


Morti, ricatti, salari da fame e lavoratori invisibili: il caporalato non è un residuo arcaico confinato ai campi del Sud, ma un sistema che attraversa agricoltura, edilizia e servizi. Lo Stato conosce il problema, ma troppo spesso interviene solo quando la tragedia diventa notizia.
Oggi è la strage di Amendolara a richiamare l’attenzione su una realtà fatta di supersfruttamento, ricatti e violazioni dei diritti che continua a interessare una parte del mondo agricolo italiano. Ma il fenomeno è assai più vasto, come dimostra il caso del consolato americano di Milano: nel cuore della metropoli più moderna del Paese, centinaia di lavoratori indiani venivano di fatto schiavizzati, alla luce del giorno, nel settore delle costruzioni.
Riflettiamo su un punto. Il caporalato e lo sfruttamento degli immigrati sono una forma di delocalizzazione interna. Invece di spostare le produzioni in Pakistan, importiamo lavoratori sottopagati da noi. Invece di comprare materie prime e tessuti a costi stracciati dai Paesi poveri, lo facciamo in casa tagliando i diritti di una parte della popolazione, spesso invisibile.
Al Sud ma non solo al Sud, in agricoltura ma anche nell’edilizia e nei servizi urbani.
Quattro lavoratori arsi vivi in un’automobile rappresentano certamente un episodio particolarmente terribile, tragico. Ma non è il primo. Solo quando sale agli onori della cronaca scopriamo quello che facciamo finta di non sapere.
E cioè che ci sono (dati Istat 2023) 200mila lavoratori irregolari occupati nel settore agricolo (tra loro 55mila donne) che prendono salari di fame: 15-20 euro al giorno per 12-14 ore di lavoro. Sono numeri che non costituiscono un’anomalia, ma la regola. Ed è con questi numeri che dobbiamo fare i conti.
Come evidenzia l’ultimo Rapporto Agromafie di Eurispes, su 100 euro spesi dal consumatore per l’acquisto di prodotti agricoli freschi, meno di 20 euro remunerano il valore aggiunto prodotto dagli agricoltori.
Una volta sottratti ammortamenti e costi del lavoro, alle aziende agricole restano in media circa 7 euro, contro i 19 euro che vanno al macro-settore del commercio e dei trasporti. Nel caso dei prodotti trasformati il divario è ancora più marcato: all’agricoltore restano circa 1,5 euro, mentre commercio e trasporto ne incassano 13,1.
Si tratta di una dinamica che incide direttamente sulla sostenibilità economica di molte imprese agricole. La forte pressione sui prezzi lungo la filiera, esercitata anche dal potere contrattuale della grande distribuzione organizzata, contribuisce a comprimere i margini delle aziende e, di conseguenza, il costo del lavoro.
E quando la fragilità economica delle imprese agricole incontra la disponibilità di lavoratori particolarmente vulnerabili, il rischio del ricorso a pratiche illegali di intermediazione e sfruttamento aumenta sensibilmente.
Una manna per il “caporale” che recluta, organizza e gestisce lavoratori per conto di aziende senza scrupoli, spesso imponendo salari inferiori a quelli previsti dai contratti, orari estenuanti e condizioni di vita disumane.
Quando si pensa al caporale, di solito si immagina un losco figuro che all’alba carica i braccianti su un furgone, nel Tavoliere delle Puglie o nelle campagne calabresi, e li accompagna nei campi.
Oggi, però, il fenomeno è diventato molto più complesso. Come hanno documentato numerose inchieste giudiziarie e giornalistiche, il caporalato assume sempre più spesso aspetti “imprenditoriali”.
In molti casi il caporale non è più soltanto un intermediario informale, ma il referente di società che operano attraverso catene di appalti e subappalti, o persino di reti transnazionali che reclutano lavoratori stranieri e ne sfruttano la vulnerabilità sociale.
In alcuni contesti il controllo si basa anche sui ricatti esercitati per i debiti contratti per raggiungere l’Italia o per ottenere un impiego.
Il fenomeno, inoltre, si intreccia sempre più frequentemente con gli interessi della criminalità organizzata italiana e straniera. Secondo diversi rapporti investigativi, gruppi criminali operano come strutture di intermediazione illecita della manodopera agricola, traendo profitto dal reclutamento e dalla gestione dei lavoratori.
In alcune aree del Paese le organizzazioni criminali riescono a esercitare una forte influenza sul mercato del lavoro agricolo, condizionando assunzioni, salari e condizioni di impiego, oltre a imporre costi aggiuntivi per trasporto, alloggio e servizi essenziali.
Se per anni il caporalato è stato associato alle campagne del Foggiano, alle raccolte di pomodoro nel Tavoliere delle Puglie o agli agrumeti della Calabria, oggi la geografia dello sfruttamento è molto più ampia e interessa numerose aree agricole del Paese.
Una delle aree simbolo è la provincia di Latina, dove negli ultimi anni numerose inchieste giudiziarie hanno portato alla luce forme sistematiche di sfruttamento della manodopera, soprattutto tra i lavoratori stranieri impiegati nelle serre e nelle aziende ortofrutticole.
Proprio qui, nel 2024, si è consumata una tragedia che è diventata un simbolo del fenomeno: la morte di Satnam Singh, il bracciante indiano abbandonato dopo un grave infortunio sul lavoro e lasciato senza soccorsi adeguati.
Cosa si può fare, quindi? Molto. Come? Secondo Maurizio Del Conte, professore ordinario di Diritto del lavoro alla Bocconi, intervenendo su tre fattori: la filiera, il prezzo al consumo dei beni e la mancata integrazione dei lavoratori stranieri (Il Foglio, 4 maggio).
Sul primo, Del Conte spiega che i datori di lavoro reclutano la manodopera spesso attraverso reti irregolari. Preferiscono esternalizzare: non vedono e non sentono quel che accade. Ma non potrebbero.
Sono previsti requisiti precisi per l’intermediazione: solidità finanziaria, onorabilità degli amministratori, sedi verificabili, controllo pubblico sui bilanci. “Se fossero rispettati questi obblighi, il nostro sarebbe un buon sistema di regolamentazione”.
Però non è rispettato. Ci sono ampie zone, al Sud come al Nord, nelle quali manca il controllo dello Stato. Perché? Perché è un sistema che fa comodo. I datori hanno fretta e vogliono spendere poco.
Per questo, il sistema misto di caporalato e malavita si mette in moto con una rapidità impressionante per fornire alle aziende quello di cui hanno bisogno. E il 90 per cento della forza lavoro in quel settore arriva per vie irregolari.
Cosa si potrebbe fare? Attivare centri per l’impiego agili sul territorio, che non si occupino solo di fare da intermediari per il reclutamento. Ma che si occupino anche del trasporto dei lavoratori e dell’alloggio, oggi appannaggio dei caporali, che lo usano come ulteriore strumento di ricatto.
Veniamo al prezzo al consumo dei beni. Sostiene Del Conte: “Il margine e i flussi di denaro sono tali che non consentono una retribuzione adeguata, e quindi scaricano sul lavoro l’abbattimento dei costi. Ma ormai è inevitabile affrontare questi fenomeni criminali. Bisogna fare una scelta di coraggio, di legalità e di verità”.
Una scelta che dovrebbe riguardare tutto il sistema. Perché i distributori, se si usa manodopera sotto costo, possono abbassare i prezzi dei supermercati per la felicità dei consumatori.
Il terzo fattore cruciale è l’integrazione. Gli immigrati che arrivano spesso non sanno la lingua, non hanno punti di riferimento, sono irregolari, vengono subito reclutati dai caporali. Bisogna, allora, tracciare questi lavoratori, capire da dove arrivano, in che condizioni lavorano, dove dormono.
Costruendo le condizioni perché la loro dignità sia garantita e le regole rispettate. Lo Stato deve sapere chi arriva, dove va, dove dorme, con chi lavora, a quali condizioni. E non chiudere gli occhi come spesso, troppo spesso, fa.
La mancanza di alloggi rende i migranti soggetti più vulnerabili. Il Pnrr metteva a disposizione 200 milioni di euro per la mappatura e la realizzazione di “Piani urbani integrati” che dovevano sostituire gli insediamenti abusivi con abitazioni e servizi decenti.
Rispetto ai 37 comuni inizialmente individuati, ne sono rimasti in piedi solo 10, per un volume di spesa di 22 milioni di euro. Un decimo della spesa prevista.
Morale della favola: il supersfruttamento e il caporalato non sono fenomeni inestirpabili. Serve la volontà politica di combatterli. Volontà politica che chiama pesantemente in causa la responsabilità dei governi, delle amministrazioni locali, dei partiti e degli stessi sindacati.
Nessuno può chiamarsi fuori.
Poscritto: informo Elly Schlein, che le ha chieste a gran voce, che la legge n. 199 del 2016 (governo Renzi) già prevede misure molto severe per le aziende coinvolte nel reato di sfruttamento e intermediazione illecita di manodopera (caporalato).
Oltre alla reclusione per i responsabili, la normativa introduce specifici provvedimenti di sequestro e controllo giudiziario.
Ricordo a Maurizio Landini, il quale ha chiesto una “rivolta morale” contro il caporalato, che forse è più utile che ciascuno faccia il suo mestiere fino in fondo nei territori in cui il sindacato non ha cittadinanza.
Non si risolvono i problemi cambiando aggettivo alla “rivolta sociale” predicata non molto tempo fa.
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Di solito, però, i problemi che salgono agli onori della cronaca solo quando ci scappa il morto, restano sotto i riflettori giusto per il tempo che il corpo del morto impiega raffreddarsi.