


Il cardinal Zuppi denuncia la polarizzazione del dibattito sui migranti, ma il problema non è il tono dello scontro: è un sistema che trasforma l’accoglienza in industria, rinvia la legalità a ingresso avvenuto e scarica sui cittadini i costi dell’integrazione mancata. Senza regole e capacità amministrativa, l’etica rischia di diventare l’alibi di chi prospera sul caos.
Le recenti dichiarazioni rilasciate dal cardinale Matteo Zuppi durante l’omelia domenicale, che hanno poi innescato il dibattito al Meeting di Rimini sul tema dei migranti, offrono uno spaccato perfetto delle contraddizioni che paralizzano il nostro Paese.
Intervenendo nel dibattito pubblico, Zuppi ha giustamente denunciato l’esistenza di una «stupida e volgare polarizzazione». Ha ragione da vendere, ma sbaglia clamorosamente bersaglio. La vera volgarità, infatti, non risiede nell’asprezza del dibattito, bensì nell’opportunismo politico che ha trasformato l’immigrazione in un gigantesco e redditizio affare per la politica e per le cooperative.
Il cortocircuito logico più evidente emerge quando si analizza in profondità questa sua affermazione: «Bisogna salvare tutti e poi trovare i modi, le idee, la regolarizzazione, la legalizzazione, per combattere l’illegalità con la legalità».
Questa frase, ammantata di un’inattaccabile nobiltà d’animo, è in realtà il manifesto programmatico del disastro amministrativo. Posticipare la gestione delle regole al momento logicamente e cronologicamente successivo all’ingresso incondizionato significa abdicare alla sovranità del diritto. Non si può pretendere di combattere l’illegalità importando un caos strutturale, per poi sperare di sanarlo a posteriori con improbabili burocrazie.
La verità inconfessabile, di cui la politica non parla, è che in Italia «l’accoglienza» non è un imperativo etico e neanche un sistema di integrazione sociale ed economica, ma una solida industria del consenso. E quando parliamo di industria non usiamo una metafora, ma descriviamo una realtà contabile: un sistema di centri e reti di accoglienza che assorbe miliardi di euro pubblici ogni anno.
Un settore le cui distorsioni sono certificate da decenni di cronache giudiziarie: dallo spartiacque di Mafia Capitale, passando per il disastroso crac della cooperativa Karibu, fino ad arrivare a indagini recentissime, come quella scoppiata a Benevento nel maggio 2026, con fondi per i migranti spesi nello shopping di lusso.
Questo è il volto pragmatico dell’accoglienza sregolata.
È il motore di un gioco delle parti obsoleto. Da una parte troviamo una certa parte della politica, prigioniera del suo «fanatismo benevolo», che maschera la totale incapacità gestionale – e le redditizie filiere del Terzo settore – dietro il paravento della presunta superiorità morale.
Prende forma così quell’ideologia diffusa e paralizzante che nega in radice qualsiasi intervento pragmatico pur di esasperare la chiave puramente umanitaria del fenomeno. È un’impostazione dogmatica che brandisce la propria «etica del giusto» come un’arma di ricatto, ricorrendo a una reductio ad fascismum automatica per bollare sbrigativamente come irricevibile ogni possibile soluzione o tentativo di regolamentazione che osi deviare dal verbo dell’accoglienza incondizionata.
Dall’altra parte c’è lo schieramento politico opposto, che vive di perenni «strumentalizzazioni», alimentandosi elettoralmente delle paure generate da questo stesso caos senza avere la reale intenzione, o la capacità, di risolverlo.
Nel mezzo, stritolato tra l’utopia salottiera dei buoni e il cinismo opportunistico dei cattivi, rimane il cittadino comune, l’unico vero bersaglio di un’illegalità diffusa, quotidiana e tangibile che degrada le nostre città.
E qui arriviamo al secondo assioma di Zuppi: «Si tratta di scegliere un sistema che guardi al futuro. Non è soltanto una questione di più figli, più futuro. Anche più accoglienza è più futuro».
È il trionfo della riduzione dell’essere umano a mera statistica. Certo, i «numeri» servono. I numeri fanno girare i soldi della macchina dell’accoglienza, giustificano i bandi, finanziano le strutture e creano un bacino di manodopera a basso costo.
Ma i numeri, se slegati da una reale, rigorosa e sostenibile capacità di integrazione, non producono futuro: generano profonde fratture sociali. Non si costruisce il domani stipando disperati nelle periferie urbane, abbandonandoli a un’economia sommersa e criminale pur di compiacere un ideale astratto. L’accoglienza non regolata non è sinonimo di speranza: è, molto più semplicemente, l’alibi perfetto per chi specula sul presente.
Finché il dibattito rimarrà ostaggio di questo ricatto morale, non ci sarà alcuna vera integrazione. La bussola per uscire dall’emergenza non può essere la delega in bianco alle cooperative, ma il ritorno imperativo alla legalità.
Perché uno Stato che rinuncia a governare le proprie regole in nome di una generica etica umanitaria finisce inevitabilmente per tradire tutti: sia chi cerca davvero rifugio, sia il cittadino a cui viene chiesto di pagarne, da solo, l’intero prezzo sociale.
Per approfondimenti:
Referendum sulla cittadinanza: il naufragio tutto italiano dell’accoglienza
Il sistema accoglienza: il grande fallimento tutto italiano
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No, quella frase non è “ammantata di un’inattaccabile nobiltà d’animo”: quella frase è un monumento all’ipocrisia, un banalissima frasetta vuota di ogni contenuto, che non indica nessuna direzione.
Riprendo la frase del Cardinale:
«Bisogna salvare tutti e poi trovare i modi, le idee, la regolarizzazione, la legalizzazione, per combattere l’illegalità con la legalità».
In questa frase, prima di parlare di regole e di legalita’ e di sciacalli, si parla di “salvare”.
e’ evidente che uno stato lasciato solo non puo’ farcela.
E’ evidente che un’infinita’ delle persone “salvate” somo, poi, lasciate in balia a se stesse, alla fame, alle organizzazioni criminali.
Ma non e’ che se li si lascia morire, stanno meglio.
Noi possiamo fare tutte le regole che vogliamo… ma non e’ che tutti quelli che scappano “cercano d il superfluo”, giusto? Per carita’, anche nei paesi poveri ci sono quelli che fomentano il bisogno di partire per lucrare sui pochi risparmi o sulle promesse di futuri guqdqgni (un po’ come quelli che da noi fomentano la paura dei vaccini….). Ma non possiamo pensare che sia cosi’ per tutti. giusto?
Pensate a quando Israele decidera’ di fare il il grande resort. Dove andranno quelli che adesso sono a Gaza?
Faccio un’altra domanda. Dove andremo noi ricchi quando il caldo ci impedira’ di vivere nelle nostre cotta’ e non ci sara’ abbastanza acqua per l’agricoltura e le piscine?
Qualcuno potra’ fermare l’onda?
E quando i giovani italiani se ne vanno perche’ se hai voglia di lavorare sodo e/o hai studiato tanto e non accetti di essere pagato una miseria allora te ne devi andare (perche’ non tutti possono fare i manager, i venditori, gli influencer, i politici, le veline…) ?
Chi puo’ fermarli?
Certo, « there will be poors always, pathetically struggling… » ma poi c’e’ la frase « look at the good things you have done ».
Da avversario, riconosco a Meloni la « dgood thing » del Piano Mattei per l’Africa.
Ma anche lei non puo’ far tutto… pero’ e’ un primo passo.
Se non si salvano le persone, non e’ che lasciandole morire staranno meglio
Gentile Coccobill, nessuno parla di non salvare nessuno. Purtroppo in trent’anni siamo stati solo capaci di alimentare il numero di cadaveri in mare e nel deserto. Avendo ascoltato e raccolto in prima persona le testimonianze dirette di chi affronta questi viaggi, le assicuro che i dispersi in mare non sono che una piccola percentuale. La retorica e la propaganda fanno comodo a chi in questo caos ci lucra. Si chieda perché i corridoi umanitari non sono mai diventati realtà. Si chieda perché sono sempre state fermate le collaborazioni con le istituzioni dei principali paesi di partenza dei migranti.
Saluti
AT
Concordo con l’articolo.
Tutto il peso deve ricadere sui Paesi europei e sull’Europa in generale, questo perché non si vuole ammettere che molti Paesi africani sono nel caos totale tra guerre civili e criminali al potere e altri Paesi non hanno interesse e volontà a occuparsi della questione migratoria.
Quando invece servirebbero interventi esterni per tentare di controllare la situazione, non lasciandola in mano a terroristi e potenze dittatoriali con altri obiettivi tra cui proprio la destabilizzazione dell’Europa.
Ma forse è vero, anche all’interno dei nostri confini sono in tanti a trarre profitto dal non voler stabilizzare la questione migratoria.
Esatto.
Saluti
AT