di Giulio Massa
Sabato 23 marzo “Che sarà….”, programma condotto su Rai3 da Serena Bortone, è stato visto da 579 mila spettatori, pari ad uno share del 3,1%. Il divario, ancora tutto da calcolare ma verosimilmente abissale, tra questa modestissima audience e la virale e solenne diffusione che verrà data, da qui al 25 aprile e oltre, al monologo di 90 secondi di Antonio Scurati misurerà, secondo alcuni, la quantità di anticorpi democratici presenti nel paese rispetto all’immancabile “deriva neofascista”.
Non vorremmo apparire cinici e prosaici, ma l’impressione è che quel divario illuminerà piuttosto l’entità della figura di palta rimediata sabato da alcuni zelanti burocrati RAI.
In questi giorni, durante i quali qui su Inoltre stiamo ricordando Massimo Bordin, il pensiero corre subito a tentare di immaginare quale abrasiva definizione il conduttore di “Stampa e Regime” avrebbe riservato ai protagonisti della brillante operazione censoria che va ormai sotto il nome di “caso Scurati”. Bordin, come noto, prima di lasciarci trovò il tempo di coniare la fulminante qualifica di “gerarca minore” per Vito Crimi, il per nulla compianto sottosegretario all’informazione, rectius alle pulsioni censorie, del governo Conte 1. Che direbbe ora di fronte a questi Crimi in sedicesimo (entità che si riteneva non potesse darsi in natura), a questi censori goffi, velleitari ed irriducibilmente autolesionisti?
Per la censura, è noto, valgono massimamente le parole pronunciate dal ministro di polizia francese Joseph Fouché a proposito della fucilazione del duca di Enghien: “è peggio di un crimine, è un errore politico”. La censura, e in questo risiede la sua odiosità, dovrebbe impedire ad una qualche forma di espressione del pensiero di circolare: se invece ne amplifica esponenzialmente la diffusione, la censura si risolve puntualmente nel proprio contrario e più che odiosa dovrebbe risultare ridicola.
Sconcertante, in questo senso, che chi dovrebbe vivere di pane e comunicazione ignori certi banali meccanismi oggi inevitabilmente innescati da scelte pseudocensorie. Sconcertante che chi opera in Rai in quota all’attuale maggioranza non abbia compreso come la potenziale nocività di quel brevissimo monologo (che non è solo un appassionato ricordo di Matteotti, ma anche un franco attacco politico, legittimo quanto per ciò stesso discutibile, alla presidente del consiglio), non fosse nulla rispetto all’epic fail inesorabilmente prodotto da quel rozzissimo intervento a cinque giorni da una ricorrenza politicamente sensibile come il 25 aprile. La buttano pure in caciara, cioè sul prezzo, perchè, come scrive Carmelo Caruso su Il Foglio, “solo i tonti di destra non comprendono che 1.800 euro sono nulla rispetto alla pubblicità gratuita che Scurati e Bortone riceveranno dopo la mancata messa in onda”.
Vi pare tutto troppo cinico? Forse sì, a condizione però di credere all’esistenza di improbabili angioletti asessuati che dirigano la tv pubblica all’insegna del pluralismo e bla bla. La più prosaica realtà è che la Rai è parte fondamentale ed integrante del bottino elettorale e il controllo di essa è un matematico fallout di ogni nuovo assetto di potere. E’così a dispetto di ogni dotta analisi sulla ridotta influenza della tv generalista sulla formazione del consenso, è così nonostante, per dirne una, alle ultime elezioni abbia trionfato un partito che nella legislatura precedente, unico partito sempre e comunque all’opposizione, in Rai non toccava palla. E’talmente cosi che ieri era tutto un gridare al fascismo alle porte, ma nessuno, con l’eccezione di Marattin, ha sollevato il tema della privatizzazione della Rai. Perché, vi diranno, un’altra Rai, pluralista e professionale, è sempre possibile: nell’eterna staffetta di buoni propositi che si realizza tra vincitori e vinti nelle urne, basta attendere che l’opposizione di turno diventi maggioranza e poi attendere di nuovo e di nuovo in un nicciano eterno ritorno dell’uguale.
Nulla di scandaloso. Il problema è che il controllo politico della Rai bisogna saperlo fare. Richiede mestiere, equilibrio, conoscenza profonda dell’ecosistema informativo del quale la tv è ormai solo una parte. Non è roba per tonti.
Se ancora ci fosse bisogno di conferme, quindi, la vicenda Scurati ripropone l’immagine di una Meloni chiamata a guardarsi, più che dai naturali oppositori politici, dai meloniani perinde ac cadaver, dagli underdog di Colle Oppio usciti dal digiuno di potere al grido di “stavolta non famo prigionieri”. Del resto, la pubblicazione sulla propria pagina Facebook del monologo incriminato, mossa comunicativa tutt’altro che malvagia ma inevitabilmente sterile, probabilmente riflette, al netto delle scontate accuse alla sinistra e di una frecciata in chiave economica all’autore, la crescente insofferenza della premier per questa situazione.
Se, però, il danno prodotto dai censori immaginari di Viale Mazzini si riducesse alla riproposizione di quel deficit di classe dirigente apparso finora il maggior punto debole della leader di FDI, si potrebbe in fondo dire, pur con il massimo rispetto per i problemi della Meloni, che non si tratta di una catastrofe.
Ma i guasti prodotti dall’improvvida eliminazione di quei novanta secondi, novanta, non si fermano qui.
I danni ulteriori chiamano in causa l’opposizione che, in quel salottino autoreferenziale e sempre un po’ vocato al parossismo che si snoda tra politica, media e social, non riesce a credere ai propri occhi di fronte al regalo fornito su un piatto d’argento dalla vituperata TeleMeloni.
A cinque giorni dal 25 Aprile, ecco che la consunta coperta di Linus dell’antifascismo, in nome della quale si grida alla deriva neofascista ogniqualvolta vincono “gli altri” e si sviluppa un’anacronistica strategia politica volta ricreare costantemente un clima resistenziale, sembra restituita a nuovo splendore proprio dal tafazziano conato censorio della Rai. E allora il monologo dello scandalo riecheggi per ogni dove, lo leggano gli intellettuali, gli scrittori, gli insegnanti, i sindacalisti Usigrai. L’ora è grave. Nicola Lagioia dice che “si è aperta una faglia gigantesca”. Per Massimo Giannini “siamo tutti Scurati”. Riprecipitiamo nel ’24, ma è quello del secolo scorso. Delitto Matteotti e Scurati novello Gobetti. Lo scrittore, dal canto suo, mentre assicura di non voler fare la vittima, accusa la premier di avergli nientemeno che “messo addosso un bersaglio”.
In realtà, la situazione è grave, ma flaianamente non seria, come dovrebbe risultare evidente dalla sproporzione tra queste reazioni e la dose di grottesco presente nel pasticcio cucinato in RAI.
Ma il guasto prodotto ha a che fare, in realtà, con la strabica, fuorviante attualizzazione del 25 aprile che questa polemica produrra’. La materia incandescente per ridare contemporaneità alla festa della Liberazione, per rivivere una dimensione resistenziale, per declinare la lotta per la libertà in una maniera più inclusiva rispetto alla tradizionale retorica sarebbe lì sotto i nostri occhi, fornita da una Storia che si è rimessa tragicamente in movimento: c’è sì un nuovo Matteotti e si chiama Aleksej Navalnyj, c’è un popolo che si è svegliato ed ha trovato l’invasor ed è quello ucraino, c’è un nuovo dittatore fascista che minaccia l’Europa.
Beninteso, le possibilità che del 25 aprile si facesse memoria in tal modo erano già ridotte al lumicino vista l’egemonia dei professionisti dell’antifascismo riuniti nell’ANPI filoputiniana e pacifinta. Ora però il servilismo degli stolti gerarchi minori in sedicesimo, da una parte, e la coazione a ripetere, e a perdere, della sinistra politico-culturale dall’altra ci condannano inesorabilmente all’ennesimo 25 aprile all’insegna, con un surplus di virulenza, del nostro piccolo cabotaggio politico, della nostra immaginaria arena interna in cui occorrerebbe una “nuova Resistenza” qui e ora. Le premesse sono quello dell’ennesimo remake del 25 aprile 1994, il primo del “ventennio” berlusconiano”, quando, come scrisse Pierluigi Battista, “nacque il tic (infondato) del nuovo fascismo”.
Dopo trent’anni esatti siamo ancora lì, immersi in un’eterna primavera del ’45. Cosi come dopo quarant’anni siamo ancora alla “questione morale” di berlingueriana invenzione. Intanto, intorno a noi, il mondo brucia e cambia.
Come ha tuittato Claudio Velardi, “che grandi, incommensurabili palle”.
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