

Alice Sullivan, professoressa di sociologia alla UCL, ha minacciato un’azione legale contro l’Università di Bristol dopo una conferenza che, invece di svolgersi come un normale evento accademico, si è trasformata in una prova di resistenza. Il 22 ottobre 2025 il suo intervento, dedicato ai dati su sesso e genere, è avvenuto sotto pesanti restrizioni di sicurezza mentre all’esterno un gruppo di manifestanti urlava, batteva sui vetri e faceva scattare l’allarme antincendio.
Scene come ne abbiamo viste spesso anche negli atenei italiani. Possono cambiare i temi, i bersagli, le parole d’ordine, ma la sostanza resta la stessa: non si contesta un’idea, si cerca di renderla impronunciabile. È una dinamica che trasforma l’università da spazio di confronto in terreno minato, dove parlare diventa un atto da compiere sotto protezione.
Nel caso di Bristol, il contesto è ancora più rivelatore perché l’evento era già stato svuotato prima ancora di cominciare. Prevista inizialmente per novembre 2024, la conferenza era stata rinviata dopo le proteste interne della rete LGBTQ+ del personale universitario, che aveva definito “transfobiche” le posizioni di Sullivan. Quando l’evento è stato riprogrammato, Bristol ha imposto condizioni eccezionali: accesso limitato a staff e dottorandi, nessuna promozione pubblica, sede comunicata all’ultimo momento. Eppure, nonostante tutto, la protesta si è materializzata ugualmente.
Secondo Sullivan e i suoi legali, il punto non è solo ciò che è accaduto fuori dall’aula, ma ciò che l’università ha accettato come inevitabile. Con quindici mesi di preavviso, sostengono, l’ateneo avrebbe potuto garantire un contesto sicuro e tutelare il diritto alla libera espressione previsto dall’Articolo 10 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Invece avrebbe contribuito a creare un clima in cui parlare era formalmente consentito, ma di fatto ridotto a un esercizio sotto assedio.
Bristol respinge le accuse e ha condannato il comportamento intimidatorio dei manifestanti. Ma la risposta lascia irrisolta la questione centrale: se una conferenza può essere paralizzata senza conseguenze, che valore reale ha la libertà accademica?
Il caso arriva in un momento delicato per il Regno Unito. All’inizio di quest’anno l’Office for Students ha inflitto una multa record di 585 mila sterline all’Università del Sussex perché la sua politica di inclusione transgender aveva finito per ridurre libertà di parola. Proprio lì, pochi anni prima, Kathleen Stock aveva lasciato il suo incarico di docente di filosofia dopo proteste e pressioni legate alle sue posizioni critiche sull’identità di genere. La sanzione inflitta a Sussex ha avuto conseguenze anche sull’Università di Bristol, costretta a ritirare una politica analoga che rendeva il personale responsabile di rimuovere materiale giudicato “transfobico o anti-trans”, riconoscendo implicitamente il rischio di un clima capace di scoraggiare il dibattito.
Sullivan parla di heckler’s veto, un concetto nato nella giurisprudenza statunitense sul Primo Emendamento, in riferimento a una situazione precisa: quando, per paura delle reazioni ostili del pubblico, le autorità scelgono di limitare o interrompere un discorso invece di controllare chi disturba e proteggere chi parla. Se un’università accetta che basti gridare abbastanza forte per bloccare una lezione, il problema non riguarda più una singola conferenza o una singola docente. Riguarda l’idea stessa di spazio accademico come luogo in cui il dissenso si affronta, invece di essere messo a tacere.
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