
Carlos Tavares paga per i troppi errori.
Il gruppo Stellantis si è liberato dell’amministratore delegato che aveva sposato todo corde l’elettrificazione cercando di compensare i maggiori costi derivanti delocalizzando parte della produzione italiana in Polonia e Serbia e della francese in Marocco.
Ma gli errori più gravi sono stati altri due che hanno portato al triplice disastro di ridurre del 42% la capitalizzazione in borsa, di oltre il 30% gli utili e del 37% le vendite in USA (in Europa la quota di mercato è passata dal 17 al 14%).
Primo errore unificare a ribasso piattaforme e componenti dei marchi, anche di quelli premium come Alfa Romeo e Maserati destinati a competere con BMW e Mercedes.
Secondo e più grave sottovalutare il mercato americano, fonte maggioritaria di utili per il gruppo, addirittura spostando in Europa parte della produzione e della progettazione di modelli destinati a quel mercato, sempre nell’intento di standardizzare le componenti di base.
Ma il mercato più grande e ricettivo del mondo ha le sue regole ferree; la recente lettera di protesta inviata a Tavares dai dealers di Jeep e Chrysler per l’eccesso di invenduto sono certamente una delle cause dell’uscita del manager portoghese, che pure era corso subito in America per cercare di porre riparo all’inusitato problema.
Ma, con il suo carattere ispido non ha trovato di meglio che addossare ai commerciali e al marketing il vistoso calo di vendite. Anche nel suo incontro coi parlamentari italiani ha cercato di giustificare l’inadempienza degli impegni presi col governo con il costo dell’energia e la scarsità di incentivi.
Però intanto la Fiat ha bloccato la produzione della 500 elettrica a Mirafiori e sta correndo per presentarne la versione ibrida inizialmente non prevista, tanto che per motivi di spazio non potrà prevedere una versione col cambio automatico.
La crisi dell’auto europea è drammaticamente evidente, basti pensare che Tesla capitalizza più di tutti i gruppi europei, ma quanto a dabbenaggine, Stellantis targata Tavares merita la palma d’oro.
Ora, nell’attesa del nuovo ad, per diversi mesi toccherà al presidente John Elkann iniziare a cambiare rotta. Non è detto che ci riesca.
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