
Nel contesto di Davos, Trump ha lanciato il “Board of Peace” per la ricostruzione di Gaza. L’idea è quella di mettere insieme un gruppo di interessati attorno a un tavolo, modello consiglio di amministrazione. Non ci sono trattati internazionali vincolanti nel senso classico. Esiste una cornice ONU di incoraggiamento politico, ma l’architettura operativa è interamente esterna ai meccanismi multilaterali tradizionali. A capo di questa “organizzazione internazionale”: lui.
Il centro di gravità del progetto è Donald Trump, presente in veste di Chairman. Il suo ruolo è diplomatico ed esecutivo perché concentra su di sé il via libera politico e riduce Congresso e ONU a fattori di contorno, non decisionali. Accanto a lui suo genero, Jared Kushner, che agisce da broker. Conosce Mohammed bin Salman e i leader israeliani per nome, fungendo da ponte tecnico tra i capitali arabi e l’universo della difesa israeliana.
L’esperto nella ricostruzione fisica lo interpreta Steve Witkoff, magnate del mondo immobiliare di New York, che ha già dato prova di sostanziale incapacità nella gestione del dossier ucraino. La foglia di fico istituzionale è Tony Blair, ex premier britannico, famoso per aver trasformato la geopolitica post-Iraq in una lucrosa attività di consulenza globale per regimi in cerca di legittimità. Infine il banchiere: Ajay Banga della Banca Mondiale. La sua presenza è il vero sigillo. Se c’è lui, il sistema finanziario approva. Significa che il sistema finanziario considera l’operazione politicamente coperta, in ultima istanza, da Washington.
Per sedersi a questo tavolo serve un miliardo di dollari. Oppure si può essere invitati dal padrone di casa, Mr. Trump, e stare lì gratis per tre anni. Non è una donazione, è una quota associativa. La ricostruzione viene gestita come un country club esclusivo. Niente piccoli Stati moralizzatori, niente ONG, niente burocrati europei che chiedono il rispetto delle procedure. Chi paga il miliardo compra il diritto di accesso anticipato alle decisioni che contano, di svuotare le risoluzioni ONU di ogni capacità vincolante e di mettere le mani sulla mappa prima degli altri. In sostanza, non stanno finanziando la ricostruzione, ma stanno acquistando quote di sovranità su un territorio.
E la cosa incredibile è che la fila fuori dalla porta c’è già. La lista delle adesioni è un cortocircuito geopolitico che solo un approccio puramente transazionale poteva generare. Il primo a staccare l’assegno è stato il blocco di Arabia Saudita, Emirati e Qatar. Loro pagano per ripulire il caos ai loro confini senza doversi sporcare le mani con la politica.
Subito dopo si sono accodati l’Egitto di al-Sisi e la Giordania, costretti dalla geografia e dal debito pubblico a sedersi dove si decide il loro destino, insieme alla Turchia, che ha messo da parte le invettive pubbliche per assicurarsi una fetta della torta edilizia. Secondo le liste circolate a Davos e le adesioni in fase di formalizzazione, a fare massa critica ci sono poi dal Marocco all’Indonesia, fino alle repubbliche dell’Asia centrale come Kazakistan e Uzbekistan.
Da una parte c’è anche il Pakistan di Shehbaz Sharif: una potenza nucleare islamica che non riconosce Israele, ma che ha un bisogno disperato di crediti internazionali e protezione americana. Dall’altra c’è Israele stesso, con Netanyahu che accetta di far ricostruire Gaza da potenze straniere, tra cui anche il Qatar che ospita da anni la leadership di Hamas.
E a chiudere il cerchio, il “Fronte dei Fedelissimi”, rappresentato dall’Argentina di Javier Milei e dall’Ungheria di Viktor Orbán. Loro non sono lì per Gaza. Sono lì per Trump. Hanno pagato il biglietto per sedersi alla destra del padre.
Il controcanto d’obbligo è che l’ONU e le sue agenzie hanno dimostrato più volte i propri limiti, fallendo su tanti fronti. Alcuni immaginano che il cinismo del calcolo economico e l’azione diretta di un numero ristretto di decisori potrebbe, paradossalmente, arrivare dove la diplomazia classica si è fermata.
Ma c’è poco da fare: il quadro d’insieme resta agghiacciante. Vedere le firme di Orbán, bin Salman, al-Sisi e dei delegati turchi sullo stesso documento è un ritratto tragico del nuovo potere globale. E sapere che Trump ha riservato un invito anche per Vladimir Putin finisce di chiarire il quadro.
Sul piano della diplomazia assistiamo alla creazione di un club privato, internazionale ma totalmente privo di diritto. In questo senso, ben venga l’assenza dell’Unione Europea, del Canada, del Giappone e degli altri Paesi occidentali. Non sedersi a quel tavolo è una scelta di campo: le creature del trumpismo non vanno normalizzate.

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La veda in prospettiva: di fronte a un’ ONU ferma (e questo è vero, vabbè), una nuova Organizzazione a Delinquere.
Che si deve finalmente combattere pubblicamente, a livelli governativi.
Totalmente d’accordo.