

Il caso Venezia riapre il nodo tra cittadinanza formale e appartenenza reale. Dietro la retorica dell’inclusione, emerge il rischio di una politica ridotta a somma di blocchi identitari, dove il voto non costruisce una polis comune ma negozia interessi separati.
Le recenti elezioni amministrative, con il “caso Venezia” a fare da apripista a dinamiche speculari in decine di altri comuni italiani, hanno sollevato un velo di ipocrisia su una delle questioni più delicate del nostro tempo: il rapporto tra il diritto formale di cittadinanza e la reale appartenenza culturale.
In molti centri urbani, le liste elettorali si sono riempite di candidati di origine extracomunitaria che hanno legalmente acquisito la cittadinanza italiana. Un fenomeno che, dietro la retorica dell’inclusione a tutti i costi, nasconde spesso una cinica operazione di ingegneria elettorale.
È evidente la necessità di una precisa parte politica di accaparrarsi i voti di una fetta di comunità cittadina che esprime specifiche esigenze e istanze, talvolta anche opportune e legittime.
Laddove la candidatura diretta di un neo-cittadino ex extracomunitario è parsa una strategia debole, la tecnica politica si è fatta più sottile: in diverse città si è preferito candidare professionisti autoctoni, ad esempio avvocati oppure operatori del settore profondamente inseriti nelle procedure di richiesta di asilo e nel tessuto dell’assistenza legale ai migranti.
Su queste figure si sono poi riversati in blocco i voti degli extracomunitari residenti e dei neo-cittadini, creando un canale di puro scambio di consensi basato sulla tutela di interessi categoriali piuttosto che su una visione condivisa della polis.
Nessuno mette in discussione il diritto, ad esempio, dei residenti di origine bengalese di candidarsi e votare alle elezioni comunali, nel momento in cui sono divenuti cittadini italiani a tutti gli effetti.
Il nodo cruciale, tuttavia, si sposta dal piano puramente giuridico a quello antropologico e sociale: quanto dei valori profondi che quella cittadinanza descrive e impone è realmente condiviso da queste comunità? Qual è la loro reale cultura di appartenenza? Possono dirsi autenticamente parte della comunità italiana?
La realtà dei fatti descrive una frattura profonda. La quasi totalità di queste persone, pur in possesso del passaporto della Repubblica, non conosce la lingua italiana a un livello medio e, in molti casi, non è in grado di scriverla.
La lingua non è un semplice strumento di comunicazione, ma la struttura stessa attraverso cui si articolano il pensiero, la legge e la comprensione dei diritti civili. Senza questa base, la partecipazione democratica si riduce a un atto meccanico, guidato da capibastone o parole d’ordine tribali.
Il problema linguistico è però solo il sintomo superficiale di un distacco più radicale. Molti di questi nuovi cittadini non condividono alcuno dei valori fondanti della nostra civiltà: dall’uguaglianza tra uomo e donna alla laicità dello Stato, fino alla concezione stessa della libertà individuale, concetti che sono il frutto di secoli di elaborazione filosofica e giuridica occidentale.
Quando la cittadinanza diventa un mero pezzo di carta ottenuto per anzianità di soggiorno o convenienza burocratica, slegato da qualsiasi percorso di assimilazione culturale, il voto perde la sua funzione di scelta critica per trasformarsi in una conta di frammenti identitari estranei tra loro.
Il rischio è la nascita di consessi amministrativi in cui non si discute del bene comune, ma si negoziano le concessioni tra comunità parallele che abitano lo stesso spazio fisico, ma mondi culturali totalmente differenti.
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La sua analisi del “caso Venezia” è centrata, poiché confondere cittadinanza formale e sostanziale sta riducendo la democrazia a un condominio di blocchi identitari incomunicanti. Il voto diventa così uno scambio categoriale tra comunità parallele. Le “Little Italies” americane del secolo scorso lo dimostrano chiaramente, dato che anche gli emigrati italiani, spesso analfabeti in inglese e culturalmente isolati, rischiavano di rimanere intrappolati nel bossismo politico. Fu solo grazie a un percorso esigente di assimilazione, fondato sull’apprendimento della lingua, sulla scuola pubblica, sul lavoro in fabbrica e sull’adesione graduale ai valori della società ospitante, che le generazioni successive divennero pienamente parte della nazione americana. Oggi manca proprio quel modello virtuoso. Ridurre la cittadinanza a mera pratica burocratica, senza alcun percorso serio di assimilazione culturale, non integra, ma cristallizza la frammentazione. Senza una lingua condivisa e senza l’interiorizzazione dei principi fondanti non può nascere una vera polis comune. La cittadinanza non si concede, si conquista attraverso l’assimilazione.
Sì, è un orizzonte tribale, perché queste comunità incomunicanti tra loro, ossimoro, sono destinate allo scontro e direi che ne abbiamo ampia prova con i “festeggiamenti” per la vittoria di Coppa Campioni a Parigi. Un nuovo patto di cittadinanza è indubbiamente necessario.
Da far leggere a Bersani. Nadia Mai
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