

All’inizio del Novecento, legami personali e familiarità tra sovrani europei non impedirono che interessi strategici divergenti trascinassero il continente nella catastrofe della Prima guerra mondiale. Le affinità non bastarono a compensare le strutture di potere, le alleanze e le logiche geopolitiche. È una lezione utile anche oggi: nella politica internazionale, le simpatie ideologiche contano meno dei vincoli materiali.
Negli ultimi anni la scena politica europea ha visto emergere con forza forze e leader che si auto-definiscono “sovranisti”: movimenti e partiti che fanno della critica alle élite, della difesa della sovranità nazionale e di un’immagine identitaria polarizzante il loro principale terreno di mobilitazione.
Matteo Salvini in Italia, Marine Le Pen in Francia, i leader di Vox in Spagna, l’AfD in Germania, Reform UK nel Regno Unito e altri in tutta Europa hanno spesso guardato con simpatia o – in alcuni casi – aperta ammirazione al fenomeno Trump negli Stati Uniti: un politico capace di monopolizzare l’agenda con slogan nazionalisti e un linguaggio anti-istituzionale.
Questa convergenza ideologica di superficie, però, si è scontrata con la durezza dei fatti quando si è trattato di confrontarsi con la realtà strutturata delle relazioni internazionali, degli interessi nazionali e dei vincoli multilaterali. Negli ultimi mesi, diverse scelte e posizioni dell’amministrazione Trump hanno messo in evidenza le fratture tra retorica sovranista e responsabilità di governo.
Il caso più rivelatore è stato quello della Groenlandia. Il rilancio da parte di Trump dell’idea di acquisire un controllo strategico sull’isola – territorio autonomo sotto sovranità danese, cruciale per l’Artico e ricco di risorse – non è rimasto una boutade. Alla pressione diplomatica si sono affiancate minacce di dazi su prodotti europei come leva negoziale. Non un simbolo, ma un potenziale conflitto commerciale con impatti diretti su esportazioni, industria e catene del valore.
Qui la retorica si è schiantata contro la realtà. Per molti sovranisti europei, l’alleanza identitaria con il trumpismo si è trovata improvvisamente in collisione con un fatto elementare: un leader straniero ideologicamente affine stava mettendo in discussione la sovranità territoriale di uno Stato europeo e minacciando misure economiche dannose per i loro stessi elettorati.
Le reazioni hanno mostrato la crepa. In Francia, il Rassemblement National ha evitato di allinearsi acriticamente, consapevole che difendere la sovranità europea – in questo caso danese – è politicamente più coerente che giustificare pressioni esterne. In Germania, l’AfD ha incontrato evidenti difficoltà nel mantenere una linea filo-Trump su un dossier che tocca sicurezza europea, NATO e stabilità economica.
Nel Regno Unito, Reform UK rappresenta un caso emblematico. Il partito di Nigel Farage ha costruito gran parte della propria identità su affinità culturali con il trumpismo, ma la questione groenlandese ha reso evidente un limite strutturale: anche fuori dall’UE, il Regno Unito resta integrato nelle architetture di sicurezza occidentali e nei mercati europei. Un’escalation commerciale o una destabilizzazione della cooperazione artica non colpirebbero un’entità astratta chiamata “Europa”, ma direttamente l’economia e la sicurezza britanniche. La simpatia ideologica non annulla l’interdipendenza.
Anche in Italia il bilanciamento è stato indicativo. Pur mantenendo una sintonia retorica su temi come sovranità e controllo delle frontiere, il governo Meloni ha ribadito la centralità dell’alleanza europea e atlantica, evitando di trasformare un’affinità politica con Washington in subalternità strategica. La gestione della politica estera reale impone mediazioni che la narrativa sovranista tende a rimuovere.
Il punto è strutturale. Gli interessi nazionali sono multiformi e spesso incompatibili con una lettura semplificata della politica internazionale basata solo sulla sfida identitaria o sul rifiuto delle istituzioni multilaterali. Quando la politica estera si traduce in negoziati su sicurezza, commercio, energia e cooperazione, emergono limiti intrinseci alla demagogia.
Le istituzioni multilaterali – Unione Europea, NATO, organizzazioni economiche – non si piegano alle invettive. Non è un dettaglio secondario: basti ricordare le polemiche scatenate dalle dichiarazioni di Trump sui contributi militari europei e sul valore della presenza dei soldati alleati in missioni come l’Afghanistan, che hanno incrinato la fiducia tra partner NATO e mostrato quanto fragile sia un’alleanza quando viene letta solo in chiave transazionale.
Funzionano secondo regole, procedure e rapporti di forza che richiedono continuità, competenza negoziale e compromesso. Il dossier Groenlandia lo ha dimostrato: la pressione unilaterale ha prodotto reazioni coordinate, solidarietà europea verso la Danimarca e un rientro progressivo su binari negoziali. È così che opera il sistema internazionale, non come un’arena di slogan.
Anche l’opinione pubblica tende a riportare la politica alla concretezza. Quando le tensioni esterne si traducono in effetti economici tangibili – costi, instabilità, rischi per la sicurezza – il consenso costruito sulla polarizzazione retorica si assottiglia. La performance di governo conta più della narrazione identitaria.
Il parallelo storico può servire solo a questo: ricordare che affinità personali o ideologiche tra leader non cancellano conflitti di interesse strutturali. Oggi, come allora, la politica internazionale obbedisce a equilibri materiali prima che simbolici.
In definitiva, la retorica sovranista può funzionare come strumento di mobilitazione interna, ma non è strutturalmente attrezzata per governare la complessità delle relazioni internazionali. Quando entra nel territorio delle decisioni reali, deve adattarsi, arretrare o contraddirsi. Non per un errore tattico, ma per un limite di costruzione: la demagogia semplifica, mentre il mondo reale è irriducibilmente complesso.

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