


Il caso di Jason Arday mostra i rischi di una società che trasforma professori, giornalisti, magistrati e medici in simboli. Prima ancora delle missioni e delle battaglie civili viene la dignità della funzione: fare bene il proprio mestiere possiede già una sostanza morale.
La morte improvvisa di Jason Arday, trovato la vigilia di Ferragosto senza vita a Londra, a quarantun anni, pochi giorni dopo le dimissioni dall’Università di Cambridge e nel pieno di una controversia riguardante accuse di plagio e alcune incongruenze nella ricostruzione della sua biografia, impone anzitutto rispetto.
Nel momento in cui sto scrivendo queste righe, non sappiamo nulla sulle circostanze della scomparsa e tutto ciò che si aggiunge ai pochi fatti riportati appartiene alla congettura.
La vicenda alimenterà discussioni e analisi per molto tempo, e così dev’essere: è l’accademia in quanto tale a doversi interrogare profondamente.
C’è però un risvolto della vicenda, magari non il più immediato e tuttavia sostenibile, che può essere discusso senza entrare nella sua parte più dolorosa o istituzionale, perché precede il povero Arday e presumibilmente sopravviverà: si tratta del nostro bisogno di fabbricare simboli, che in questi anni di risse identitarie è esploso in proporzioni abnormi.
Arday, infatti, non era stato presentato soltanto come un professore. Era diventato una storia: il più giovane professore nero di Cambridge, l’uomo che aveva superato enormi difficoltà nell’infanzia per arrivare ai vertici dell’università britannica, una biografia nella quale successo individuale, riscatto sociale e progresso collettivo finivano per coincidere.
Quando sono emerse contestazioni sul suo lavoro accademico e su alcuni elementi del suo racconto personale, la discussione è diventata inevitabilmente molto più grande della verifica dei fatti contestati.
Non era più soltanto in questione ciò che un docente avesse scritto correttamente o scorrettamente. Sembrava che dovesse essere processato, difeso o demolito un simbolo.
È precisamente questo il problema. Il suo caso rappresenta la porzione più illuminata di un movimento assai vasto.
Da qualche tempo pretendiamo troppo dalle professioni e, proprio per questo, rischiamo di chiedere loro sempre meno.
Il professore non deve semplicemente conoscere bene ciò che insegna, fare ricerca con rigore, leggere, correggersi, spiegare con chiarezza: deve “cambiare il mondo”.
Il giornalista non deve soltanto cercare le notizie, verificarle e raccontarle distinguendo i fatti dalle proprie opinioni: deve stare “dalla parte giusta della storia”, seguito dalla sua community di fedelissimi che sono la sua “scorta mediatica”.
Il magistrato non deve limitarsi ad applicare con indipendenza una legge che non ha scritto: deve incarnare la giustizia, combattere la corruzione (anche e soprattutto quella morale), essere il funzionario dell’etica pubblica.
Il sindaco, poi, deve diventare il simbolo della rinascita di una città; il medico un apostolo; l’insegnante un eroe civile; lo scienziato un sacerdote della ragione. E via discorrendo.
I caratteri sono già designati e interpreti diversi li incarnano, un po’ come nella commedia dell’arte.
Naturalmente esistono professori, magistrati, giornalisti, medici, scienziati e politici la cui statura morale e speciale abnegazione finiscono per oltrepassare, in un certo senso, la funzione esercitata. È sempre accaduto, ed è bene che accada.
Ma il divenir simbolo dovrebbe essere il risultato eccezionale di una vita e di certe casualità storiche, non la richiesta ordinaria della massa semicolta che investe chiunque svolga una professione che abbia un minimo di rilevanza pubblica.
Quando invece costruiamo prima il simbolo e poi gli affidiamo la persona, produciamo una distorsione pericolosa.
Il giudizio sulle competenze viene sostituito dal giudizio sulla biografia e, inevitabilmente, sulla parte politica cui questa si può ricondurre.
Così la verifica delle qualità professionali di un certo individuo è sacrificata sull’altare di ciò che può rappresentare per la causa ideologica che dobbiamo propugnare.
Non chiediamo più anzitutto: è un bravo professore? Domandiamo quale causa incarni.
Non chiediamo: questo giornalista ha controllato bene le fonti? Ci interessa sapere per chi combatte, anzi, contro chi combatte, fino al punto da arrivare a costruire in provetta martiri della libera informazione.
Non chiediamo: questa sentenza applica correttamente il diritto? Vogliamo sapere quale battaglia civile renda possibile.
Il risultato paradossale è una società sovraccarica di moralismo e affamata di professionalità.
Non si tratta di sterilizzare la vita pubblica dalla morale, ma di valorizzarla nel modo ad essa appropriato: fare bene il proprio mestiere possiede già una sostanza morale molto più seria di quanto suggerisca la retorica della missione.
Un professore che prepara una lezione invece di trasformare la cattedra in un pulpito, un giornalista che pubblica una notizia sgradita anche alla propria parte, un magistrato che applica una norma senza chiedersi quanti applausi gli procurerà, un amministratore che ripara una strada anziché annunciare una rivoluzione sono figure moralmente più affidabili di molti professionisti del bene.
Esiste una dignità della funzione che abbiamo progressivamente dimenticato o volutamente obliato, a furia di arruolare i professionisti alla guerriglia culturale.
E tale dignità comincia, a mio avviso, quando sia chi ricopre un certo ruolo, sia soprattutto il mondo attorno ne accettano i limiti.
La democrazia, del resto, vive di questa sobrietà.
Dovremmo diffidare dell’idea che qualcuno possieda un mandato superiore alla propria funzione, e di chi seleziona il personale di università, scuola, magistratura, giornalismo e pubblica amministrazione con questa logica.
Il potere politico governa ma non redime. Il giudice emette sentenze, non educa il popolo. Il giornalista informa, non dirige le coscienze. L’università cerca di conoscere, non certifica chi stia dalla parte luminosa della storia.
Quando le istituzioni vogliono diventare qualcosa di più, quasi sempre cominciano a far peggio ciò per cui esistono, perché, molto semplicemente, non le abbiamo inventate per redimere il mondo ma per ridurre il tasso di scomodità delle nostre esistenze.
Naturalmente la società dei media rende difficile la modestia di cui si è detto.
Ciascuno di noi, se è sincero con sé stesso, sa quant’è arduo restare nel proprio perimetro quando si attiva la videocamera dello smartphone.
Tutti intenti a partecipare al mercato “ispirazionale”, in cui ci si propone subdolamente come “ispirazione” e al contempo si cercano o si costruiscono figure che siano da ispirazione.
Una semplice carriera, per chi ce l’ha, non basta più.
Certo, diceva Nietzsche che pure un facchino vuole il suo pubblico. Nell’Ottocento, però, i facchini non vivevano nel tempo delle guerre culturali e della mediaticità a portata di maestro elementare.
Naturalmente, un mondo di “icone” è un mondo spietato.
Basta che la realtà introduca qualche contraddizione perché inizi il movimento contrario: dalla canonizzazione alla demolizione.
Prima chiediamo a una persona di rappresentare il Bene, poi ci stupiamo che una persona reale non riesca a sostenere il peso della parte che le abbiamo assegnato.
Peggio ancora quando la persona stessa si convince di rappresentarlo, magari identificandosi con martiri civili autentici, come quei matti che si convincono di essere la reincarnazione di Francesco d’Assisi.
Abbiamo bisogno di professori che insegnino, studiosi che studino, giornalisti che diano notizie, magistrati che applichino la legge, medici che curino e politici che governino.
Qualcuno, tra loro, diventerà anche un esempio. Tanto meglio. Ma lasciamo che accada dopo.
Il vero eroe, profeta, santo o quello che vi pare, lo è sempre controvoglia, al limite vergognandosi.
Una società nella quale tutti aspirano a essere simboli e tutti lavorano per crearli rischia di ritrovarsi con moltissimi predicatori e pochissime persone capaci di fare bene il proprio lavoro.
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Ottimo. Potrebbe mandarmelo su wapp? Grazie. Nasia Mai Ps. Chi era Jason Arday?
Inviato da Outlook per Androidhttps://aka.ms/AAb9ysg ________________________________
Professore, lei dimentica il ruolo dei cosiddetti influencer in questa degenerazione della società che lei ha così ben descritto. Soprattutto il ruolo delle potenze economiche che stanno dietro gli influencer e che vivono di hype. Non ne usciremo fintantochè non vengano ripristinate regole strettissime sul comportamento dei professionisti, al limite della censura, delle quali in passato non c’era bisogno perchè appunto non esistevano i cosiddetti social. Questi strumenti sono andati a sfruculiare i peggiori istinti dell’essere umano e di essi si nutrono: coprofagia tecnologica.