

Il fallimento del caccia di sesta generazione collegato al programma FCAS mostra il limite più duro dell’integrazione europea: senza una minaccia percepita allo stesso modo, senza una dottrina comune e senza una vera cessione di sovranità, la difesa europea resta una promessa più che una realtà strategica.
L’8 giugno 2026, all’apertura del Salone Internazionale dell’Aeronautica e dello Spazio di Berlino, Friedrich Merz ha ufficializzato quello che era nell’aria da mesi: il programma FCAS, Future Combat Air System, è definitivamente chiuso. Il caccia di sesta generazione che avrebbe dovuto sostituire i Rafale francesi e gli Eurofighter tedeschi e spagnoli entro il 2040 non vedrà mai la luce.
Cento miliardi di euro di valore stimato, nove anni di negoziati, mediazioni fallite e accuse reciproche tra Dassault Aviation e Airbus, per arrivare a una comunicazione congiunta franco-tedesca che sancisce l’ennesima sconfitta della cooperazione europea in materia di difesa.
La narrazione ufficiale parla di “divergenze industriali”. È una formula elegante per dire altro.
Il FCAS: un fallimento politico travestito da disputa industriale
La versione industriale del fallimento è reale ma insufficiente. Secondo quanto riportato da Reuters e confermato da fonti governative tedesche, Dassault non intendeva rinunciare al controllo decisionale sul caccia né condividere il proprio know-how. Airbus ha rifiutato un ruolo subordinato.
Ma la radice del problema non stava nei contratti industriali: stava nelle dottrine strategiche. La Francia voleva un velivolo con capacità nucleare e operatività da portaerei. La Germania lo riteneva non necessario. Non è una divergenza tecnica: è una divergenza di concezione strategica fondamentale.
Parigi si pensa come potenza nucleare autonoma con proiezione globale, erede della tradizione gaullista che considera l’indépendance stratégique un valore costitutivo dell’identità nazionale. Berlino si pensa come potenza continentale con vocazione difensiva, storicamente integrata nella catena di comando NATO, al punto da aver affidato per decenni la propria deterrenza nucleare alle bombe americane, prima sui Tornado e ora sugli F-35.
Va aggiunto un elemento che le cronache trascurano: la diffidenza reciproca sedimentata negli anni. La Germania, che ha già ordinato 50 caccia F-35 e sta portando la propria spesa militare a 108 miliardi di euro nel 2026, con una proiezione di 153 miliardi entro il 2029, non ha mai avuto un reale incentivo a condividere tecnologie sensibili con un partner che rivendica sistematicamente la leadership industriale su ogni programma comune.
La Francia, priva di un caccia di quinta generazione e non aderente al programma F-35, percepiva il FCAS come una questione di sopravvivenza tecnologica. Interessi strutturalmente asimmetrici, in un programma che richiedeva simmetria.
C’è infine una considerazione politica da formulare esplicitamente: il FCAS nasceva nel 2017 come atto politico prima ancora che militare, simbolo del rilancio dell’asse franco-tedesco nel contesto della Brexit e dell’incertezza sull’affidabilità americana.
La Zeitenwende tedesca del 2022, il massiccio riarmo di Berlino e il riorientamento strategico verso la NATO hanno progressivamente eroso le ragioni politiche che tenevano in vita il progetto. Il FCAS non è morto per colpa di Dassault e Airbus: è morto perché il contesto politico che lo aveva generato non esiste più.
La percezione della minaccia: il nodo irrisolto
L’Europa non ha una percezione condivisa della minaccia. E senza una percezione condivisa della minaccia non può esistere una dottrina militare comune, e senza una dottrina militare comune non può esistere una difesa comune.
Lo stesso Parlamento europeo lo ha riconosciuto nella sua risoluzione del marzo 2025 sul Libro Bianco della difesa: la costruzione di capacità militari comuni richiede non solo risorse finanziarie, ma una cultura strategica condivisa e una valutazione concordata delle minacce. Quella valutazione non esiste, e non può essere prodotta per via procedurale.
I Paesi baltici percepiscono la minaccia russa in termini esistenziali. I Paesi mediterranei guardano alla destabilizzazione del fianco sud, alla Libia, alla migrazione, alla presenza russa nel Mediterraneo allargato. I Paesi neutrali come Austria e Irlanda non percepiscono alcuna minaccia che giustifichi una cessione significativa di sovranità militare a un organismo sovranazionale.
Il caso libico illustra con precisione chirurgica questa frammentazione: tra il 2019 e il 2020 l’Italia sosteneva il Governo di Accordo Nazionale di Tripoli e la Francia sosteneva le forze del generale Haftar. Due Paesi fondatori dell’Unione Europea, entrambi membri NATO, con interessi nazionali diametralmente opposti sullo stesso teatro di crisi. Nessuna dottrina militare comune può reggere di fronte a questa contraddizione strutturale.
La questione non è se i ventisette abbiano percezioni diverse della minaccia: è ovvio che le abbiano. La questione è se esista la volontà politica di lavorare a una convergenza, accettando che essa implica rinunce reali sull’autonomia di definizione degli interessi nazionali. Quella volontà, al momento, non è percepibile.
Il nodo della sovranità e la trappola dell’unanimità
Un esercito comune funzionante richiede un unico vertice decisionale, una catena di comando integrata, la capacità di decidere e agire in tempi militarmente rilevanti. Nessuna di queste condizioni è compatibile con l’attuale architettura istituzionale dell’Unione Europea in materia di difesa.
La trappola dell’unanimità è il punto di crisi più evidente. In materia di politica estera e di sicurezza comune le decisioni richiedono ancora l’unanimità dei ventisette. Il veto ungherese ha bloccato o ritardato ripetutamente pacchetti di sanzioni e aiuti militari all’Ucraina, costringendo gli altri Paesi a ricorrere a coalizioni di volenterosi e strumenti fuori dal perimetro istituzionale UE.
L’opposizione di Budapest al pacchetto da 90 miliardi per l’Ucraina approvato nell’aprile 2026 è solo l’ultimo episodio. Un esercito che aspetta il consenso di ventisette parlamenti per muoversi non è uno strumento operativo: è un comitato.
Ma il problema della sovranità va più in profondità. La difesa è il settore in cui la sovranità nazionale si esprime nella sua forma più elementare e identitaria. Cedere quote di sovranità militare significa cedere qualcosa che i governi nazionali percepiscono come costitutivo della propria legittimità democratica.
Non è un caso che il primo grande fallimento della costruzione europea in materia di difesa sia avvenuto nel 1954, quando la Comunità Europea di Difesa naufragò a causa del voto contrario dell’Assemblea nazionale francese, lo stesso Paese che aveva proposto il progetto. La sovranità militare era allora, come oggi, il nucleo più resistente di qualsiasi processo di integrazione.
Sul piano politico va riconosciuto che nessun governo democratico può vendere ai propri elettori la rinuncia alla sovranità militare senza una narrativa convincente che giustifichi quel sacrificio. Quella narrativa richiede una minaccia percepita come comune e gestibile solo collettivamente.
La guerra in Ucraina ha avvicinato le posizioni ma non ha prodotto convergenza strategica: ha semmai accentuato le differenze tra chi percepisce la minaccia russa come esistenziale e chi la percepisce come geograficamente distante.
L’industria della difesa: sovranità, mercato e interessi nazionali
L’industria della difesa europea è storicamente strutturata come strumento di politica industriale nazionale prima ancora che come capacità militare. Ogni grande Paese europeo ha sviluppato i propri campioni nazionali — Leonardo in Italia, Dassault e Thales in Francia, Airbus e Rheinmetall in Germania — che sono al tempo stesso attori industriali e strumenti di influenza geopolitica.
Cedere la leadership su un programma comune significa cedere occupazione, trasferimento tecnologico e capacità di proiezione diplomatica.
Questa logica produce un risultato paradossale: l’Europa produce circa 178 sistemi d’arma principali diversi contro i 30 degli Stati Uniti. Questa frammentazione genera duplicazioni costose, interoperabilità limitata e incapacità di fare massa critica sulle tecnologie più avanzate. Il FCAS era nato anche come tentativo di superare questa frammentazione nel settore aereo. Il suo fallimento la consolida.
Le differenze strutturali tra gli eserciti europei non sono solo di dimensione o dotazione: sono di concezione e cultura militare. La Bundeswehr, storicamente progettata come strumento difensivo integrato nella catena NATO, ha una struttura profondamente diversa da quella italiana, che mantiene una tradizione di proiezione esterna.
Trent’anni di sottofinanziamento hanno prodotto in Germania carenze croniche di personale e sistemi d’arma obsoleti: aumentare la spesa senza riformare la struttura non produce capacità, produce burocrazia più costosa.
Il GCAP e il paradosso dell’autonomia strategica
Nel vuoto lasciato dal FCAS, l’unico programma di caccia di nuova generazione ancora in piedi con partecipazione europea è il GCAP, lanciato nel 2022 da Italia, Regno Unito e Giappone, con Leonardo come partner strategico. Di europeo c’è solo la presenza italiana: il Regno Unito è uscito dall’Unione nel 2020, il Giappone è nel Pacifico. È un programma atlantico e indo-pacifico, non europeo.
Il paradosso è preciso: mentre l’Europa proclama la propria autonomia strategica, il programma militare aeronautico più avanzato a cui partecipa un Paese europeo si sviluppa interamente fuori da qualsiasi cornice istituzionale europea.
E la Germania sta valutando di aderire al GCAP, il che significherebbe che il Paese motore dell’integrazione europea sceglierebbe un formato atlantico-pacifico rispetto a uno europeo.
La Francia si trova in una posizione scomoda: senza caccia di quinta generazione, senza FCAS, con Dassault che sviluppa autonomamente la prossima generazione del Rafale, Parigi rischia l’isolamento aeronautico proprio mentre rivendica la leadership della difesa continentale.
Il motore franco-tedesco si è fermato non solo sul FCAS: le tensioni investono anche il programma MGCS per il carro armato del futuro, in stallo per le stesse ragioni strutturali.
Serve cuore freddo, non cuori caldi
Il primo grande fallimento della difesa europea risale al 30 agosto 1954, quando l’Assemblea nazionale francese bocciò con 319 voti contro 264 la Comunità Europea di Difesa, un progetto che la stessa Francia aveva proposto.
Il paradosso del 1954 anticipa con precisione geometrica i paradossi del 2026: fu ancora una volta la Francia a bloccare un progetto di integrazione militare europea per ragioni di sovranità e di interesse nazionale. Settantadue anni dopo, il meccanismo è identico.
Oggi l’Europa ha documenti programmatici ambiziosi: il Libro Bianco sulla difesa del marzo 2025, la tabella di marcia sulla prontezza al 2030, il fondo SAFE con 150 miliardi di euro, il piano ReArm Europe. Sono iniziative che testimoniano una consapevolezza crescente.
Ma la consapevolezza non basta se non è accompagnata dalla volontà politica di pagare il prezzo che una difesa comune reale richiede: cedere quote reali di sovranità decisionale, costruire una cultura strategica comune, subordinare l’interesse nazionale a un interesse collettivo nelle situazioni di crisi.
Il fallimento del FCAS non è una notizia. È una conferma di un pattern settantaduenne. L’Europa ha le tecnologie, le risorse industriali, le competenze e un contesto geopolitico che rende questa scelta sempre più urgente.
Quello che manca non è la capacità. È la decisione. E le decisioni strategiche non si prendono con i cuori caldi: si prendono con il cuore freddo di chi sa che il tempo non è illimitato.
Inserisci la tua mail per non perdere nessuno dei contenuti di InOltre. Ogni volta che pubblicheremo qualcosa sarete i primi a saperlo.
*Iscrivendoti alla nostra newsletter accetti la nostra privacy policy

Il Club InOltre nasce per creare una community tra chi InOltre lo scrive, chi lo legge e chi lo sostiene. È il desiderio di creare punti di incontro digitali e, quando possibile, anche fisici – dove scambiarsi idee, discutere, conoscersi da vicino.
Un Club che unisce tutti quelli che contribuiscono alla buona riuscita d’InOltre e al suo successo.
InOltre è completamente gratuito ed è il frutto della competenza e della passione di molte persone che lavorano senza fini di lucro. Se desideri contribuire con un piccolo supporto, puoi farlo effettuando un bonifico come di seguito specificato oppure cliccando sui pulsanti che vedi, scegliendo l’opzione che più preferisci. Le donazioni verranno utilizzate per i costi di mantenimento del sito e per altre attività editoriali.
Grazie per il vostro supporto!
Bonifico bancario intestato a Inoltre Ente del Terzo Settore con Causale: donazione/erogazione liberale a favore di Inoltre ETS.
Codice Iban: IT55A0306909606100000404908



Scopri di più da InOltre
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.
