


Il caso Scott Wiener mostra il cortocircuito del radicalismo identitario: un senatore gay, ebreo e progressista, storico sostenitore dei diritti LGBTQ+, viene respinto dal Pride perché giudicato non abbastanza ostile a Israele. Una forma di esclusione selettiva che trasforma l’identità ebraica in colpa da espiare.
Scott Wiener, senatore democratico della California, ebreo, gay, progressista, da anni impegnato nelle battaglie per i diritti LGBTQ+ e vicino al mondo trans, ha scoperto nel Dolores Park di San Francisco qualcosa che il radicalismo identitario applica con coerenza: nessuna biografia personale costituisce una garanzia quando l’ortodossia collettiva decide che un individuo è diventato politicamente impuro.
Wiener è stato contestato durante il Trans March di San Francisco, uno degli appuntamenti simbolici del Pride cittadino.
Non da conservatori, non da ambienti religiosi, non da quella parte dell’America che da sempre si oppone ai diritti civili. È stato contestato da attivisti della sua stessa area politica perché giudicato insufficientemente critico nei confronti di Israele.
Secondo Wiener, i manifestanti lo hanno circondato, insultato e intimidito fisicamente, rendendogli impossibile restare. Il senatore ha poi dichiarato che, per la prima volta dalla nascita del Trans March, nel 2004, non ha potuto partecipare alla marcia.
Un politico liberal, cresciuto dentro il lessico dell’inclusione, viene respinto da quel medesimo ambiente perché la sua posizione su Israele non supera la verifica di conformità richiesta.
Non basta aver sostenuto per anni le cause LGBTQ+. Non basta aver assunto posizioni critiche verso il governo israeliano e verso la condotta della guerra a Gaza. Basta essere ebreo.
Eppure non risulta che nessun omosessuale di origine cinese è mai stato invitato a dissociarsi dalle politiche di Pechino nei confronti degli uiguri o di Hong Kong per poter partecipare a un Pride. Nessun attivista LGBTQ+ russo è stato cacciato da una marcia perché non aveva preso abbastanza le distanze dall’invasione dell’Ucraina. Nessun membro iraniano di una comunità queer è stato sottoposto a verifica sulla base delle politiche del governo del Paese a cui la sua origine viene associata.
L’identità degli altri viene accolta come dato biografico, non come condizione politica da certificare.
Agli ebrei viene applicata una regola diversa.
La loro identità non è considerata un fatto personale, ma una solidarietà oggettiva, potremmo dire antropologica con uno Stato. E da quella solidarietà oggettiva devono pubblicamente affrancarsi. Non è sufficiente criticare un governo. È richiesta una dissociazione più profonda. Talmente profonda da risultare sempre più spesso insufficiente.
Questo è il meccanismo che il cosiddetto “antisionismo” militante – ma si tratterà di una coincidenza – condivide con l’antisemitismo: l’idea che gli ebrei, a differenza di qualunque altro gruppo, non possano essere giudicati individualmente, ma debbano sempre rispondere collettivamente.
Ma ironia a parte è di tutta evidenza che una parte della sinistra occidentale ha progressivamente sdoganato l’antisemitismo, mascherandolo con un lessico di liberazione che dovrebbe funzionare da foglia di fico. Il risultato è un pregiudizio antico reso socialmente presentabile: fattuale nei suoi effetti quanto ipocrita nelle sue giustificazioni.
L’uscita forzata del senatore Wiener dal Trans March non è quindi soltanto un episodio locale. Racconta cosa accade quando un movimento che si definisce emancipatorio adotta, nei confronti di una minoranza specifica, gli stessi strumenti di esclusione che dice di combattere.
Il Pride nacque come rivendicazione di libertà contro il conformismo della morale dominante: quella che stabiliva chi si poteva amare e chi no, con chi si poteva andare a letto e con chi no.
Oggi è già diventato lo spazio di un conformismo altrettanto prescrittivo: non più un ordine morale esterno a stabilire chi si possa amare, ma un ordine militante a stabilire quali posizioni si debbano professare per continuare ad appartenere.
Con una differenza che non è un dettaglio: quella prescrizione non vale per tutti. Vale, selettivamente, solo per gli ebrei.
Questi episodi si vanno moltiplicando, in America come in Europa e in Italia. Non sono eccezioni. Sono la manifestazione ricorrente di una deriva che ha ormai una direzione riconoscibile. E quella deriva produce conseguenze.
Perché quando una minoranza viene giudicata collettivamente, quando le si chiede di rispondere per uno Stato come condizione di accettazione, quando la sua identità diventa una colpa da espiare, voi chiamatelo pure come ritenete. Noi lo chiamiamo antisemitismo.
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La triste conferma, che un ragionamento profondo non è desiderato in un mondo che va per slogan populista
Chissà se questi “ebrei buoni” arriveranno mai a prenderne abbastanza da arrivare a capire che per la feccia antisemita no esistono ebrei buoni ed ebrei cattivi ma solo ebrei e basta