


Il bipolarismo italiano ha costretto per trent’anni le forze moderate, riformiste ed europeiste a un ruolo gregario. Entrare nei due schieramenti non significa necessariamente condizionarli: può voler dire rinunciare alle proprie idee in nome di una governabilità che dipende dalla cultura politica, non dalla legge elettorale.
Ho molto apprezzato l’intervista di Giulio Massa al prof. Stefano Ceccanti (“Senza ballottaggio la legge elettorale premierà le estreme“, InOltre, 22 luglio).
Chi scrive è un proporzionalista (con sbarramento al cinque per cento) convinto, ma non è questo il punto. Non c’è infatti dubbio che, rebus sic stantibus, senza ballottaggio il testo approvato dalla Camera rischia di naufragare premiando le forze più radicali.
Qui mi preme discutere, invece, un’altra affermazione del prof. Ceccanti, che cito integralmente: «Le forze centriste sostengono molte posizioni condivisibili, soprattutto in politica internazionale, sull’Ucraina e sull’Unione europea, ma rischiano di produrre un’eterogenesi dei fini. Dicono di voler costruire un polo alternativo perché gli altri sono estremi; tuttavia, uscendo dai due schieramenti principali, li rendono ancora più estremi e più esposti ad alleanze postelettorali con le ali radicali. Ottengono così l’effetto opposto a quello desiderato.
Il mio invito è a rafforzare le componenti liberali e moderate dello schieramento che considerano preferibile, o meno peggiore. Esistono forze liberali ed europeiste sia nel centrodestra sia nel centrosinistra: scelgano dove collocarsi, ma agiscano dentro quei poli. Altrimenti rischiano di compiere un’operazione dannosa anche per le politiche che intendono sostenere».
Ora, a mio avviso, l’esperienza ormai ultratrentennale del bipolarismo «all’italiana» dimostra esattamente il contrario. Dimostra, cioè, che le forze moderate e riformiste, atlantiste ed europeiste, hanno coabitato da gregarie dentro schieramenti dominati o dal sovranismo (a destra) o dal movimentismo massimalista (a sinistra).
Ma veniamo all’oggi. Chi scrive è un «reducista terzopolista», come lo definirebbe Alessandro Chelo (“Meno opinionisti, più politici: le alleanze vanno costruite adesso“, 23 luglio). Appartiene cioè a quelle pecore che stanno in mezzo ai lupi della politica italiana e che per questo, come recita il passo evangelico, cercano di essere prudenti come i serpenti e semplici come le colombe. Fuor di metafora, chi scrive – diversamente dai seguaci di una malintesa realpolitik – non è ossessionato dalla questione di «chi governerà con chi», ma dalla questione di «cosa farà».
Mi spiego meglio (spero) con un esempio. Sono un potenziale elettore del Partito Liberaldemocratico di Luigi Marattin. Posso ragionevolmente credere che, se si unisse a uno dei due schieramenti che oggi competono per il potere, avrebbero lo spazio che meritano le sue idee sul libero mercato, sulla riduzione della spesa pubblica, sul primato della produttività per aumentare i salari e sbloccare la quasi stagnazione del Paese?
Non basta. Come è noto, l’etica politica per eccellenza è l’etica della responsabilità, che nel tempo attuale è prioritaria nei campi della sicurezza europea e della politica estera – questione ucraina e questione mediorientale in primis. Ebbene, potrei votare per una coalizione ad alto tasso di antisionismo (leggi: antisemitismo) e attraversata da radicate pulsioni filorusse? Lo stesso vale, in qualche misura, per il centrodestra con o senza Vannacci. No, e ritengo di non essere il solo a pensarlo.
La cosiddetta governabilità, se correttamente intesa come virtuosa combinazione tra stabilità dei governi ed efficacia decisionale, non discende mai da una legge elettorale, bensì dalla cultura politica dei partiti, dalla composizione delle coalizioni e dalla qualità delle leadership.
Nella cosiddetta Seconda Repubblica alle leadership politiche sono mancate cura dell’interesse generale e visione del futuro, non poteri formali. Perciò non serve gonfiare artificiosamente questi ultimi per supplire alle carenze delle prime.
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Teoricamente una forza politica vincente alle elezioni (o perlomeno risultante con un’alta percentuale) può governare con altre forze dove non si era inizialmente deciso di procedere con una coalizione o un’alleanza.
Ricordiamo per esempio il M5S e la Lega che decisero di governare assieme nella precedente legislatura nonostante non ci fossero mai state intenzioni prima del voto, se non qualche convergenza su certe politiche da attuare.
Inoltre, anche facendo parte di una coalizione, questo non implicherebbe che una parte di essa non possa in un dato momento lasciarla e rinunciare a governare assieme alle altre parti politiche della coalizione.
Questo è già successo numerose volte e molto probabilmente accadrà ancora, proprio perché non c’è alcun vincolo da rispettare.
Concordo pienamente. Non dimentichiamoci che la stragrande maggioranza degli umani e quindi anche in Italia, nasce con in cervello con logica mentale conservatrice, di vario grado. Una caratteristica dei cervelli conservatori è il bisogno di affidarsi a una qualche ideologia, non solo politica ma anche religiosa. Quindi il panorama politico italiano è composto quasi tutto da partiti conservatori di vario grado, ma con divisione solo sulle diverse ideologie di riferimento. Quindi i centristi o progressisti veri, sono pochi e in pò nei vari partiti. Uno scenario che mi vede piuttosto pessimista.
Grazie Michele, Che bello leggere le proprie idee condivise da persone che si stimano. Ottima giornata. Nadia Mai
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