una ruspa contro un muro di polistirolo per celebrare il “Get Brexit Done”, in tenuta da cuoco a servire una Brexit “oven ready”. Funzionò benissimo, finché il copione lo scrisse lui. Poi arrivò il Covid, che purtroppo non si lasciava convincere da una gag né spostare fuori campo. I morti erano reali e nessuno slogan riuscì a renderli negoziabili. Lo spettacolo si schiantò contro la realtà, trascinando con sé il suo protagonista.
Pane e circo
Ciò che restava del Partito Conservatore reagì con una mossa ritenuta d’astuzia: pane e circo. Di pane ce n’era poco, allora raddoppiò il circo. Trasformò la propria implosione in un talent show: The Weakest Link, per l’esattezza. Eliminazioni, colpi di scena, endorsement: il pubblico da salotto guardava i Tories giocarsi Downing Street dagli studi televisivi, come fosse il montepremi finale. L’Oscar per la migliore fiction andò a Liz Truss: un programma economico scritto apposta per tenere tutti incollati allo schermo fino all’applauso finale. Resse meno di una lattuga, dopo un’implosione – quella sì, del tutto reale – dei mercati. Il gran finale si svolse ai Comuni, in diretta: ministri che spingevano deputati verso la lobby, whip in lacrime, dimissioni smentite nel giro di ore, un governo che si sciolse mentre nessuno trovava più il telecomando.
Sei anni di acrobazie circensi, quattro primi ministri bruciati. Il conto della politica-spettacolo.
La noia come cura
Esausto, il Paese aveva scelto la calma e sì, anche la noia. Perché quando la politica non produce fuochi d’artificio, spesso significa semplicemente che le istituzioni stanno facendo il loro lavoro. Keir Starmer era prevedibile, metodico, allergico a qualunque cosa somigliasse a uno show. La sua apparente noia non era un difetto di fabbrica: era la terapia prescritta a un Paese che usciva da una sbornia decennale. Meno spettacolo, più amministrazione.
Ha funzionato, per un po’.
Poi la sobrietà ha ricominciato a essere descritta come debolezza. La competenza come mancanza di carisma. L’amministrazione come assenza di visione. In un’epoca dominata dagli algoritmi, governare senza produrre contenuti non era più la cura, ma un difetto. E così il Regno Unito è tornato esattamente al punto di partenza.
Il primo ministro TikTok
Per capire cosa stia accadendo basta osservare Andy Burnham. Non tanto le sue proposte quanto il metodo con cui vengono presentate:
Patatine al pub con John Healey. La pinta in mano. Burnham che fa il DJ. Burnham che beve. Burnham che balla. Burnham che ride. Burnham che brinda. Burnham che scherza. Burnham che abbraccia. Burnham che si fa i selfie. Burnham influencer. Una sequenza continua di clip costruite per occupare TikTok, Instagram e X. La politica trasformata in un feed infinito.
Nella politica tradizionale la comunicazione serve le proposte. Prima si decide cosa sia utile al Paese, poi come raccontarlo. Nella politica degli influencer accade l’opposto: sono le proposte a servire la comunicazione. Ogni idea nasce come contenuto e viene progettata per stupire, polarizzare e conquistare l’algoritmo.
Così arrivano promesse calibrate non sulla loro sostenibilità, ma sulla loro capacità di diventare virali: ridurre l’IVA nei pub, non tassare le pensioni statali, spostare Downing Street al Nord come se bastasse cambiare indirizzo per cambiare il Paese. Che quelle promesse diventino davvero politiche oppure servano a qualcosa o a qualcuno è secondario. Quando arriva il momento di chiederne conto, il feed le ha già sepolte sotto altre cento. L’importante non è mantenerle o dimostrarne l’utilità, ma sostituirle abbastanza in fretta da impedire che qualcuno ricordi le precedenti.
E per completare il quadro nasce anche una nuova macchina della comunicazione. Burnham ha appena aperto le selezioni per il team social di “No.10 North”. Tra stipendi e contributi pensionistici del 29%, il costo per i contribuenti sfiora il milione di sterline l’anno, destinato non a produrre politiche pubbliche, ma contenuti. Quando questa struttura verrà inevitabilmente smantellata, resteranno anche le buonuscite da pagare.
Il progetto non è il Paese ma i sondaggi.
Lo stesso manuale di Boris Johnson: fai il clown, annuncia una promessa nuova ogni giorno, costringi i media a parlare dello spettacolo anziché del merito. Più video. Più meme. Più influencer. Più slogan. Più promesse impossibili. Meno politica.
La cosa più sorprendente non è che qualcuno abbia deciso di riportare il Regno Unito nel circo. È che così tante persone, pur conoscendo il finale, continuino a comprare il biglietto.
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Una volta la stampa estera occidentale, soprattutto quella britannica, prendeva in giro l’Italia di Berlusconi per come aveva trasformato la politica con certi atteggiamenti imbarazzanti e certe prese di posizione, in uno spettacolo di intrattenimento trasmesso quotidianamente come le televisioni che gestiva.
Oggi quel tragicomico passato ha fatto scuola quasi ovunque nel mondo occidentale, la politica ridotta a teatrino del cantastorie di turno finché la giostra (i contribuenti) riesce a continuare a girare.