di Ettore Maggi
Iscriviti a nostri canali e alla nostra newsletter
Il fenomeno delle milizie formate da guerrieri che combattono una guerra lontano dal loro paese è molto antico: dai mercenari dell’antichità (di cui abbiamo uno straordinario esempio storico e letterario nell’Anabasi di Senofonte), ai mercenari svizzeri delle guerre rinascimentali (di cui è rimasto il piccolo contingente di guardie personali del Papa nel Vaticano, che utilizzano tutt’ora le colorate divise dell’epoca e addirittura le lunghe alabarde) ai più moderni contractors delle PMC- che spesso in realtà combattono o forniscono servizi di sicurezza armati per il proprio paese, come nel caso dell’americana Blackwater (adesso Academi) e della famigerata PMC russa Wagner protagonista della guerra in Ucraina, il cui proprietario Yevgeny Prigozhin è morto recentemente.
In ogni caso, ciò di cui si vuole trattare è un fenomeno diverso dai combattenti internazionali che fanno della guerra un mestiere, sia se inquadrati nelle PMC oppure se arruolati negli eserciti regolari (l’esempio più famoso, diventato un cliché, è quello della tuttora esistente Legione Straniera francese). Ci occuperemo infatti dei combattenti che decidono di lottare per un ideale: in particolare dei volontari internazionali nelle forze di difesa curde (YPG e YPJ) o nei gruppi internazionali a esse collegate.
Anche in questo caso non si tratta di un fenomeno unico nella storia. I due casi più famosi del passato probabilmente sono stati le Brigate Internazionali (circa 60 mila unità) che combatterono per la Repubblica nella Guerra Civile Spagnola e i 12 mila volontari che difesero la Finlandia dall’aggressione sovietica nel 1940 (uno dei quali fu un giovanissimo anglo-italiano, Christopher Lee, futura star del cinema).
Il richiamo alle Brigate Internazionali (in cui confluirono soprattutto francesi, tedeschi, italiani e anglosassoni) e alle altre formazioni di volontari stranieri che combatterono nella Guerra Civile spagnola ha da sempre suggestionato gli attivisti di tutto il mondo, soprattutto della sinistra ma non solo. Questa guerra, che ha rappresentato il preludio alla Seconda Guerra mondiale, è stata resa immortale dalle opere di famosi scrittori come Hemingway, Orwell e Malraux, dal Guernica di Picasso, dalle fotografie di Robert Capa e di Gerda Taro, e in generale per la presenza di moltissimi intellettuali: oltre a quelli già citati ricordiamo Simone Weil, o, tra quelli che non combatterono direttamente ma che parteciparono in qualche modo, come Antoine de Saint-Exupéry e John Dos Passos.
In questo caso il motivo che spinge giovani (e meno giovani) uomini e donne a rischiare la vita non è il denaro ma un ideale (la libertà o un’ideologia politica, oppure la lotta contro la tirannia, contro un’invasione brutale, contro l’ingiustizia,). Il poeta inglese Lord George Gordon Byron morì nel 1824 a 36 anni combattendo per l’indipendenza dei Greci dall’Impero Ottomano.
Nel 2018 l’inglese Anna Campbell, volontaria nelle YPJ (in kurdo: Yekîneyên Parastina Jin, Unità di Protezione delle Donne), fu uccisa ad Afrin da un missile turco durante l’operazione Ramoscello d’olivo, la prima invasione turca del Rojava.
Dopo la morte della giovane donna 26enne, figlia del musicista e intellettuale Dirk Campbell, uno dei fondatori del Canterbury Rock, furono diffuse varie foto di Anna. In una di esse si vede chiaramente la giovane attivista indossare un patch delle Brigate Internazionali sulla manica della giacca militare in ricordo dei circa 2 mila volontari britannici che combatterono nella Guerra Civile spagnola. Questa immagine rappresenta il perfetto legame tra i volontari degli anni 30 del XX secolo e quelli dell’inizio del XXI.
Chi sono questi giovani e meno giovani che hanno imbracciato le armi per combattere a fianco dei guerriglieri kurdi e dei loro alleati? Provengono da molte nazioni e le motivazioni che li hanno spinti a questa decisione sono molteplici. Lo studioso italiano Edoardo Corradi ha pubblicato un interessante articolo su questo argomento
Alcuni uomini e donne sono entrati direttamente in YPG (in kurdo Yekîneyên Parastina Gel, Unità di Protezione Popolare) o YPJ, altri (inizialmente soprattutto turchi, greci e spagnoli, poi europei di diverse nazioni) si sono inquadrati nell’International Freedom Batallion o nei vari gruppi collegati all’IFB, oppure nello YPG International nato originariamente come Antifascist International Tabûr (AIT) creato con lo scopo di avere un gruppo in cui l’inglese fosse la lingua comune.
Veniamo alle motivazioni: per alcuni è la lotta contro ISIS/Daesh, sia per motivi religiosi (alcuni, prevalentemente di ideologia di estrema destra e profondamente cristiani, hanno deciso di combattere contro la minaccia al mondo cristiano. Spesso hanno combattuto con le milizie cristiane siriache assire), sia di lotta contro il fanatismo. Altri perché sono stati profondamente turbati dalle stragi dei miliziani del califfato nero (contro cristiani, yazidi e chiunque ritengano indegno di vivere) e ancora peggio dalla riduzione in schiavitù di donne e bambini, spesso venduti più volte.
Il caso mediaticamente più noto di questo tipo è quello dell’attore hollywoodiano (di nazionalità britannica) Micheal Enright che ha abbandonato il set per lottare contro l’ISIS
In generale ci sono tre tipi di combattenti internazionali, almeno nel periodo che va dall’assedio di Kobanê (settembre 2014) fino alla caduta di Raqqa e la conseguente sconfitta di ISIS come entità statale.
Purtroppo in molte zone di Siria e Iraq sopravvivono cellule residue, oltre alle organizzazioni nate al di fuori del Califfato Nero: ISIS Khorasan, al confine tra Afghanistan e Pakistan, e l’ISIS africano.
Attivisti politici, prevalentemente di sinistra, legati soprattutto all’idea di aiutare lo sviluppo di un modello rivoluzionario, diverso dai precedenti che hanno portato alla costruzione di regimi comunisti liberticidi, e coerente con la svolta libertaria, ecologista e femminista, antinazionalista e pluralista, sviluppata da Abdullah Öcalan con il manifesto Confederalismo Democratico, scritto nel carcere dell’isola ?mral?, che ha fatto autocritica della passata esperienza del PKK (creando fratture e scissioni, come quella del TAK (Teyrênbazê Azadiya Kurdistan, Kurdistan Freedom Hawks).
Di questi attivisti, alcuni appartengono alla sinistra libertaria e anarchica o democratici radicali, altri di matrice marxista leninista o addirittura maoisti (sopratutto nell’International Freedom Batallion).
Molte sono le donne tra le fila degli attivisti, alcune diventate purtroppo famose a causa della loro morte in azione, come Anna Campbell, di cui abbiamo già raccontato, considerato che uno dei punti chiave del Confederalismo Democratico è proprio la lotta per la liberazione femminile contro il patriarcato.
Due esempi di donne combattenti con le milizie kurde sono state l’argentina Alina Sanchéz (Lêgerîn Çiya) e la turca Ay?e Deniz Karacagil, Kirmizi fularli (Cappuccio Rosso).
La prima, nata in Argentina nel 1986, era un medico che decise di andare in Rojava per sostenere l’ideale del Confederalismo Democratico e la lotta per la liberazione femminile. Già nel 2011 Alina Sanchéz era nella Siria del Nord, entrando successivamente nei ranghi delle YPJ. Morta in un incidente stradale ad Hasakah nel marzo 2018, le è stato dedicato l’ospedale di Tall Tamr.
La seconda, Ay?e Deniz Karacagil, era una ragazza turca che ha combattuto insieme ai kurdi e per questa ragione considerata una traditrice dal governo di Ankara. Ay?e era conosciuta in tutto il mondo come Cappuccio Rosso dopo un’intervista della CNN, per la sciarpa che indossava durante le manifestazioni del 2013 a Gezi Park, nella parte europea di Istanbul. Le proteste, scoppiate a maggio per contestare la decisione del regime turco di eliminare il parco, vengono duramente represse dalla polizia, scatenando così ulteriori manifestazioni in tutto il paese, da Ankara a Smirne a Antalya. Il bilancio della protesta, che dura oltre due mesi, è di 11 morti, più di 8.000 feriti, e un migliaio di arresti, tra cui medici, soccorritori e avvocati che assistevano i dimostranti.
Ay?e è tra gli arrestati. Tra le accuse che la portano in carcere, c’è quella di aver indossato la sciarpa rossa per difendersi dai gas lacrimogeni. Dato che il rosso è il colore del partito MLKP, illegale per il regime turco, viene accusata di terrorismo. Rilasciata dopo 5 mesi di carcere preventivo, dove condivide la cella con alcune detenute politiche kurde, fugge sui monti del Kurdistan, mentre nel frattempo viene condannata a una pena detentiva di 103 (!) anni. Ay?e partecipa alla difesa di Kobane contro l’ISIS e muore in battaglia nel 2017, a soli 24 anni.
Un’altra categoria importante è quella dei veterani provenienti dai paesi anglosassoni, spesso militari che avevano già combattuto i jihadisti, come gli ex-SAS britannici che hanno creato l’ISIS Hunting Club.
Questo tipo di volontario tende prevalentemente a operare nei ranghi dei Peshmerga, l’esercito regolare della regione autonoma del Kurdistan dello stato iracheno, probabilmente per avere un ruolo più ufficiale e riconosciuto dalla nazione di appartenenza, ma non mancano molti esempi di veterani nelle file di YPG o milizie collegate, magari dopo un periodo trascorso proprio tra i Peshmerga.
Uno di questi fu il canadese John Robert Gallagher, ucciso nel novembre 2015 a 32 anni in un attacco suicida di Daesh. Gallagher, ex militare del 2nd Battalion of the Princess Patricia’s Canadian Light Infantry, si è arruolato volontario con le forze kurde del nord Iraq nel maggio 2015 prima di attraversare il confine con la Siria in luglio. A quel tempo, mentre la linea del fronte si trovava nella città di Hasakah, fu intervistato da Maclean magazine. “Ho combattuto con i peshmerga per due mesi”, ha detto, riferendosi alla milizia curda nella regione autonoma del Kurdistan iracheno. “Stavamo spingendo la linea del fronte vicino a Kirkuk, sottraendo alcuni villaggi all’ISIS. Siamo finiti sotto il fuoco nemico, abbiamo dovuto rispondere al fuoco, abbiamo dovuto guardare alcuni attacchi aerei farli saltare in aria. È stato molto divertente.”
Simile sorte per l’ex Royal Marine anglo-greco, Konstandinos Erik Scurfield, arruolato in YPG, ucciso dall’ ISIS nel marzo 2015.
Kevin Howard, ex veterano dei Marines statunitensi e della Legione straniera francese, si è unito alle Unità di protezione popolare (YPG) nel 2016, combattendo come cecchino e paramedico militare, e ha anche combattuto nella battaglia di al-Raqqa con il Consiglio militare cristiano siriaco (MSF) nel 2017.
Howard, sofferente di PTSD, si è suicidato nel giugno del 2019, ma anche lui, come Gallagher e Scurfield, continua a essere ricordato con affetto dai suoi commilitoni, come del resto tutti i caduti (?ehîd).
La terza categoria, che a volte comprende anche le altre due, è quella dei volontari che oltre a non essere propriamente attivisti, spesso non hanno nemmeno un’ideologia precisa, ma hanno semplicemente in simpatia la causa kurda e decidono di combattere con YPG o con le altre forze per un generico rifiuto dell’intolleranza e del fanatismo religioso o perché inorriditi dalle atrocità dell’ISIS.
Un esempio di questo tipo è l’italiano Giovanni Francesco Asperti (Hiwa Bosco), morto a 53 anni mentre seguiva l’addestramento dell’Accademia YPG. Laureato alla prestigiosa Università Bocconi di Economia, un lavoro e una famiglia (Giovanni aveva due figli), nel 2018 abbandona tutto per recarsi in Iraq e poi in Siria, dove ha trovato la morte per quella che lui riteneva una giusta causa.
Infine, un aspetto da tenere presente è la posizione giuridica dei combattenti internazionali, dato che si uniscono a una forza militare (pur non essendo di uno stato riconosciuto) diversa dal proprio esercito nazionale o da un corpo militare come la Legione Straniera francese.
Gli unici stati che considerano YPG come organizzazione terroristica sono ovviamente la Turchia e il Qatar, mentre la situazione è diversa per il PKK.
Al momento, l’unica nazione che ha sistematicamente perseguito legalmente i volontari YPG è il Regno Unito, e addirittura, almeno in una occasione, ha perseguito anche i familiari dei combattenti.
In altri paesi europei ci sono stati controlli, sorveglianza e provvedimenti singoli, soprattutto per alcuni volontari impegnati in gruppi radicali, ma non una sistematica persecuzione legale. Italia e Spagna hanno preso provvedimenti per alcuni volontari YPG e YPJ, come il ritiro del passaporto o del porto d’armi.
In un caso, per Maria Edgarda Marcucci è stata applicata una norma del 1931, la Sorveglianza Speciale, creata durante la dittatura fascista e mai abrogata, per controllare gli intellettuali antifascisti
Non risultano invece provvedimenti contro i volontari negli USA, in Canada o Australia.
In conclusione, il fenomeno dei combattenti internazionali nelle YPG, YPJ e nelle formazioni collegate, pur non avendo avuto lo stesso impatto psicologico né la stessa dimensione numerica dei 60 mila volontari delle Brigate Internazionali nella Guerra Civile Spagnola nel 1936 o dei 12 mila volontari a fianco della Finlandia nella Guerra d’Inverno nel 1939, resta un fenomeno interessante e meritevole di ulteriori approfondimenti. A cominciare dal numero di attivisti coinvolti, che al momento non è ancora del tutto conosciuto, visto che si parla di cifre che variano da alcune centinaia di persone, fino a 2000.
InOltre è completamente gratuito ed è il frutto della competenza e della passione di molte persone che lavorano senza fini di lucro. Se desiderate contribuire con un piccolo supporto, potete farlo cliccando sui pulsanti che vedete, scegliendo l’opzione che più preferite. Le donazioni verranno utilizzate per i costi di mantenimento del sito e per altre attività editoriali.


Scopri di più da InOltre
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.
