
Le polemiche connesse alla fiera letteraria “Più libri più liberi”, che si terrà a Roma dal 4 all’8 dicembre prossimi, dovrebbero ormai essere conosciute dai più. Per scrupolosità, però, riassumo brevemente i fatti. La scrittrice Chiara Valerio, curatrice dell’evento, invita, tra gli altri, il giovane filosofo Leonardo Caffo per presentare il suo ultimo libro. Questi, però, è attualmente a processo per maltrattamenti e lesioni aggravate sulla sua ex compagna. Dal momento che quest’anno l’edizione della kermesse letteraria è dedicata a Giulia Cecchettin, vittima di femminicidio, più di qualcuno ha cominciato a sostenere l’inopportunità morale della partecipazione di Caffo.
Valerio ha difeso la sua scelta appellandosi alla presunzione di innocenza. Caffo nel frattempo ha rinunciato spontaneamente alla partecipazione. Le critiche non si sono affatto placate. Il risultato è che, almeno fino ad oggi, un bel po’ di autori hanno rinunciato alla partecipazione in polemica con l’impostazione dell’organizzazione, che ha poi corretto un po’ il tiro, pubblicando un messaggio di scuse. L’episodio di presta a una rapida riflessione sul ruolo dell’intellettuale oggi.
Mentre scrivo queste righe, mi guarda dalla scrivania un saggio di Bernard Stiegler, filosofo francese contemporaneo scomparso nel 2020, che ha trascorso in carcere cinque anni della sua vita per rapina a mano armata. Da questo dettaglio si può intuire la mia ferma contrarietà quando si tratta di togliere la parola a un intellettuale a causa della sua personale condotta morale e penale, tanto più se questa è ancora da accertare. Diverso è il caso di intellettuali, o presunti tali, che propagano e difendono idee apertamente razziste, antisemite o fasciste: a quel punto non si tratta più della ricusazione di una certa proposta teoretica a causa del biasimo morale per le azioni private del portatore di quella proposta, ma della proposta stessa e della sua accettabilità sociale. In questo secondo caso, il ragionamento da fare è diverso.
Ci troviamo davanti all’ennesimo caso (in questi ultimi anni ne abbiamo visti molti) in cui una certa massa critica prova a boicottare un prodotto culturale o artistico per una valutazione morale sul suo autore. Indipendentemente dai risvolti che potrà avere la vicenda in sé, che mi interessano poco, è proprio la funzione dell’intellettuale che, a mio avviso, qui e in altri episodi viene travisata.
Naturalmente non posso imbastire una disquisizione sulla “missione del dotto”: non basterebbe una biblioteca. Quel che mi preme richiamare è questo punto: l’intellettuale non è semplicemente colui che mantiene alto “il senso critico”. È una sentenza troppo generica. È un po’ come rispondere, a chi ci chiedesse cos’è una partita di calcio, che si tratta di una sfida agonistica tra due squadre: non è scorretto ma non è sufficientemente preciso.
L’intellettuale è anche, forse soprattutto, colui che ricorda a tutti la differenza tra “sapere” e “verità”. Il suo è un compito, per così dire, al negativo. È la consapevolezza di questa distanza, mai del tutto colmabile, che muove la ricerca genuina. Tale coscienza la ritrovo – mi scusino i giuristi se ora forzo un po’ la mano con un’ermeneutica creativa – anche nell’art. 27, della Costituzione, chiamato in causa da ogni buon garantista, e tirato in ballo anche nel caso dell’invito di Caffo.
Nell’articolo è scritto che «l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva». La parola “innocente” non compare: fino a eventuale condanna definitiva, la presunzione, più che di innocenza, è di non colpevolezza. La qual cosa non implica che, in caso di assoluzione, l’imputato sia un “colpevole che l’ha fatta franca”, ma solo che chi era chiamato a giudicare non ha potuto provare, oltre ogni ragionevole dubbio, l’ipotesi accusatoria: questo e solo questo, infatti, è il compito di ogni giuria.
Forse non a caso Kant, nella Critica della ragion pura, ha portato la ragione in tribunale, per rimetterla dentro quei limiti che a suo avviso doveva avere: il perimetro è descritto esattamente dalla differenza tra sapere di cui posso essere certo e la verità cui aspiro. Socrate, forse il primo intellettuale di cui si abbia notizia, ha educato proprio a tale distinzione. Un intellettuale tradisce il proprio compito se rovescia i termini: se parte cioè da una verità presuntamente conosciuta e tenta di trasformarla in sapere. È un’operazione da tribunale speciale di regime, che ha il proprio corrispettivo filosofico nel dogmatismo, il nemico giurato di Kant. L’intellettuale non è il pubblico ministero, non è il giudice né l’avvocato difensore: è la giuria, chiamata a pronunciarsi confessando sempre, implicitamente, la differenza tra ciò che sa e ciò che è vero.
In forza di ciò l’intellettuale promuove il sospetto verso ogni utilizzazione morale del sapere, preferendo piuttosto una finalizzazione morale. La differenza è sottile ma cruciale: nel primo caso, la morale è lo strumento per vincere la battaglia delle idee; nel secondo, è il fine verso cui cerchiamo di far tendere la battaglia delle idee.
Certo, lo so, Nietzsche ci ha mostrato in modo abbastanza convincente che ogni volontà di verità è in realtà volontà di potenza, e tuttavia, come suggerisce Ricoeur, dopo ogni decostruzione occorre ricostruire, altrimenti resta solo il gusto estetizzante della distruzione che ha inebriato sì almeno un paio di generazioni di intellettuali, ma che poi è sfuggito un po’ di mano e ha contribuito a generare, quasi per fisiologico ribaltamento storico, il moralismo e il conformismo delle belle lettere.
Il caso dal quale siamo partiti è di certo un episodio spiacevole che sarà presto superato dalla cronaca, eppure è indicativo di una certa piega che la figura dell’intellettuale ha preso negli ultimi tempi, confondendosi con l’attivista o il militante. Queste figure possono eventualmente convivere nella stessa persona, purché si abbia la pazienza di distinguerle. I tribunali accertano l’esistenza dei colpevoli e gli angeli conoscono tutti gli innocenti della storia. Noi tutti, invece, siamo tutti, in qualche modo, non-colpevoli.
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La polemica non è se Caffo dovesse presentare il suo libro (recte: tenere una prolusione) bensì l’atteggiamento ondivago della Valerio: intransigente con una parte (politica, culturale, sociale,…), aperta con un’altra -cioè giudice con regole autodafé [autodafé In senso letterale, dal portoghese auto da fé, «atto della fede». Proclamazione pubblica della sentenza dell’Inquisizione spagnola contro i colpevoli di eresia, cui seguiva l’abiura o la condanna -dalla Treccani]