

Da sempre circola un malevolo sospetto: il buon gusto sarebbe, in fondo, una virtù di classe, un marchio borghese, un privilegio travestito da sensibilità estetica divenuta paradigma dominante.
Per intenderci: non è una scelta squisitamente snobistica considerare più chic una coperta patchwork early American, prodotta in un villaggio Amish in Pennsylvania, di una abruzzese di lana tessuta in provincia di Chieti?
Il dubbio, dunque, non è infondato, ma coglie solo una parte della verità. La formazione del gusto è infatti condizionata dal milieu familiare e ambientale, dalla cultura e dalle possibilità economiche.
È evidente che il censo allarghi la capacità di spesa voluttuaria, consentendo di accedere a materiali migliori, lavorazioni più accurate, contesti più qualificati; la qualità — quella vera e silenziosa — ha quasi sempre un costo non accessibile a tutti.
Ma siamo sicuri che serie limitate e materiali preziosi siano l’unica discriminante? Fermarsi qui significa trascurare il terzo elemento: il livello culturale.
Il gusto non coincide con la spesa, ma con la consapevolezza, cioè con scelte motivate e autonome, non indotte da moda, marketing, pubblicità e — oggi più che mai — social e influencer.
La storia del costume lo dimostra con chiarezza: esistono eleganze sobrie in contesti modesti e, all’opposto, opulenze costose prive di misura, fino al cattivo gusto.
Case ricche, soffocate dall’accumulo di oggetti incoerenti, convivono da sempre con interni semplici, anche senza pretese, ma di perfetta armonia.
Spesso il denaro compra la qualità materiale, non l’acume nell’assemblare. In questo senso — e non come affastellamento di nozioni — va intesa la cultura che educa l’occhio.
È la familiarità con le proporzioni, con la storia delle forme, con la disciplina del togliere che costruisce il vero gusto. Senza questo retroterra, anche la scelta più costosa resta spesso imitativa e motivata dal desiderio di stupire.
La borghesia europea ha avuto storicamente il merito di codificare regole di misura e di decoro, ma quelle regole non appartengono più a una classe: sono patrimonio accessibile a chiunque sviluppi gli strumenti per comprenderle.
Per chiarire cosa si intenda, bastino tre esempi noti di abbigliamento maschile. Re Carlo III è indubbiamente tra gli uomini meglio vestiti al mondo: impeccabile con nonchalance e con un pizzico di arguta fantasia, suggerita da certi accostamenti e dall’immancabile pochette multicolore.
Il presidente francese Macron è elegante in modo opposto: abiti scuri, camicia bianca, cravatta sottile in tinta unita, sempre coerente con il taglio sobrio dell’insieme.
Il controesempio sono le cravatte rosse o gialle, spesso male annodate, e la giacca sistematicamente aperta sugli abiti blu elettrico di Trump, senza addentrarsi negli interni orribilmente kitsch della sua dimora dai rubinetti d’oro di Mar-a-Lago.
Tornando al rapporto tra borghesia, ambiente e buon gusto, oggi l’equivoco si è accentuato. In un mercato sterminato e velocissimo nel rinnovo delle proposte, molti confondono il più caro con il più giusto, l’appariscente con l’elegante, il nuovo con il migliore.
Qui emerge la differenza decisiva: il censo amplia le scelte, la cultura insegna a selezionare, il gusto, infine, mette ordine.
Viene in mente l’esempio di una persona in età avanzata e di solide disponibilità economiche che si orienta verso una vettura sportiva molto appariscente che non è più in grado di dominare.
L’eleganza di una scelta sta nella coerenza tra persona, funzione e oggetto. Quando questa proporzione si perde, la dissonanza sfocia nel ridicolo.
Per converso, i casi, non più isolati, di Zara nell’abbigliamento e di Ikea nell’arredo dimostrano come circondarsi di oggetti di buon design a prezzi accessibili sia una conquista dei nostri tempi, a disposizione di chiunque ne abbia desiderio.
Il buon gusto, dunque, non è una prerogativa borghese: è il punto d’incontro — sempre più possibile — tra mezzi disponibili, educazione e inclinazione personale.

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