

Have you ever noticed that a small creature, like a mouse or a mole, when faced with danger, they just stop? I’ve had big, long periods in my life when I was a lot like that. I just froze. It was not fun, but it was what I thought I had to do. And that’s how I lived, pretty much, at one time. I have a hot memory, but I know I’ve forgotten many things, too, just squashed things in favor of survival. The only thing missing from my life right now is what I’ve got, and it’s peace. I have more than I ever had … and not as much as I would like.
He (Bowie) resurrected me. Our friendship made it possible for me to save myself from professional and maybe even personal annihilation. So many people felt curiosity about what I was doing, but only he really had something in common with me, he was the only person who really liked what I was doing, with whom I could share what I was doing. And also the only one who was really willing to help me when I was in trouble. He really did me good.
Iggy Pop

C’è nella musica di Iggy Pop un costante protagonista dalla sua gioventù all’attuale vecchiaia: il corpo. Corpo che si contorce, si trasforma, si mostra, si accoppia, si consuma. Una poetica. Esiste sempre la possibilità di incrociare quel corpo, come successo a me la settimana scorsa e quindi di inciampare nell’iguana quando meno te la aspetti. Ad esempio in un teatro d’opera, godendo di un balletto contemporaneo con l’ottimo Aterballetto e i bellissimi corpi di ballerine e ballerini ed eccolo Iggy che spunta nel finale della coreografia intitolata “Glory Hall” dando un tocco magnifico con la sua voce profonda. Evviva il caso ed eccoci con (((RadioPianPiano))) a raccontare di chi era a Berlino con Bowie nel favoloso periodo di Low, Heroes e Lodger.
Alla fine degli anni ’60, mentre il rock psichedelico domina le classifiche, James Newell Osterberg Jr., alias Iggy Pop, fonda The Stooges. La band, nata a Detroit, si fa subito notare per la sua brutale semplicità e l’energia viscerale. Il debutto omonimo del 1969, prodotto da John Cale dei Velvet Underground, porta con sé un sound grezzo, spoglio, abrasivo: proto-punk nella sua forma embrionale. Il secondo disco, “Fun House” (1970) fa precipitare tutto all’estremo: in un’esplosione di free jazz, urla animalesche e distorsioni garage, mentre il terzo, “Raw Power” (1973), prodotto (e remixato) da David Bowie, è una bomba a orologeria che anticipa il punk di lì a pochi anni. Ma il pubblico non è pronto. Gli Stooges sono troppo sporchi, troppo folli, troppo avanti. E qui inizia l’interessante carriera solista di Iggy Pop.
Si racconta di un musicista perché ti apre dei ricordi. Ad esempio il sottoscritto ha ballato allo sfinimento “The Passenger” in una discoteca che andava per la maggiore dalle parti in cui vivo a nome “Corallo”. Così ogni volta che parte quel riff mi ritrovo su una macchina del tempo dove viaggio indietro nel tempo.
Anni dopo in quei di Firenze mi sono goduto anche una sua performance dal vivo, con quel suo agitarsi, contorcersi, urlare che ne ha fatto un animale da palco. Riprendiamo il filo nella storia dell’iguana e con la fine degli Stooges nel 1974, comincia per Iggy un periodo oscuro. Prigioniero delle dipendenze, perso in un vortice di droga e autolesionismo, diventa quasi un relitto vivente. L’amico David Bowie, anche lui in un momento difficile gli dà una mano, lo aiuta a disintossicarsi e lo porta con sé a Berlino, allontanandolo dalle tentazioni di Los Angeles. Per Bowie saranno gli anni di tre capolavori: “Low”, “Heroes” e “Lodger”, ma anche per l’Iguana è il momento di un ritorno alla grande.
Tra il 1976 e il 1977, Bowie non è solo un amico, ma anche un mentore, produttore, coautore e compagno di visione. Nascono in quegli anni gli album che anche tutt’ora sono per me i suoi migliori: “The Idiot” e “Lust for Life”. Questi dischi non solo rilanciano Iggy Pop come artista solista, ma sono pietre miliari del rock moderno.
The Idiot è il primo album solista di Iggy Pop. Nonostante il nome in copertina sia il suo, si tratta quasi di un disco a quattro mani con il Duca Bianco, che lo produce, scrive (quasi tutti i brani) e suona tastiere, chitarre e sintetizzatori.
L’album prende il nome dal romanzo di Dostoevskij e riflette una profonda trasformazione artistica: Iggy si lascia alle spalle l’animalità grezza degli Stooges per abbracciare una forma più intellettuale, raffinata, disillusa e urbana. Berlino — dove viene registrato — è una presenza costante: grigia, fredda, segnata dalla guerra e dal muro, fa da sfondo emotivo all’intero disco. molti lo considerano il primo disco post-punk della storia, fondamento di band come Joy Division, Nine Inch Nails, Depeche Mode e Bauhaus.
Lust for Life è l’altra faccia della medaglia. Se “The Idiot” è ombroso e introverso, questo è energico, vitale, pieno di rock & roll e disperazione redenta. David Bowie è ancora al timone, ma stavolta Iggy ha più voce in capitolo: scrive più testi, canta con più decisione, e l’album viene registrato in modo più diretto e “live”, in pochi giorni e con una band eccezionale (incluso il batterista Hunt Sales e il chitarrista Carlos Alomar). Lust for Life è più classico, ma tutt’altro che banale. È un album rock che guarda agli anni ’50 e ’60 ma con una carica moderna e intensa. L’energia è travolgente, ma non euforica: c’è sempre un sottotesto tragico, consapevole della fragilità umana. Lust for Life è il disco che ha salvato la carriera di Iggy Pop. È ancora oggi il suo lavoro più iconico e accessibile, nonché un punto di riferimento per tutta la generazione post-punk e alternative rock. Il suo spirito ruggente continua a vivere in artisti come Nick Cave, Jack White, e appunto Josh Homme, per fare qualche nome.
Senza Iggy Pop non ci sarebbe stato il punk come lo conosciamo, l’Iguana ha influenzato i Sex Pistols, i Ramones, ma anche i Nirvana (Kurt Cobain venerava “Raw Power”) e i Queens of the Stone Age, con cui Iggy ha poi collaborato. Nel 2016, a quasi 70 anni, pubblica infatti “Post Pop Depression”, prodotto proprio da Josh Homme (QOTSA), un disco crepuscolare e potente, acclamato dalla critica. Non una nostalgica rievocazione del passato, ma una rilettura lucida della propria leggenda.
Oggi Iggy Pop è il simbolo di un modo di fare musica che rifiuta compromessi, vive di rischio, dell’anziano corpo esposto, della verità nuda e cruda, come l’hanno dipinta Courbet prima e Munch poi. La sua voce cavernosa, i suoi spasmi sul palco, il suo volto scolpito profondamente dal tempo raccontano una storia che va oltre la musica: quella di un uomo che ha bruciato tutto e si è ricostruito, più volte, con una sincerità rara e brutale. Dai club fumosi di Detroit alle gallerie d’arte contemporanea, è diventato una figura trasversale, amata tanto dai punk quanto dagli intellettuali. Basti qui accennare alla sua collaborazione con musicisti legati all’elettronica come Alva Noto. Grande libertà creativa è l’impronta lasciata da Bowie su Iggy, il sapersi muovere liberamente in qualsiasi genere, cavalcando qualsiasi suono con una sincerità anarchica ed estrema. Per questo inciamperete prima o poi in un’iguana quando meno ve l’aspettate.
CLICCATE QUI per un viaggio soggettivo nella musica di Iggy, dagli anni 70 ad oggi.
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